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Mama Friday

Con un pò di ritardo, e ci scusiamo con Stefania, vogliamo riportare le sue parole e vogliamo condividerle con Voi tutti.

Voglio raccontare un’altra storia nel tentativo di trasformare i numeri in volti e gli obbiettivi da raggiungere in momenti di vita quotidiana.

Questa mattina ho incontrato Mama Friday. E’ una mia vecchia conoscenza, ci siamo incontrate per la prima volta nel 2013 quando io ero una tirocinante che vagava sbalordita per Pomerini e lei una mamma dei cesti dolcissima. Mama Friday partecipa al nostro programma di microcredito. Un anno fa si è presentata agguerritissima a casa Tulime, aveva un’idea, le mancava il capitale. L’abbiamo inserita nel programma senza esitazione ed è stata una scelta saggia. Ora vende baagia, frittelle di fagioli, a Msengela, alla periferia di Pomerini. Lavora sodo, fa progressi, sorride sempre, ogni volta ci accoglie con abbracci, tazze di the fumanti e la sua energia contagiosa. L’ho fotografata spesso, una delle sue foto l’ho regalata al mio relatore di tesi per la mia laurea, è bella di una bellezza profonda ed espressiva, come le madri e l’Africa. Oggi, come sempre quando ci vediamo, abbiamo parlato dell’andamento del business e delle sue aspirazioni; è pronta a restituire il prestito ma vorrebbe comprare una macina per i fagioli, potrebbe produrre il doppio e quindi aumentare i guadagni. Facciamo dei calcoli insieme, il risultato ci soddisfa, compreremo la macina. Parliamo di come vanno le cose da quando ha preso il prestito, risponde con degli esempi disarmanti, mi dice che ora può mettere lo zucchero nel the e cucinare la verdura con l’olio, può sembrare un’affermazione senza senso invece vuol dire tutto, significa dignità.

Le chiedo come vanno le cose a casa, vive con due nipotini che vanno alle elementari e un figlio adolescente, è vedova da quattordici anni, esattamente l’età del ragazzo. Perde, per la prima volta da quando la conosco, la sua espressione serena, poi spiega che il suo bambino sta male, ha una ferita che non guarisce mai, cerco di capire, provo a fare qualche domanda con delicatezza, alla fine sputa fuori una frase a bassa voce, con sofferenza, è cancro, glielo si legge in faccia che è una parola che non comprende del tutto ma altrettanto chiaramente mi rendo conto che sa quali potrebbero essere le conseguenze. Mi si stringe il cuore, la abbraccio stretta questa mia mamma dei cesti che ha sopportato più di quanto sia accettabile. Mentre ci lasciamo ho la nausea, non ci si abitua alla visione della sofferenza, per fortuna. Scrivo alla mia bussola in Italia, in una delle nostre chat quasi quotidiane, la pensa proprio come me ancora una volta, bisogna fare qualcosa. Ci proveremo insieme perché solo così si vincono le partite più difficili.

Questo è il sistema di cui sono ingranaggio, una famiglia enorme, dove c’è sempre spazio per sperare, dove ci sono sempre braccia aperte per accogliere, mani grandi per sorreggere, occhi spalancati per vedere alberi crescere e frutti diventare maturi, dove gli SOS, per quanto silenziosi, ricevono sempre una risposta. Stefania

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I volti dei nostri progetti: Mwalimu

Inutile fare premesse quando le testimonianze sono così vere e importanti. Vi lasciamo subito alle parole di Stefania, da una ridente Pomerini.

Ogni progetto prima di arrivare sul campo ha una descrizione, un budget, delle tabelle, obiettivi da raggiungere, azioni da implementare, strategie e grafici ma quando arriva qui a Pomerini si arricchisce della fondamentale componente umana e si trasforma quindi in storie, vite e volti. Alcune storie sono troppo e non si possono tenere per sé.

Rebentina ha 21anni, l’abbiamo conosciuta 3 anni fa durante un corso di cucito organizzato nell’ambito del progetto Mani d’Africa. Purtroppo come spesso accade, nonostante sia giovane, si porta sulle spalle una storia pesante e un’infanzia davvero breve, segnata dalla scomparsa della madre e dall’abbandono da parte del padre. Rebentina vive da sola nella casa dei nonni anche loro scomparsi, il padre rimasto vedovo si è risposato e la nuova moglie non ha accettato di farsi carico anche di lei.

