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Pomerini e la terra rossa secondo Ornella

Il mio viaggio in Africa non è un sogno realizzato o un obbiettivo raggiunto, il mio viaggio in Africa è un regalo del destino, un meraviglioso regalo.

Era un momento particolare della mia vita, avevo vissuto e studiato a Madrid ed ero rientrata da pochi mesi. Quell’esperienza mi era costata cara e avevo deciso di rimanere a casa, cercare un lavoro più o meno stabile che mi consentisse di studiare e portare avanti progetti concreti che credevo fossero perfetti per me. Dopo quell’esperienza all’estero mi si erano presentate occasioni simili alle quali ho rinunciato perché da buona testarda quel lavoro l’avevo trovato e con lui il mio equilibrio. Tutto sembrava filare a meraviglia, pochi mesi dopo però il mio contratto non è stato rinnovato. Ma niente succede per caso e in quello stesso momento la mia università aveva riaperto il bando per svolgere un tirocinio formativo in un paese extraeuropeo ed io, ne ero venuta a conoscenza per pura casualità grazie ad Anna Laura, la responsabile delle mobilità all’estero del mio dipartimento, dalla quale sono solita passare per due chiacchere quando mi trovo nei paraggi dell’università. Ricordo perfettamente quella frase detta in modo ironico: “perché non vai in Africa?”, ricordo di non aver risposto, aver sorriso ed essere andata via col cuore in gola.

Era l’ennesima opportunità che bussava alla mia porta. Sono rientrata a casa quella mattina pensierosa come non mai e senza dire niente a nessuno ho ragionato per ore, dentro di me una forte diatriba tra il mio solito senso di responsabilità che mi spingeva alla scelta razionale di rimanere a casa, cercare un altro lavoro e proseguire per quella strada e l’istinto, la voglia di conoscere, la curiosità che, ovviamente, mi spingevano nella direzione opposta. Avevo pochi giorni per decidere, ma la risposta era chiara da subito e facevo fatica ad ammetterlo anche a me stessa, mi sentivo egoista, avevo paura di deludere tutti coloro ai quali avevo promesso che non sarei più partita, mi pesava abbandonare i progetti che avevo, anche perché non riguardavano solo me. Nonostante tutto, all’oscuro delle persone a me care, qualche giorno dopo ho avviato le prime pratiche burocratiche e a cose più o meno fatte ho deciso di comunicarlo. Ricordo mia madre e il suo sguardo che vale più di mille parole, la sua paura, la preoccupazione che solo una mamma può avere e quel sorriso di chi per l’ennesima volta era al mio fianco e mi supportava senza remore, ricordo mio fratello e il suo entusiasmo, per lui non potevo fare scelta migliore; mio padre e i suoi modi da interpretare che però quella volta erano chiari, era d’accordo anche lui; la mie super amiche che mi avevano già regalato una valigia e ripetuto per l’ennesima volta che la vita è una e va vissuta nel miglior modo possibile.

Tutti erano dalla mia parte, loro sapevano che non si può chiudere un passerotto in gabbia, altrimenti muore, ed io non sono altro che un piccolo passerotto con un’immensa voglia di volare.

I mesi prima della partenza sono passati veloci e figura fondamentale di questa parte della storia è Stefania, la mia mentore, alla quale spetta tutta la mia gratitudine e riconoscenza. Lei vive qui in Tanzania e lavora per Tulime, l’organizzazione non governativa che mi accoglie e mi consente di collaborare ai suoi progetti.

Ringrazio Stefania per aver risposto alle mie mille domande, per avermi spiegato perfettamente ogni dettaglio di questa nuova esperienza, per la sua professionalità e competenza ma soprattutto per avermi donato incondizionatamente quell’aspetto umano e personale che mi ha trasmesso serenità sin dal primo momento.

Il giorno della partenza si avvicinava ed io mi ero abituata all’idea di dover partire da sola ma, il destino ancora una volta aveva fatto il suo gioco e al mio fianco in questa esperienza è apparsa Simona, una ragazza di Ossi che aveva già fatto il tirocinio in Tanzania e aveva deciso di ritornarci per fare il servizio volontario europeo. Inizialmente l’idea di dover condividere questa esperienza con qualcuno non mi andava tanto a genio ma, dopo averla conosciuta son bastati pochi minuti per capire che sarebbe stata parte importante di questa nuova sfida. Lei ora è la mia amica, la mia ‘Pipu’. Complici da subito siamo salite sul primo aereo e il giorno dopo i nostri piedi poggiavano sulla terra tanzaniana. Ad aspettarci all’aeroporto Stefania e Geni, il suo compagno. Inizia così la mia avventura, uno zaino, due valige e quaranta gradi a Dar es Salaam.

Difficile descrivere le prime sensazioni, tutto era diverso da come l’avevo immaginato. Dar è una città caotica, un mix tra elementi moderni e degrado, un frastuono di rumori, gente che va e viene, odori forti che ti confondono e un caldo pazzesco. Dall’aeroporto ci siamo diretti a Bagamoyo, una città costiera in cui abbiamo trascorso due giorni prima di partire per il villaggio in cui vivo.

Bagamoyo è l’opposto di Dar, è una città tranquilla e la presenza del mare (che non avevo percepito a Dar) mi faceva sentire a casa. Le spiagge di Bagamoyo sono diverse da quella della mia amata Sardegna, sono decorate da palme di cocco e le maree modificano il panorama ogni sei ore. Quando la marea è bassa la spiaggia diventa infinita e l’acqua è lontana, sul fondo si notano i segni di una vita marina che pare si blocchi per poi rivivere qualche ora dopo, in lontananza si vedono le barche dei pescatori colorate dai raggi del sole che rendono il tutto meraviglioso. Nelle ore di alta marea l’acqua si riappropria del suo spazio e in quel paesaggio da cartolina appaiono i volti delle persone intente a fare il bagno in quel mare stranamente caldo. Capita inoltre di vedere greggi di capre passeggiare tranquillamente a riva, guidate da pastori Masai, altra immagine particolare che rende quel luogo speciale.

Ho avuto la fortuna di svegliarmi all’alba, di esser andata in spiaggia prima che il sole sorgesse, come posso raccontarvi quei colori? Quel silenzio, quello specchio d’acqua che brillava alle prima luci del mattino? Io ero lì, immersa nell’oceano Indiano, a godermi lo spettacolo dal vivo, voi, provate ad immaginarlo.

Due giorni in quel paradiso sono stati sufficienti per darmi la giusta carica, ero pronta per arrivare al villaggio nel quale avrei vissuto per i prossimi tre mesi. Dall’albergo in cui alloggiavamo siamo partiti presto, abbiamo preso un bajaji, una sorta di Ape coi sedili al posto del cassone e siamo andati alla stazione per prendere il daladala, un pulmino di circa venti posti sul quale riescono a salire quasi il doppio dei passeggeri; un’ora e mezza di viaggio in cui per la prima volta ho perso il mio spazio vitale, ogni centimetro di quell’abitacolo era occupato da persone, bagagli e persino un mobile, ogni norma di sicurezza alla quale ero abituata era un lontano ricordo: la portiera dell’autista si chiudeva con un passante di ferro, le strade non asfaltate ci regalavano buche che ci scuotevano costantemente. Ero incredula e allo stesso tempo euforica. Quel daladala ci ha portate fino alla stazione dei bus dalla quale abbiamo preso il pullman per Iringa, nove ore di viaggio con due pause di cinque e dieci minuti, il pullman era vecchio, i sedili sfondati e zero aria condizionata, ma fuori dal finestrino un paesaggio incantevole. Per arrivare ad Iringa si passa attraverso un parco naturale protetto e sempre da quel finestrino sono riuscita a vedere zebre, giraffe, elefanti e scimmie, non chiusi in gabbie ma liberi nel loro habitat. Man mano che si percorrevano i chilometri la temperatura cambiava e il caldo afoso diventava aria fresca. La sera siamo arrivate ad Iringa, la città più vicina al villaggio, e sono venuti a prenderci Mr. Mazengo, un signore sulla sessantina, capelli brizzolati e una penna infilata in mezzo, sorriso perenne e modi gentili e Crenaika, una collaboratrice di Tulime. Pochi minuti per andare al mercato e comprare qualcosa da mangiare per poi ripartire sul fuoristrada verso Pomerini. Il sole intanto era tramontato e i fari del Toyota illuminavano quella strada dissestata fatta di terra rossa affiancata da una folta vegetazione che a mala pena riuscivo ad intravedere. Mr. Mazengo guidava veloce, conosce bene quella strada, ha fatto l’autista per tutta la sua vita e la sua esperienza era percepibile, ma la mia paura iniziale era tanta e non riuscivo a nasconderla. Mi guardava sorridente e mi ripeteva: “don’t worry”! Circa un’ora di viaggio e finalmente siamo arrivate a Pomerini, a casa Tulime. Ad aspettarci fuori da casa Mama Novetha, la signora che si prende cura di noi, mamma di Crenaika, Evetta, una loro lontana parente che lavora all’asilo di Pomerini e Regina, una bambina di dieci anni, nipote di Mama Novetha che vive con lei perché i suoi genitori non sono in grado di potersene occupare. Casa Tulime è un edificio a ‘U’ in un lato vivono tutte loro, nell’altro noi e al centro c’è una veranda. Salutato e ringraziato Mr. Mazengo siamo entrate nella nostra parte, Simona e Stefania mi hanno fatto fare un giro esplorativo, una sala grande comune, una piccola cucina, due bagni, una zona con lavandino e ‘docce’, quattro camere da letto al piano terra e la camera di Stefania al primo piano. Pochi minuti per capire come avrei vissuto: niente elettricità, un pannello solare è la nostra unica fonte di energia; niente doccia comune ma una stanzetta con un secchio e una brocca; niente scarico del wc ma un altro secchio da riempire; niente acqua calda se non quella riscaldata nel fuoco; niente frigo, tv e stereo; niente acqua potabile se non quella dei bidoni blu, ovvero bidoni riempiti nell’unico pozzo di acqua potabile della zona. Vietato usare l’acqua corrente per cucinare e lavarsi i denti, carica batterica troppo alta. Infine, obbligo di disinfettare piatti, posate e bicchieri con Amuchina dopo averli lavati. Tutto chiaro!