Rebentina è costretta ad abbandonare la scuola e a cercare lavoretti principalmente legati all’agricoltura per sostentarsi. Quando viene a conoscenza della possibilità di seguire il corso di cucito decide di partecipare, il cucito non è la sua passione, a lei piace l’inglese, ma pensa che tutto sommato imparare un mestiere, in alternativa agli studi, possa comunque essere utile. Per mesi la incontriamo, ogni giorno, insieme alle altre sarte, è musona, schiva e a volte scontrosa; lavora con i nostri volontari, Alice e Jesus, inizia a fidarsi un pochino e alla fine del corso rivela loro la sua aspirazione: riprendere gli studi. Con il supporto di Alice, che tornata in Italia si attiva per una raccolta fondi per l’erogazione di borse di studio, Tulime torna ad occuparsi di istruzione, come già in passato. Istruzione da queste parti significa sperare; sperare in un futuro migliore, vuol dire avere una chance nella vita, allontanarsi dal villaggio almeno una volta, provare a mettere da parte l’amaro inghiottito durante gli anni più delicati, vuol dire, ancora, avere gli strumenti per prendere in mano la vita e decidere dove portarla. L’istruzione è la chiave.

Inizia così un legame fra Rebentina e Tulime e necessariamente tra lei e me, all’inizio è diffidente, andiamo insieme in città per comprare il corredo per la scuola, lei per tutta la giornata praticamente dice tre parole, non ride mai. Il giorno dopo andiamo in sartoria, Kizito prende le misure per la divisa, lei continua a non sorridere però l’espressione che ha stampata in faccia dice tutto, e io capisco che davvero tutto quello che potesse desiderare è andare a scuola.

Rebentina frequenta la secondary, riprende dal secondo anno, ottiene buoni voti ogni semestre, i migliori sono in lingua inglese. Quando le faccio i complimenti per i voti mi guarda orgogliosa, quasi mi sfida come a dire “beh cosa ti aspettavi?”, io non glielo faccio notare ma a me il suo carattere spigoloso piace e una pagella dopo l’altra, mese dopo mese la stimo un po’ di più. Ogni tanto mi manda un sms (di nascosto perché a scuola i telefonini non si possono usare), a volte il testo del messaggio è di una parola “Mambo?” oppure la buona notte, altre volte mi manda aforismi rigorosamente in inglese tipo “it’s better to walk than running because when you walk you have time to experience something”; l’ultimo me lo ha mandato stamattina, era per San Valentino, per dire a modo suo “ti voglio bene”, sia io che lei siamo forse, vagamente sociopatiche ma lei vince la timidezza via sms e io nell’intimità di poche parole sul display del mio telefono un po’ mi sciolgo perché inevitabilmente anche io gliene voglio. Ci siamo viste spesso ultimamente perché a febbraio sono stati pubblicati i risultati finali e non erano come ce li eravamo aspettati. Rebentina ha lavorato sodo, ha studiato tanto e ha sempre ottenuto buoni voti ma il sistema tanzaniano prevede che durante gli esami finali non si tenga conto della carriera scolastica pregressa dello studente ma esclusivamente del risultato dei test. Intendiamoci, questi esami non sono andati male, ma credo che nemmeno abbiano realmente rispecchiato le reali capacità di Rebentina. In ogni caso, elaborata insieme la delusione iniziale, abbiamo iniziato a pensare al passo successivo e Rebentina, come tre anni fa ha le idee chiare, ha scoperto a scuola che le piacciono la lingua inglese e la natura, vorrebbe diventare una guida turistica oppure un ranger e lavorare nei parchi nazionali, facciamo una ricerca su internet direttamente dalla finestra di casa Tulime, stiracchiando le braccia per ricevere meglio il segnale e scopriamo che ad Iringa esistono vari corsi che preparano a questo tipo di professione, iniziamo ad entusiasmarci, io fantastico di una Rebentina armata che scaccia i bracconieri e scorrazza in jeep per la savana, lei ride. Adesso ride. Rebentina ha un progetto di vita e siamo certi che lo seguirà con la tenacia di chi sa che le opportunità non sono dovute e che la strada bisogna spianarsela da soli. Rebentina per me è il volto del nostro progetto Mwalimu.

Stefania C, Tanzania

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Pubblicato da su 15/02/2017 in Dalla Terra Rossa

 

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Mi.fi.ma: una nuova sfida per Tulime Onlus

Mi.fi.ma: una nuova sfida per Tulime Onlus

Mi.fi.ma è l’acronimo di Mikono na Fikiri ya Maendeleo, mani e pensiero per lo sviluppo. Il progetto, finanziato dalla Chiesa Valdese, ha preso formalmente avvio il 18 gennaio e comprende numerose attività in vari ambiti di intervento e si fonda sulle esperienze pregresse di Tulime nell’area del distretto di Kilolo in Tanzania.  Mi. Fi. Ma prevede la realizzazione di un centro dimostrativo nel quale si svolgeranno attività di varia natura, dall’allevamento all’agricoltura al riciclo creativo.  I fruitori del centro, appartenenti a fasce della popolazione particolarmente vulnerabili come individui affetti da disabilità fisiche e mentali, vedove e orfani, potranno acquisire competenze in vari settori e metterle in pratica accedendo al programma di microcredito. Il progetto prevede inoltre l’attivazione di un polo di distribuzione di creme solari e occhiali a vantaggio di individui affetti da albinismo e di un servizio di bike sharing. Mi. Fi. Ma offrirà un supporto nell’avvio di nuove attività economiche favorendo al contempo l’autonomia individuale e l’iniziativa dei beneficiari.