Era ora di scegliere la mia stanza, senza esitare ho scelto la prima che ho visto, ho disfatto le valige e sistemato le mie cose, inconsapevole che quella è l’unica stanza che si allaga in caso di temporale e, considerando che siamo nella stagione delle piogge tropicali, ho imparato in poco tempo a sollevare qualsiasi cosa da terra al primo accenno di maltempo.

Ora di cena, uovo fritto e insalata, due chiacchere e a letto, eravamo distrutte. La mattina seguente mentre le altre dormivano io sorseggiavo una tazza di caffè seduta nei gradini fuori casa. Galline e pulcini scorrazzavano liberi per il cortile e, inaspettatamente una mandria di mucche pascolava a pochi metri da me, ancora addormentata, tutto mi sembrava surreale. Ora è la mia quotidianità. Sveglie anche le altre, abbiamo fatto un giro intorno alla casa, ho visto l’orto, il frutteto, i maiali, la stalla delle mucche, la capra e ho preso consapevolezza che sotto la tettoia della veranda vivevano nelle loro gabbie circa una dozzina di conigli. Vivo in una sorta di fattoria!

Dopo pranzo abbiamo deciso di fare un giro al villaggio, la mia immaginazione non si era minimamente avvicinata a ciò che stavo vedendo. Pomerini è un villaggio di circa tremila abitanti ma è molto dispersivo e le case sono distribuite in una vasta area, il centro è costituito da una via principale dalla quale si diramano sentieri e piccole strade che conducono ai vari quartieri.

Niente asfalto ma terra rossa ferrosa che pullula di quarzo, abitazioni fatte di pietre e fango, tetti fatti di paglia o lamiera, non credevo ai miei occhi. È un villaggio povero, sperduto su un altopiano di 1800m ma era quello che volevo, volevo vedere coi miei occhi la vera Africa, niente resort o agiatezze, volevo capire fino in fondo la loro cultura e il loro modo di vivere. Facile capire che loro non hanno che lo stretto indispensabile per vivere, difficile paragonare la loro vita alla nostra. Ogni cosa che osservavo era uno schiaffo morale e una lezione di vita. Non hanno niente e il poco che hanno lo condividono, sono sorridenti e si danno da fare, sono un popolo affezionato alla loro terra e difficilmente espatriano.

I bambini di mattina vanno a scuola e alcuni di loro percorrono chilometri per arrivarci, li vedo camminare con la zappa in spalla perché qui sin da piccoli imparano a lavorare; di sera i più grandi portano al pascolo gli animali che appartengono alla famiglia, i piccoli danno una mano a casa o nell’orto. Per loro tutto questo è normale, non sono tristi nel farlo, anzi. Gli adulti si occupano di agricoltura, allevamento e alcuni di loro gestiscono piccoli negozietti.

Il mezzo di trasporto più diffuso è il Pikipiki, una moto a basso costo di origine cinese che utilizzano come taxi e sulla quale caricano di tutto, ancora non mi spiego come riescano a farlo.

Le donne trasportano qualsiasi cosa sulla testa, equilibrio incomprensibile contro ogni legge fisica.

A sole tramontato siamo tornate a casa ed era arrivato il momento di parlare del mio ruolo, del motivo principale del perché sono qui. In quanto studentessa di Scienze Politiche dell’amministrazione, il mio compito è quello di collaborare ai progetti di microcredito MI.FI.MA e M.A.M.B.O avviati da Tulime. Il meccanismo prevede l’erogazione di un prestito in beni materiali e non denaro, destinati a specifiche categorie della popolazione: albini, famiglie disagiate e giovani disoccupati. Coi beni ricevuti gli utenti dovrebbero avviare le loro attività che variano dall’allevamento, all’agricoltura fino alla creazione di piccole attività commerciali e una volta ottenuti i primi risultati dovrebbero restituire in denaro il valore del prestito ricevuto con un interesse irrisorio del 3%. In questo processo sono indispensabili i monitoraggi agli utenti, la raccolta di dati e l’osservazione servono per capire concretamente l’efficienza del progetto.