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Pubblicato da su 16/02/2016 in Segnalazioni

 

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Swahili Fashion Week: ci siamo anche noi!

DSC_0019Sabato 28 novembre Tulime ha partecipato ad un evento di moda ospitato nella residenza dell’ambasciatore italiano in Tanzania. L’evento era parte della Swahili Fashion Week, una manifestazione volta a pubblicizzare gli stilisti emergenti, organizzata da Mr. Hassanali, giovane fashion designer.

I partecipanti hanno esposto le loro creazioni e i numerosi visitatori hanno potuto acquistare prodotti artigianali di qualità che spaziavano dai gioielli all’abbigliamento, ai dipinti.

L’iniziativa, oltre ad essere un’ottima vetrina per le creazioni di Mani d’Africa, ci ha permesso di incontrare persone creative ed interessanti e di gettare le basi per nuove stimolanti collaborazioni.

Oltre ai nostri tirocinanti, Laura e Nicola, e Novetha, ha partecipato all’evento anche Regina, la più giovane fra le nostre sarte. La sua presenza e l’aiuto che ci ha fornito nella descrizione dei prodotti hanno permesso di far comprende ai visitatori quale fossero lo spirito del progetto e le particolarità dei manufatti.

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No More Discrimination Against People with Albinism: un reportage fotografico

La fotografia è una straordinaria macchina da scrivere composta da immagini invece che da lettere, in grado di far sorgere interrogativi sulla vita, mostrare esperienze e vivificare squarci di realtà a noi lontane, forse ancora del tutto sconosciute.

E così Federico Roscioli, un cooperante di Tulime che fa della fotografia la sua arte migliore, ci fa confrontare con un mondo lontano, spesso dimenticato, di cui forse, senza il suo contributo, non avremmo mai conosciuto così a fondo.

Le immagini raccontano una realtà diversa da quella dei “safari” e degli itinerari turistici. Durante la sua permanenza in Tanzania, Federico ha potuto, con l’aiuto di altri cooperanti già presenti, documentare le condizioni di vita della persone affette da albinismo che vivono nel distretto di Kilolo, Regione di Iringa.

Albinismo è una parola derivante dal latino albus che significa “bianco”: si tratta di un’anomalia genetica che fenotipicamente si presenta attraverso la completa o parziale carenza di pigmentazione melaninica nella pelle, nell’iride e nella coroide, nei peli e nei capelli.

Tulime Onlus è impegnata dal 2012 nel progetto No More Discrimination Against People with Albinism (NMDAPA) a favore della popolazione con albinismo presente in Tanzania, in particolare nel distretto di Kilolo, nella regione di iringa. Uno degli obiettivi del progetto è quello di incentivare la conoscenza circa la condizione degli albini in Tanzania, sia in loco che in Italia, per promuovere, da una parte, l’inserimento di questi individui all’interno del tessuto sociale tanzaniano, anche attraverso l’accesso all’assistenza medica, e, dall’altra, incrementare a una maggiore consapevolezza sul tema all’interno della popolazione locale e nazionale. Sono in corso incontri e campagne di sensibilizzazione proprio sull’argomento. Inoltre sono già stati raccolti e si stanno fornendo occhiali da sole, cappelli e creme solari a chi è affetto da questa patologia.

Ecco che le immagini di Federico si trasformano in piccoli ed intensi racconti, sono una raccolta di storie di vita, ricche di gioia e speranza, ma al contempo anche cariche di violenza.

Ci auguriamo che queste fotografie siano uno degli strumenti per dar voce ad una realtà che, ad oggi, voce non ha e che siano in grado di far conoscere e, perché no, anche affezionarsi al nostro progetto No More Discrimination Against People with Albinism in cui tanto crediamo.

Mwanza, Tanzania, July 10, 201

Mwanza, Tanzania, July 10, 201

Chi è Federico Roscioli e perché la fotografia?

Chi è Federico Roscioli non lo so nemmeno io. Mi ritengo una persona curiosa e con molti interessi. Fondamentalmente è la curiosità che mi motiva. Nella fotografia ci sono nato, mio padre è un fotografo di matrimoni a Roma, quindi ho sempre avuto un rapporto con la fotografia e con la macchina fotografica. In realtà non ho mai preso in considerazione l’idea che la fotografia potesse diventare la mia professione, sia perché sarei stato in competizione con mio padre, sia perché non sono mai stato interessato alle feste o ai matrimoni.  Nel 2011/2012 ho fatto uno stage sulla post-produzione fotografica con Claudio Palmisano al 10b Photography, studio di Francesco Zizola. Arrivavano immagini di Yuri Kozirev della primavera araba, di James Natchway sullo tsunami in Giappone. Mi sono detto: “Io voglio fare questo nella vita!”. Ed eccomi qui, ci provo.

Come hai conosciuto Tulime Onlus?

Ho conosciuto Tulime Onlus tramite i racconti di Rosa, una cooperante Tulimiana che da tanti anni collabora attivamente seguendo i progetti in corso. Rosa mi raccontava di Tulime, del suo approccio alla cooperazione di comunità, dei suoi viaggi e dei progetti che vengono portati avanti con l’aiuto dei volontari e delle comunità dei villaggi adottati. Grazie alle sue parole e ai suoi racconti sentiti ed emozionanti, mi sono avvicinato, con la curiosità che mi contraddistingue, a Tulime Onlus ed ho scoperto di aver trovato una realtà interessante con la quale condividere non solo valori e principi, ma anche la possibilità di poter svolgere, come cercavo da tempo, un’esperienza in un paese Terzo.

Ilula, Tanzania, July 23, 2014

Ilula, Tanzania, July 23, 2014

L’Africa Subsahariana è una terra meravigliosa, così come la sua gente. Purtroppo però fanno spesso notizia  le problematiche che la affliggono: fame, approvvigionamento dell’acqua potabile, mancanza di un sistema socio sanitario adeguato, … Pochi conoscono invece l’albinismo, le situazioni in cui vivono le persone affette da questa malattia e che, proprio in Tanzania, questa patologia è molto diffusa. Tulime Onlus è una delle poche associazioni che si occupa di questa realtà con il progetto No more Discrimination against Albinos avviato nel 2012 a favore della popolazione albina presente in Tanzania, in particolare nel distretto di Kilolo. Anche le istituzioni sembrano non interessarsi. Conoscevi già il problema? Perché hai scelto di trattare proprio questo tema?

Mi ero informato sui progetti che Tulime Onlus aveva attivi e subito è nato il mio interesse. È una tematica di cui avevo visto delle foto e che conoscevo solo in parte. Molte delle sfaccettature di questa realtà le ho scoperte solo dopo essere stato in Tanzania. Ho provato a documentarmi ed è stato un argomento che mi ha tirato dentro da sé. Ritengo che sia una situazione di violazione dei diritti umani gravissima soprattutto per uno stato “benestante” come la Tanzania e anche molto turistico (basta pensare a Zanzibar, al Kilimanjaro e ai parchi nazionali), quindi particolarmente esposto alla cultura occidentale.

 L’Africa è un continente pieno di colori e profumi. In questo servizio fotografico non ci sono né colori né profumi. Le tue foto sono tutte in bianco e nero. E’ una scelta importante di fronte ad una malattia che vede nel colore della pelle la sua prima manifestazione. Come mai questa scelta?

Ho pensato questo lavoro in bianco e nero fin dall’inizio. Un po’ perché è effettivamente una questione di pelle bianca e di pelle nera, un po’ perché la vera foto, quella senza tempo, quella che regala più emozioni, è in bianco e nero. I colori, a volte, possono distrarre e io volevo che il messaggio fosse diretto.

Mwanza, Tanzania, July 9, 2014

Mwanza, Tanzania, July 9, 2014

Non c’è un unico soggetto protagonista e vengono rappresentate scene del vivere delle persone con albinismo completamente diverse, così come diversi sono i luoghi del loro abitare e del vivere quotidiano. Ci sono due tipi di foto: foto piene di gente e foto che invece inquadrano una sola persona, in primo piano o semplicemente perché sono dei ritratti. In queste due dimensioni sembra ci sia però un’unità molto forte. Qual è dunque la giusta lettura delle tue foto?

Il progetto nel suo insieme vuole rappresentare uno spaccato il più possibile completo della “questione albinismo” in Tanzania. Il panorama è così ampio che necessariamente doveva comprendere più persone e zone del paese. Nonostante ciò, credo che tutte queste vite siano connesse dalla discriminazione e la totale assenza di prospettive future che ci si trovi nel centro governativo di Shinyanga o a Dar Es Salaam.

Le fotografie  testimoniano una realtà che di solito si nega, una realtà di fronte alla quale molti vorrebbero voltare le spalle, come se non ci fosse … Questo reportage, se di reportage si tratta, ha un carattere di denuncia?