È da sottolineare il fatto che questi non sono progetti di carità, loro hanno un orgoglio talmente profondo che li spinge ad accettare il prestito solo in vista della restituzione di questo, non sono intenzionati a perdere la loro dignità per niente al mondo. Un’altra lezione di vita.

Le giornate passavano e tra un monitoraggio e l’altro aspettavamo l’arrivo delle altre tre volontarie. La prima ad arrivare è stata Agnese, una ragazza siciliana, alcuni giorni dopo sono arrivate Valeria, di Torino ed Erica, anche lei siciliana. Il gruppo era al completo e potevano iniziare le loro attività. Loro hanno mansioni diverse dalle mie, si occupano di gestire il centro disabili di Tulime e fanno parte di un progetto, You.Com, che riguarda il riciclo. A quest’ultimo, quando mi è possibile partecipo anche io, seguo i training che organizza Stefania e ultimamente abbiamo svolto tutte insieme due giornate di formazione a Dar es Salaam. In due righe ho citato alcuni dei temi più problematici qui in Tanzania: disabili e riciclo.

I disabili, come del resto gli albini, non sempre sono ben visti dalla popolazione in generale, molto spesso i genitori si vergognano e a volte li tengono chiusi in casa, meno spesso per fortuna, li uccidono alla nascita. Il centro di Tulime ha come obbiettivi l’integrazione e la sensibilizzazione ma è un lavoro complesso che richiede tempo.

Il riciclo è invece una possibile soluzione ad un problema diffuso in tutto lo stato. La spazzatura è una piaga importante, non esistono centri di smaltimento dei rifiuti efficienti e nella maggior parte dei casi questi vengono bruciati dalle persone comuni, con tutti i rischi che ne conseguono o vengono buttati in prossimità di fiumi e mari causando un notevole inquinamento.

Un’altra attività che seguiamo tutte insieme sono le lezioni di Swahili, la lingua locale, Stefania è la nostra insegnante e, nonostante l’impegno, devo ammettere che sia una lingua veramente difficile da imparare.

Vivo qui da quasi due mesi e non passa giorno in cui non scopra qualcosa di nuovo, è un’esperienza incredibile, ho avuto la fortuna di immergermi nella loro cultura, ho provato a fare le Baagia, ottime frittelle di fagioli, i vasi di terracotta e i cestini di Milulu; ho viaggiato coi mezzi che usano loro e non con quelli che avrei usato se fossi stata una semplice turista, mangio il loro cibo, nuovi sapori per me. Ogni notte guardo il cielo, anche quello è più bello qui, le stelle sono più vicine, mi siedo nei gradini fuori casa a fissarlo e non smetto di pensare che questa sia l’esperienza più bella della mia vita.

Ornella

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Nuove attività per il programma You Com in Tanzania

Le attività culturali sono un importante elemento del progetto You.com a cui abbiamo il piacere di partecipare come volontari dell’organizzazione Tulime. Il loro scopo principale è quello di introdurci alla realtà locale di cui faremo parte per i prossimi mesi. Per cominciare abbiamo imparato come realizzare dei tradizionali kikapu (particolari cesti locali) con l’aiuto di Mama Novetha, Mama Friday e Theresia, membri della cooperativa che collabora associata a Tulime.

Il processo è cominciato tagliando il milulu, una pianta che cresce in prossimità dei corsi d’acqua, per poi pulirlo e lasciarlo ad essiccare al sole. Una volta asciutto, abbiamo dato inizio alla realizzazione dei nostri cesti. Non è facile descrivere l’intero processo e tutti i differenti modi di intrecciare la pianta, ma abbiamo provato a farlo con l’aiuto delle nostre speciali maestre. Possiamo distinguere due diversi step: il primo consiste nel cominciare intrecciando il bordo del nostro cesto per poi passare alla realizzazione del resto.

E’stato un lungo lavoro, sicuramente difficile da imparare dalla prima volta. Ma la cosa più divertente è stata trascorrere la nostra giornata assieme a queste donne, così piene di energia, per imparare la loro arte e tutte le loro fantastiche abilità manuali!

Uno dei differenti talenti di Mama Novetha è realizzare vasi con la creta. Noi abbiamo avuto la possibilità di vedere ed imparare con lei come riesce a modellare questo elemento naturale. Prima di utilizzarla, la creta va mescolata con l’acqua al fine di renderla più morbida. Per realizzare questa operazione abbiamo usato due strumenti già visti nelle attività precedenti (vedi bagia report): una grande pietra d’appoggio e un pestello. Mama Novetha ci ha aiutato in questa fase che richiedeva una smisurata forza fisica.