Ti rispondo con una citazione: Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto.” (Horacio Verbitsky)

Ilula, Tanzania, July 21, 2014

Ilula, Tanzania, July 21, 2014

Gli scatti rapiscono volti e i luoghi in cui vivono le persone con albinismo, nel tentativo di rappresentare quella che è la loro condizione e i rapporti con le loro comunità. Ogni  scatto racconta una storia. Che tipo di rapporto hai avuto con i protagonisti delle tue fotografie?

Il rapporto tra persone è dato dalle aspettative di entrambi. Per questo io ci tengo a spiegare ai soggetti perché sono lì e cosa vorrei fare, quindi chiedo il permesso di scattare e poi magari scatto la prima foto dopo mezz’ora. Nel frattempo si chiacchiera, per quanto possibile con un interprete di mezzo. Ho percepito sempre speranza e comprensione nei miei confronti.

Quanto c’è di casuale in queste foto e quanto di preparato? C’è un accordo tra te e il soggetto, nel senso che tu sei al servizio del soggetto oppure aspetti il soggetto e poi scatti?

Nulla è casuale e nulla è preparato. La foto c’è sempre, bisogna solo andarsela a cercare, muoversi, guardare ed aspettare, non faccio altro.

Le fotografie che vedono protagonisti persone con albinismo sono il risultato di una serie di incontri che si sono tenuti con loro. La macchina fotografica a volte può risultare “ingombrante”, vista come una barriera tra il fotografo e il soggetto che può sentirsi a disagio o spaventato. In Africa, soprattutto una realtà come questa richiede sicuramente una certa sensibilità nell’affrontare e superare alcune barriere culturali e fisiche che si possono presentare durante l’incontro di comunità diverse. Quanto è stato, se è stato, difficile per te vedere e raccontare questa realtà?

Per me la macchina fotografica viene dopo. C’è, ce l’ho in spalla, ma posso anche non usarla, è più importante che chi mi sta davanti sia a suo agio. Oltre alla macchina fotografica, risultata a volte una barriera, c’era anche il mio colore della pelle, bianca, e quello dei miei capelli, il biondo a farmi distinguere in Africa. Le difficoltà però sono state principalmente logistiche, ma si supera tutto.

Ilula, Tanzania, July 21, 2014

Ilula, Tanzania, July 21, 2014

La prima volta in Africa. La prima volta con Tulime Onlus. Questo come ha contribuito alla definizione del tuo lavoro?

Tulime Onlus mi ha dato un aiuto enorme per ambientarmi, per sapere come muovermi, per capire dov’ero. Non avrei potuto fare lo stesso da solo. Nel villaggio di Pomerini, dove sono stato ospite a casa Tulime, è stato come essere in viaggio con gli amici, in un’atmosfera sempre serena e cordiale.

Pre Africa – Post Africa. Qualcosa è cambiato in Federico?

Si, la voglia di ripartire, anche se per una nuova meta.

Di albinismo se ne parla ancora troppo poco. La fotografia può davvero aiutare il mondo a capire realtà ancora semi sconosciute come questa? Pensi che, come fotografo, sia una tua responsabilità fornirne un’interpretazione?

Le fotografie pubblicate sui più importanti giornali del mondo hanno mosso le coscienze degli americani portando alla fine della Guerra in Vietnam. Il fotogiornalista può anche fare un lavoro impeccabile (e al momento attuale ha tutti gli strumenti a disposizione per farlo), ma se i mass media non forniscono al pubblico un’informazione completa è tutto vanificato.

Esiste un rapporto direttamente o inversamente proporzionale tra l’informazione che la fotografia ci vuole regalare e il pathos che vuole suscitare. Siamo abituati ormai a visioni pietistiche di determinati difficili argomenti e si rimane sempre più colpiti da fotografie o immagini che ci suscitano un forte e veloce impatto emotivo, ma che nel loro essere sono effimere. Esistono quindi foto dall’effetto WoW e invece i racconti di immagini. L’incontro tra informazione ed emozione e il loro equilibrio rendono diverse le fotografie. Cosa ne pensi, anche rispetto al tuo lavoro?

Io non sono mai soddisfatto delle mie foto, quindi non posso riferirmi ad esso. In generale più informazioni sono presenti in una foto e più la foto è interessante e ci fa soffermare sull’argomento. L’informazione non deve essere unilaterale, ma coinvolgere e lasciarci qualcosa dentro, che si tratta di un dato statistico, di un’immagine o di un’emozione.

E’ la società dell’immagine, bombardata da immagini. Esistono molti canali di diffusione. Ad esempio tu hai scelto il Washington Post. Qual è il tuo criterio di scelta? 