Non appena pronto, abbiamo cominciato a modellare il nostro pezzo di creta seguendo le istruzioni di Mama Novetha. E’stato davvero divertente imparare i piccoli trucchi usati da Mama Novetha per lisciare e decorare i vasi.

Mama Novetha era sorpresa dalla nostra abilità (maggiore rispetto a quella mostrata durante la realizzazione dei kikapu) e questo ci ha reso orgogliosi di noi stessi!

La terza attività culturale è stata la visita del Museo di Iringa. Iringa è l’area urbana più vicina a Pomerini e la sua è una storia recente. Infatti, è stata fondata dai tedeschi solo all’inizio del secolo scorso come difesa dalla popolazione locale chiamata Kihehe.

Il Museo è vicino al centro della città ed anche se piccolo, offre una interessante esposizione che ci dà la possibilità di scoprire e apprendere di più sulla storia, la cultura e le tradizioni legate a quest’area e della sua popolazione. Abbiamo cominciato da una breve ma accurata visione generale delle principali battaglie avvenute tra colonizzatori e locali, della politica e della diffusione della religione cristiana. La cosa che ci ha più sorpreso è stato vedere le armi primitive usate in battaglie risalenti solo alla fine del XIX secolo.

Inoltre, abbiamo avuto modo di apprendere di più sul fenomeno della stregoneria all’interno della società passata e attuale. Alcuni dei più diffusi riti venivano descritti da bellissime immagini rappresentative e attraverso gli strumenti maggiormente utilizzati, ma recentemente queste pratiche (divinazione, cure mediche naturali e rituali vari) sono state vietate dal governo perché causa di contrapposizione interne alla popolazione. La visita continuava con un’esposizione di strumenti tradizionali di uso quotidiano, alcuni dei quali ancora importanti per la realizzazione di prodotti locali.

Alla fine della nostra visita fuori pioveva, ma questa non è più una novità, siamo ormai abituati a causa della stagione delle piogge!

 

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Una ludoteca per Pomerini

Vicino casa Tulime c’è un terreno nascosto, è circondato da alberi e cespugli e se non ci si intrufola fra i rami non è possibile sapere cosa c’è dentro. Fino a poco tempo fa non c’era nulla di interessante, solo erba alta, forse qualche animaletto, non ci andavano nemmeno le mucche a pascolare. Da qualche settimana invece, mattone dopo mattone sta prendendo forma una casetta. Abbiamo dovuto aprire un varco per permettere al trattore di andare dentro e scaricare sabbia e sacchi di cemento e quindi ora chi prende la strada che scende verso il fiume si volta curioso e vorrebbe saperne di più. Di chi è la casa? Chi ci abiterà? I muratori rispondono vaghi che è un ufficio per i bambini. A me fa sorridere questa definizione perché in effetti un po’ lo è, non proprio l’ufficio per i bambini quanto l’ufficio dei bambini. Sarà un ufficio colorato e divertente, con tanto verde attorno. I bambini timbreranno il cartellino quando ne avranno voglia e faranno solo i lavoretti che gli piacciono. Sarà uno spazio pensato e votato completamente all’infanzia come non ne esistono altri da queste parti, sarà un luogo di inclusione, dove tutti i bambini sono benvenuti, di tutela, di formazione e soprattutto di svago. Ripongo molte speranze in questo progetto rivolto ai più piccoli, alle nuove generazioni e anche se i lavori procedono speditamente a me sembrano comunque troppo lenti perché vorrei che il centro aprisse già domani.

Stefania

 

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La presentazione di Erica

Mi chiamo Erica La Greca e ho diciannove anni. Ho appena concluso il mio percorso di studi al liceo scientifico, e dopo il conseguimento del diploma, ho preso la decisione di prendere un anno di tempo, per riflettere sul mio futuro, e, allo stesso tempo, per dedicarlo a un esperienza attraverso la quale io possa imparare del nuovo e conoscere realtà diverse dalla mia.

Ho da sempre avuto un interesse nelle culture dei paesi in via di sviluppo.

Vengo da Catania, una città situata nel sud dell’Europa, precisamente in Sicilia.

Il fenomeno dell’immigrazione è quindi a me molto vicino, specialmente in questo periodo storico in cui sono davvero molte le persone che, costrette a dover evadere da difficili situazioni sociali, quali la guerra o la povertà stessa, nella ricerca di qualcosa di migliore, si trovano a passare dalla Sicilia.

Ciò che ho realizzato dopo aver preso parte a diversi progetti svolti dalla mia scuola e con il mio gruppo scout, è la difficoltà che spesso queste persone incontrano nell’integrarsi in un tipo di società con molte differenze rispetto a quelle dalle quali loro provengono.

Venire in Africa è da sempre stato uno dei miei più grandi sogni, per rendermi conto in prima persona e con i miei occhi, come le cose nel mondo cambiano, in base al luogo in cui si nasce e in cui si è abituati a vivere.

Questa è la prima volta che vengo in Tanzania e in Africa in generale.

So che l’Africa è davvero grande ed estesa. Di certo i meccanismi e le realtà non sono uguali nell’intero continente, ma sentivo il bisogno e la curiosità di fare un primo passo e iniziare ad essere coinvolta direttamente, nell’imparare qualcosa da un’altra cultura.

Penso che le diversità possano sempre essere ricchezza per entrambe le parti e per questo sono davvero onorata di essere qui, e di vedere e provare a capire come tante persone sono abituate a vivere.

Ho fatto numerose ricerche al fine di trovare un modo per giungere qui e svolgere attività di volontariato. É proprio grazie a Tulime Onlus che ci sono riuscita.

Sono arrivata circa una settimana fa, e mi trovo qui, a casa Tulime, Pomerini, distretto di Kilolo con altre cinque ragazze.

Stiamo imparando a conoscerci a vicenda e ciò è davvero importante, specialmente per poter collaborare nello stesso progetto e condividere un esperienza così importante.

Anche questo, dal mio punto di vista è un arricchimento, in quanto, anche la condivisione delle proprie capacità e dei propri interessi, sono stimolo per una crescita personale e di gruppo.

Stefania è la nostra mentor; Lei vive qui a Pomerini da parecchio tempo, per questo è molto informata e conosce molte cose riguardo la cultura locale e i suoi meccanismi. 

Ci sta guidando nello svolgimento delle attività, e aiutando nell’imparare e conoscere molti aspetti di questa zona del paese.

Avere qualcuno in grado di guidare in un esperienza forte e importante, come questa, è un elemento davvero fondamentale.

Per questo sono davvero contenta di essere qui e di avere una persona competente e ricca di conoscenze come lei, a supportare me e il mio gruppo SVE.

Inoltre, stiamo anche provando a imparare la lingua locale seguendo delle lezioni di swahili. É abbastanza difficile memorizzare molte parole, ma allo stesso tempo essenziale, al fine di poter comunicare con gli abitanti e abbattere quel distacco sociale che in fondo è dato in gran parte dalla lingua.

Il riciclo è il tema principale del progetto YOU.COM, e per questo che l’obbiettivo di Tulime e Stefania, è quello di insegnare a noi volontarie a discutere riguardo diversi argomenti inerenti ad esso, quali ad esempio l’inquinamento, i problemi ambientali (in particolare modo quelli che affliggono l’Africa) e i processi di produzione di molti materiali che vengono usati da tutti noi quotidianamente.

I workshops di gruppo che regolarmente vengono svolti sono davvero interessanti e ci permettono di cogliere a fondo molti concetti da un punto di vista globale, partendo da considerazioni di tipo più ristretto.

Un punto molto importante del progetto YOU.COM viene rappresentato dalle attività culturali; per questo abbiamo già avuto la possibilità di imparare da alcune donne di Pomerini, a realizzare diversi prodotti locali artigianali. Abbiamo potuto vedere come, attraverso un lungo processo, vengono preparate le Baagia (frittelle di fagioli), e come vengono realizzati i Vikapu (cestini artigianali).

Personalmente, ho trovato fino ad ora tutto davvero molto stimolante e alquanto interessante.

Non so se mai realizzerò quanto un esperienza come questa possa essere importante; ciò che so, è che in questo momento io sto scoprendo nuove realtà e nuove persone.

Credo in questa esperienza e spero di poter iniziare un percorso di studi nel quale inserire ciò che ora sto imparando, al fine di acquisire e sviluppare competenze utili alla cooperazione e alle sue condivisioni culturali.

Erica

 

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Karibu Sana Agnese!

Quando arrivi in aereo, l’Africa la vedi brillare. Sono i tetti fatti di lamiera che luccicano sotto il peso del sole. Una tappa a Zanzibar, l’aereo di turisti si svuota quasi completamente, rimaniamo in undici. Il personale di bordo mi chiede più volte se fossi sicura di dover scendere a Dar. Altra partenza ed altro rapido atterraggio.

Novetha e Fra Paolo mi aspettano già all’aeroporto con un cartello che porta il mio nome.

In un attimo sono nel posto dove ho sempre sognato di essere, su una jeep gialla di sabbia rossa che ho sempre sognato di avere. Da perfetta occidentale mi sento come Nicole Kidman in Australia, con il mio giacchetto vere militare ed il braccio fuori dal finestrino per un viaggio di dieci ore che ci porterà a Pomerini.