Io non ho scelto il Washington Post, ma il Washington Post ha scelto me. Ogni mio lavoro viene proposto a tutti i contatti che ho. Per questo progetto in particolare ho ricevuto risposte molto positive dalle testate estere, anche se la maggior parte aveva già trattato l’argomento, ma solo il Washington Post è stato interessato a pubblicare le foto. Per l’Italia invece vale un discorso a parte perché non c’è proprio interesse degli editori al riguardo.

Tutte le fotografie si possono visionare sul sito: http://www.washingtonpost.com/news/in-sight/wp/2014/10/06/persons-with-albinism/ e sul sito personale di Federico:  http://www.federicoroscioli.com/Persons-With-Albinism

Francesca Maria Pozzi

 
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Pubblicato da su 05/11/2014 in Uncategorized

 

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WE ARE HAPPY IN TANZANIA!

Happy Hockey in Tanzania… facciamo sul serio!

un anno fa iniziava un’avventura che in 12 mesi ci ha portato a raggiungere grandi risultati tra mille difficoltà sfide, soprattutto grazie al supporto di tanti amici. Il sogno continua, prossimo obbiettivo le Qualificazioni ai Mondiali a Nairobi a settembre 2014.

Continuate a sostenerci, la strada da percorrere affinchè l’hockey in Tanzania diventi uno sport praticato e conosciuto da molti, è ancora lunga…ma è possibile!

Guarda il video di https://www.youtube.com/watch?v=Sxy48XEuFXA

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Pubblicato da su 23/06/2014 in Uncategorized

 

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“Mahusiano yanaanza na wewe”: riflessioni e libertà su disabilità e albinismo

“Mahusiano yanaanza na wewe”: riflessioni e libertà su disabilità e albinismo

Gioco disabilità sensoriale. Kitowo Primary School

Gioco disabilità sensoriale. Kitowo Primary School

I giorni che vanno dal ritorno dalle vacanze fino alla fine del mese di gennaio sono stati, per i tre volontari Sve (me compresa) inseriti nel progetto “No more discriminations against albino people”, gli ultimi giorni di permanenza al villaggio di Pomerini, prima del trasferimento ad Ilula.

I dati che abbiamo raccolto tramite la somministrazione dei questionari presso la Secondary School di Pomerini, ci hanno fornito del materiale indispensabile al fine di strutturare una campagna di informazione e sensibilizzazione che possa effettivamente toccare tutti quegli argomenti poco chiari, tutte quelle “past ideas” and “current discourses” che sono venuti fuori dall’analisi delle risposte degli studenti intervistati.

Parlare di disabilità in Tanzania, di albinismo, di genetica, capire come comunicare, evitando un atteggiamento di superiorità: come “adattare” noi stessi al contesto? Come adattare i nostri modi di comunicare (significati, parole, gesti, modalità) a coloro che ci ascoltano?

Innanzitutto, mai si potrebbe comunicare qualcosa se in prima persona non hai già maturato delle idee sull’argomento da trattare. E’ quello che abbiamo cercato di fare, cercando quante più informazioni e spiegazioni possibili, consultando notizie di cronaca, articoli di stampo legislativo, scientifico ed antropologico. Dopo avere organizzato le nostre idee, è arrivato il momento di capire che filo logico adottare nell’affrontare i vari argomenti: iniziare dalle definizioni, per arrivare alle cause, ai problemi, alla contestualizzazione del problema in Tanzania, fino ad arrivare ai modi in cui si può aiutare, ovvero, la personale presa di reponsabilità.

Questa è la struttura che io e i miei due “compagni di campagna” abbiamo deciso di adottare: quali sono le cause della disabilità e dell’albinismo? Quali sono le cause e le consequenze della disabilità e dell’albinismo? Quali sono i campi in cui i disabili e gli albini vengono discriminati? Come la comunità, i servizi alla persona, la famiglia, la scuola, la legge, possono tutelare i diritti delle persone affette da disabilità e da albinismo? E noi, in prima persona, cosa possiamo fare?