Quando arriviamo è notte fonda ma Stefania, Ornella e Simona mi aspettano sveglia con un cartellone di benvenuto. Gli arrivi di notte sono sempre i peggiori, tutto risulta esageratamente nuovo e distorto. Così è anche stavolta. Ornella mi fa fare un rapido giro della casa quasi al buio: il bagno, la doccia, i lavabi. Non mi lavo i denti e non faccio pipì, un po’ per paura di sbagliare qualcosa, un po’ per paura e basta. Chiudo la porta di quella che sarebbe stata la mia camera per i successivi sei mesi e sorprendentemente non piango. Non era poi così tragico.

Di giorno tutto si presenta sotto un’altra luce, riesco anche a fare quella pipì che non avevo fatto la sera prima. Anche la stanza ed il salone hanno assunto una bella luce accogliente che mi ristora.

La tranquillità regna sovrana, qualche pollo scorrazza in cortile mentre Mama Novetha lavora a piedi nudi la creta. Finalmente splende il sole. La pioggia, si sa, ha il potere di ingrigire l’animo come il paesaggio in qualsiasi parte del mondo. Certe cose non cambiano, e questa è una di quelle.

L’ambiente, però, è surreale, di quelli che se non li vedi non li puoi spiegare a parole.

Io sono Agnese, ho 22 anni, una laurea in Scienze della Comunicazione e un passaporto nuovo di zecca. Vengo dalla Sicilia ma ho trascorso a Milano gli ultimi tre anni. La mia passione è da sempre esplorare, luoghi, culture, persone. Forse è per questo che ho studiato giornalismo. La curiosità mi ha sempre guidato ed è la stessa compagna che mi ha condotto qui.

Nei giorni precedenti la partenza rifiutavo di documentarmi sul posto. Niente foto o informazioni sul cibo. Volevo che tutto conservasse quell’aura selvaggia che l’idea di questa esperienza aveva assunto nella mia testa, e che solo una volta arrivata si rivelasse con effetto sorpresa.

Ed eccomi in Africa per il mio primo viaggio intercontinentale. La terra intorno è rossa di ferro e si alterna a distese di campi di pannocchie non ancora mature. Cosa mi aspetta non lo so, la candidatura allo SVE era avvenuta senza neanche pensarci due volte.

Qui il ritmo è lento e ondulatorio, faccio fatica ad abituarmi. Il tempo libero mi riporta rapidamente a casa, a ciò che ho lasciato senza pensare per un periodo un po’ più lungo del solito. Non nascondo che nelle prime notti trascorse qui a Pomerini mi chiedevo se fosse stata la scelta giusta. Ma poi torno in me ed al mio essere “in omnia paratus”. Ora lo so. Non è un viaggio come gli altri, quanto più un’esperienza che non vedo l’ora di intraprendere. C’è il mio contributo da offrire alla comunità locale, ed io non vedo l’ora di agire.

Agnese

 

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Baba Ema

Questa è una storia “Tutto è possibile”…e ce la racconta Stefania.

Tendo a preferire i volti femminili nei miei racconti di vita tanzaniana ma questa volta devo proprio parlare di un uomo.

Il 14 febbraio anche in Tanzania è San Valentino. In questa data è stata scritta una delle dichiarazioni d’amore più belle che Tulime potesse ricevere, anzi una celebrazione d’amore. L’autore è Mr. Yonna Ludasi meglio noto per la famiglia Tulime come Baba Ema.

Baba Ema è appunto il padre di Ema, una delle donne che frequentano il centro “Tutto è possibile”.

Ci fa avere una lettera, è intestata all’ associazione Tulime. E’ una lettera di ringraziamento per l’amore che mostriamo ogni giorno verso sua figlia e per questo ci ringrazia e ci benedice. Non c’è stato un episodio o un motivo particolare a spingerlo a scriverci, semplicemente vuole ricordarci che riconosce il valore e l’importanza di quanto viene fatto al centro. Le parole di Baba Ema sono importanti, confermano che in una società come quella tanzaniana, dove c’è tanto da fare per combattere stereotipi e pregiudizi sulla disabilità, abbiamo degli alleati, e sono alleati fondamentali. Spesso proprio all’interno delle loro famiglie le persone affette da disabilità trovano ostilità e ignoranza e non ricevono alcun tipo di assistenza o supporto, molti si vergognano di avere un parente disabile. Nella famiglia di Ema invece non è così, il capofamiglia, che gode della stima dei suoi concittadini ed è stato più volte sindaco del villaggio, vive la disabilità delle figlie con assoluta serenità (anche la sorella di Ema ha una disabilità fisica); con questo atteggiamento positivo ci ha aiutati a coinvolgere gli altri genitori delle ragazze del centro e a farli partecipare a degli incontri periodici in cui discutere dei loro progressi, ascoltare suggerimenti e richieste. Baba Ema ha sempre dimostrato grande affetto nei nostri confronti mandando a volte un biglietto, altre un coniglio o un pulcino, per dire grazie ancora una volta, per esprimere apprezzamento verso il nostro lavoro.