Abbiamo deciso di dare il seguente titolo alla campagna “Mahusiano yanaanza na wewe”, “L’integrazione inizia con te”: è questa l’idea centrale che abbiamo voluto comunicare, l’idea cioè che l’inclusione sia, innanzitutto, una responsabilità, uno sforzo personale. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti di coloro che stanno a noi più vicini o che si trovao dall’altra parte del globo. Forse molti non condividono questa idea di aiuto e solidarietà “a distanza”, nel momento in cui si pensa che ciò che affligge un popolo lontano non ci riguarda in prima persona. Ma questa è la mia idea, e credo nell’assoluta autonomia di pensiero di ognuno, che è anche la base della sua libertà. E’ proprio un senso di libertà quello che abbiamo cercato di comunicare a questi ragazzi/e, bambini/e. L’obiettivo è stato quello non solo di comunicare delle informazioni che potrebbero essere dimenticate dopo qualche giorno se non dopo qualche ora. Il vero obiettivo è stato quello di responsabilizzare e di rafforzare la fiducia personale di decisione e di azione. Sono convinta che la campagna possa avere dato effettivamente un  contributo in questo senso: non è da noi, qui per soltanto qualche mese, che deve iniziare il cambiamento. Dobbiamo dar fiducia a questi ragazzi che con una zappa in mano per l’ora di “kilimo”, “agricoltura”, percorrono ogni giorno la strada corta o, nella maggior parte dei casi, lunga chilometri, che separa la loro casa dalla scuola. Io do fiducia anche a Doto e Princess, che ogni mattina percorrono lunghe distanze , mano nella mano: sono due orfani, sempre pronti a sorriderti. Ogni mattina, guardando quei passi corti, mi sono chiesta quanto impiegassero per andare al “chekachewa”, ovvero, l’ “asilo”.

“Ushirikiano yanaanza na wewe” significa, anche se non letteralmente, “tu sei l’attore del cambiamento”. Abbiamo ritenuto sempre importante sottolineare quanto il sapere ci indichi una strada per stare consapevolmente al mondo e in relazione gli altri: questo non significa che un uomo o una donna senza istruzione non sappiano stare al mondo..non si intende questo. Ma siamo certi che, riguardo certi argomenti, siano stati l’ignoranza e le false informazioni a creare falsi miti, credenze. Noi abbiamo presentato la campagna come possibilità di ascoltare, di chiarire dubbi, di sentire “un’altra voce”e tanti, con nostro grande piacere e stupore, sono stati i dubbi e le domande che ci sono state poste; la possibilità, insomma, di sapere, di farsi un’idea e poi, con la massima libertà nei tempi, nelle modalità e nelle conclusioni, prendere delle decisioni.

Proprio per l’amore e la fiducia che nutro nei confronti dell’umanità, credo che l’accesso al sapere sia una vera e propria opera di giustizia. Convinzioni, miti, hanno approfittato dell’ignoranza per farsi strada: disabili ed albini non sono in grado di lavorare, di studiare, di partecipare alla vita pubblica e alla vita comunitaria; gli albini sono una punizione divina per il comportamento errato di madre e/o famiglia; l’albinismo è mancanza di vitamine, di ferro nel sangue; gli albini sono “wazungu”, Europei, ma non Africani; albini si diventa per l’uso di cosmetici, per gli agenti atmosferici; se tocchi un albino, anche tu diventerai come lui; gli albini non muoiono, ma si dissolvono sotto la pioggia; sono creature sovrannaturali; con i loro corpi i witch doctors possono creare pozioni in grado di guarire, portare fortuna; sono creature con poteri magici…

Sarebbe bello che tutto questo fosse una barzelletta, che ci si possa ridere sopra. Molte volte è successo di vedere dei tanzaniani adulti scoppiare dal ridere a sentire tali idiozie. Eppure in Tanzania, e nel resto dell’Africa, albini hanno perso la vita proprio a causa di queste “idee incredibili”. Dal 2007 circa cinquanta albini hanno perso la vita in Tanzania. Al 2010 risalgono dati di uccisioni, nelle regioni di Mwanza, Shinyanga e Mara. In particolare, Mwnza è una regione principalmente rurale, con un tasso molto basso di alfabetizzazione, dove sono circa 3.000 i witch doctors  ufficialmente registrati.

Le idee sono armi aguzze, riescono a sopravvivere per anni, a rinforzarsi, ad essere trasmesse per generazioni. Bene, se proprio questo è il percorso che le idee e le convinzioni seguono, è bene seguire lo stesso metodo, ovvero trovare altre idee e convinzioni che possano avere la stessa forza, uguale ma contraria.

Personalmente parlando, la regola sempre presente durante la campagna, ovvero quella del non “insegnare” ma di “spingere alla riflessione sulla informazioni fornite” è stata sempre messa in primo piano. A questa umiltà necessaria ha contribuito la consapevolezza che, prima di venire in Tanzania, a parte aver letto alcune notizie sull’albinismo e sui progetti di cooperazione a loro favore, nè io, nè Andrea, nè Ana avevamo delle conoscenze scientifiche e profonde riguardo l’argomento albini e, similmente, sulla questione della disabilità. Anche per noi, non solo per gli studenti, è stato un momento di scoperta e di formazione di idee, un inizio di una personale riflessione. Questo ci ha aiutati a creare una campagna che potesse comunicare in modo semplice, per far comprendere come noi stessi avevamo compreso nei nostri giorni di ricerca e studio dei materiali.