 Il progetto Tutto è possibile, avviato nel 2014, ha avuto alti e bassi per una serie di ragioni, ma continua ormai da quasi tre anni a coinvolgere persone affette da disabilità  in attività ricreative, con lo scopo di inserirle socialmente e lavorativamente. Il progetto supportato da ricerche e raccolte dati sul campo ci ha permesso di delineare un quadro purtroppo poco rassicurante sulla percezione delle disabilità in Tanzania, la somministrazione di un questionario su un campione numeroso di abitanti di Pomerini ha rivelato che l’atteggiamento diffuso, nel migliore dei casi, sia la tolleranza, non l’accettazione, non la volontà di accorciare le distanze. Il significato del verbo tollerare è molto simile a sopportare, si sopporta un carico, una pena, una sofferenza; il messaggio che “Tutto è possibile” vuole diffondere a partire dall’ altopiano di Iringa è che la disabilità non è un fardello per le famiglie e per la società in generale, le attività del centro dimostrano alla comunità che con un supporto mirato le ragazze possono imparare, divertirsi, lavorare e socializzare. Baba Ema in questo percorso complesso, talvolta scoraggiante, fatto di storie personali difficili spesso drammatiche, è sempre stato dalla parte delle sue figlie spendendo tempo ed energie per coinvolgere e sensibilizzare gli altri genitori, è per noi un punto di riferimento e per tutti un esempio concreto di amore genitoriale a prescindere da tutto.

Stefania

 
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Pubblicato da su 08/03/2017 in Dalla Terra Rossa

 

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Mama Friday

Con un pò di ritardo, e ci scusiamo con Stefania, vogliamo riportare le sue parole e vogliamo condividerle con Voi tutti.

Voglio raccontare un’altra storia nel tentativo di trasformare i numeri in volti e gli obbiettivi da raggiungere in momenti di vita quotidiana.

Questa mattina ho incontrato Mama Friday. E’ una mia vecchia conoscenza, ci siamo incontrate per la prima volta nel 2013 quando io ero una tirocinante che vagava sbalordita per Pomerini e lei una mamma dei cesti dolcissima. Mama Friday partecipa al nostro programma di microcredito. Un anno fa si è presentata agguerritissima a casa Tulime, aveva un’idea, le mancava il capitale. L’abbiamo inserita nel programma senza esitazione ed è stata una scelta saggia. Ora vende baagia, frittelle di fagioli, a Msengela, alla periferia di Pomerini. Lavora sodo, fa progressi, sorride sempre, ogni volta ci accoglie con abbracci, tazze di the fumanti e la sua energia contagiosa. L’ho fotografata spesso, una delle sue foto l’ho regalata al mio relatore di tesi per la mia laurea, è bella di una bellezza profonda ed espressiva, come le madri e l’Africa. Oggi, come sempre quando ci vediamo, abbiamo parlato dell’andamento del business e delle sue aspirazioni; è pronta a restituire il prestito ma vorrebbe comprare una macina per i fagioli, potrebbe produrre il doppio e quindi aumentare i guadagni. Facciamo dei calcoli insieme, il risultato ci soddisfa, compreremo la macina. Parliamo di come vanno le cose da quando ha preso il prestito, risponde con degli esempi disarmanti, mi dice che ora può mettere lo zucchero nel the e cucinare la verdura con l’olio, può sembrare un’affermazione senza senso invece vuol dire tutto, significa dignità.

Le chiedo come vanno le cose a casa, vive con due nipotini che vanno alle elementari e un figlio adolescente, è vedova da quattordici anni, esattamente l’età del ragazzo. Perde, per la prima volta da quando la conosco, la sua espressione serena, poi spiega che il suo bambino sta male, ha una ferita che non guarisce mai, cerco di capire, provo a fare qualche domanda con delicatezza, alla fine sputa fuori una frase a bassa voce, con sofferenza, è cancro, glielo si legge in faccia che è una parola che non comprende del tutto ma altrettanto chiaramente mi rendo conto che sa quali potrebbero essere le conseguenze. Mi si stringe il cuore, la abbraccio stretta questa mia mamma dei cesti che ha sopportato più di quanto sia accettabile. Mentre ci lasciamo ho la nausea, non ci si abitua alla visione della sofferenza, per fortuna. Scrivo alla mia bussola in Italia, in una delle nostre chat quasi quotidiane, la pensa proprio come me ancora una volta, bisogna fare qualcosa. Ci proveremo insieme perché solo così si vincono le partite più difficili.

Questo è il sistema di cui sono ingranaggio, una famiglia enorme, dove c’è sempre spazio per sperare, dove ci sono sempre braccia aperte per accogliere, mani grandi per sorreggere, occhi spalancati per vedere alberi crescere e frutti diventare maturi, dove gli SOS, per quanto silenziosi, ricevono sempre una risposta. Stefania

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