La campagna ha interessato due scuole secondarie, dei villaggi di Pomerini e Ukumbi, e cinque primarie, dei villaggi di Pomerini, Msengela, Kitowo, N’gongwa, Masege. La campagna è stata  differenziata nelle modalità di comunicazione delle informazioni e nella lingua di comunicazione a seconda dei suoi destinatari.

Per quanto riguarda le scuole secondarie, ci è stato chiesto dal preside dell’istututo di poter comunicare in inglese con i ragazzi, in modo che essi potessero acquisire un vocabolario specifico che potesse poi permettere loro di leggere  articoli non escusivamente in lingua swahili.

I ragazzi della Secondary si sono dimostrati molto inclini all’ascolto; hanno mostrato una grande attenzione agli argomenti e tanta curiosità attraverso domande e richieste di chiarimenti.

Cosa è l'albinismo..

Cosa è l’albinismo..

Il contesto della Primary School, che ci ha visti confrontarci con ragazzi e ragazze di più giovane età, ha messo alla prova il nostro swahili. Nonostante i pochi mesi di studio e pratica della lingua, siamo riusciti, con il fondamentale aiuto da parte del nostro amico tanzaniano Noeli nelle traduzioni e nelle spiegazioni, a creare dei cartelloni che, in maniera semplice e divertente potessero affrontare argomenti di così grande spessore, oltre a fornire esempi vicini agli studenti, legati alla vita del villaggio, alle azioni quotidiane, ai problemi percepiti dalla comunità locale. Ci siamo confrontati con Noeli nella scelta degli argomenti da trattare, quelli nei quali era possibile andare più in profondità, quelli da affrontare in maniera un po’ più superficiale: dopo ogni nostro intervento, Noeli comunicava con i ragazzi e le ragazze, fornendo loro esempi pratici in un approccio, di sicuro, più diretto.

 

Msengela Primary School

Msengela Primary School

L’accoglienza generale è stata motivante, in primo luogo da parte degli headmaster che, con il supporto di materiali da noi forniti, si sono offerti di continuare,durante alcune ore di lezioni, l’ approfondimento dell’argomento (in linea con la policy tanzaniana che sta particolarmente pressando sull’argomento della sensibilizzazione circa questi due argomenti), dicendoci che la possibilità di partecipare ad un incontro del genere era una grande possibilità per gli studenti. Per loro significa la possibilità di uscire dall’ “astrattezza” delle lezioni teoriche per affrontare, ci dissero, la “vita vera, quella di tutti i giorni”.

Proprio al fine di rendere la campagna più vicina agli studenti, si sono organizzati dei giochi che hanno messo i ragazzi e le ragazze della scuola primaria e secondaria nella situazione di potere per qualche minuto sperimentare la sensazione del non vedere, del non sentire, del non poter camminare. I giochi hanno così avuto l’obiettivo di fare immedesimare e, allo stesso tempo, di capire il senso della cooperazione nell’aiutare. Disabilità fisiche e mentali, handicap sensoriali che, nell’ottica di un aiuto reciproco, possono “compensarsi”, scoprire debolezze ma, allo stesso tempo, potenzialità dell’altro.

Penso che anche questa attività possa essere considerata una cooperazione, uno scambio: riflettere per comunicare in modo efficace, far sì che gli individui (donne, uomini, bambini, studenti) che ci ascoltano siano del tutto liberi di elaborare le proprie idee: solo delle idee che si sentono proprie vengono tramandate, vengono sentite parte del patrimonio comune.  E un atteggiamento umile e pronto al confronto da entrambe le parti , a questo punto, diventa il punto di forza.

Combattere le idee con le idee, favorire un’evoluzione di pensiero autonoma; combattere i miti, le superstizioni, il pensiero comune che, troppo spesso, ha seminato sterminio che, forse, agli occhi dei “lontani” sembra assurdo, tanto assurdo da divenire inesistente e, infine, ignorato.

 

Kitowo Primary School

Kitowo Primary School

Dedico queste riflessioni a tutti gli studenti che hanno partecipato alla campagna, che ci hanno accolto e che ci hanno spinto a ricercare l’uso di tecniche di comunicazione “alla pari” e ai loro professori, che hanno riconosciuto l’importanza degli argomenti trattati. Grazie a questi ragazzi abbiamo compreso molto più sull’argomento. La voglia di comunicar loro informazioni veritiere ci ha spinti a mettere insieme ricerca e spirito di collaborazione, sia tra noi volontari che, in classe, con gli stessi studenti e studentesse.

Ci prepariamo adesso a portare la stessa campagna presso le scuole di Ilula, dove il confrontarci con una realtà ancora differente ci metterà di fronte a una nuova sfida e ad uno sforzo ulteriore di collaborazione, ascolto e scambio.

Giulia

 
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Pubblicato da su 16/02/2014 in Uncategorized

 

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