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Pomerini e la terra rossa secondo Ornella

Il mio viaggio in Africa non è un sogno realizzato o un obbiettivo raggiunto, il mio viaggio in Africa è un regalo del destino, un meraviglioso regalo.

Era un momento particolare della mia vita, avevo vissuto e studiato a Madrid ed ero rientrata da pochi mesi. Quell’esperienza mi era costata cara e avevo deciso di rimanere a casa, cercare un lavoro più o meno stabile che mi consentisse di studiare e portare avanti progetti concreti che credevo fossero perfetti per me. Dopo quell’esperienza all’estero mi si erano presentate occasioni simili alle quali ho rinunciato perché da buona testarda quel lavoro l’avevo trovato e con lui il mio equilibrio. Tutto sembrava filare a meraviglia, pochi mesi dopo però il mio contratto non è stato rinnovato. Ma niente succede per caso e in quello stesso momento la mia università aveva riaperto il bando per svolgere un tirocinio formativo in un paese extraeuropeo ed io, ne ero venuta a conoscenza per pura casualità grazie ad Anna Laura, la responsabile delle mobilità all’estero del mio dipartimento, dalla quale sono solita passare per due chiacchere quando mi trovo nei paraggi dell’università. Ricordo perfettamente quella frase detta in modo ironico: “perché non vai in Africa?”, ricordo di non aver risposto, aver sorriso ed essere andata via col cuore in gola.

Era l’ennesima opportunità che bussava alla mia porta. Sono rientrata a casa quella mattina pensierosa come non mai e senza dire niente a nessuno ho ragionato per ore, dentro di me una forte diatriba tra il mio solito senso di responsabilità che mi spingeva alla scelta razionale di rimanere a casa, cercare un altro lavoro e proseguire per quella strada e l’istinto, la voglia di conoscere, la curiosità che, ovviamente, mi spingevano nella direzione opposta. Avevo pochi giorni per decidere, ma la risposta era chiara da subito e facevo fatica ad ammetterlo anche a me stessa, mi sentivo egoista, avevo paura di deludere tutti coloro ai quali avevo promesso che non sarei più partita, mi pesava abbandonare i progetti che avevo, anche perché non riguardavano solo me. Nonostante tutto, all’oscuro delle persone a me care, qualche giorno dopo ho avviato le prime pratiche burocratiche e a cose più o meno fatte ho deciso di comunicarlo. Ricordo mia madre e il suo sguardo che vale più di mille parole, la sua paura, la preoccupazione che solo una mamma può avere e quel sorriso di chi per l’ennesima volta era al mio fianco e mi supportava senza remore, ricordo mio fratello e il suo entusiasmo, per lui non potevo fare scelta migliore; mio padre e i suoi modi da interpretare che però quella volta erano chiari, era d’accordo anche lui; la mie super amiche che mi avevano già regalato una valigia e ripetuto per l’ennesima volta che la vita è una e va vissuta nel miglior modo possibile.

Tutti erano dalla mia parte, loro sapevano che non si può chiudere un passerotto in gabbia, altrimenti muore, ed io non sono altro che un piccolo passerotto con un’immensa voglia di volare.

I mesi prima della partenza sono passati veloci e figura fondamentale di questa parte della storia è Stefania, la mia mentore, alla quale spetta tutta la mia gratitudine e riconoscenza. Lei vive qui in Tanzania e lavora per Tulime, l’organizzazione non governativa che mi accoglie e mi consente di collaborare ai suoi progetti.

Ringrazio Stefania per aver risposto alle mie mille domande, per avermi spiegato perfettamente ogni dettaglio di questa nuova esperienza, per la sua professionalità e competenza ma soprattutto per avermi donato incondizionatamente quell’aspetto umano e personale che mi ha trasmesso serenità sin dal primo momento.

Il giorno della partenza si avvicinava ed io mi ero abituata all’idea di dover partire da sola ma, il destino ancora una volta aveva fatto il suo gioco e al mio fianco in questa esperienza è apparsa Simona, una ragazza di Ossi che aveva già fatto il tirocinio in Tanzania e aveva deciso di ritornarci per fare il servizio volontario europeo. Inizialmente l’idea di dover condividere questa esperienza con qualcuno non mi andava tanto a genio ma, dopo averla conosciuta son bastati pochi minuti per capire che sarebbe stata parte importante di questa nuova sfida. Lei ora è la mia amica, la mia ‘Pipu’. Complici da subito siamo salite sul primo aereo e il giorno dopo i nostri piedi poggiavano sulla terra tanzaniana. Ad aspettarci all’aeroporto Stefania e Geni, il suo compagno. Inizia così la mia avventura, uno zaino, due valige e quaranta gradi a Dar es Salaam.

Difficile descrivere le prime sensazioni, tutto era diverso da come l’avevo immaginato. Dar è una città caotica, un mix tra elementi moderni e degrado, un frastuono di rumori, gente che va e viene, odori forti che ti confondono e un caldo pazzesco. Dall’aeroporto ci siamo diretti a Bagamoyo, una città costiera in cui abbiamo trascorso due giorni prima di partire per il villaggio in cui vivo.

Bagamoyo è l’opposto di Dar, è una città tranquilla e la presenza del mare (che non avevo percepito a Dar) mi faceva sentire a casa. Le spiagge di Bagamoyo sono diverse da quella della mia amata Sardegna, sono decorate da palme di cocco e le maree modificano il panorama ogni sei ore. Quando la marea è bassa la spiaggia diventa infinita e l’acqua è lontana, sul fondo si notano i segni di una vita marina che pare si blocchi per poi rivivere qualche ora dopo, in lontananza si vedono le barche dei pescatori colorate dai raggi del sole che rendono il tutto meraviglioso. Nelle ore di alta marea l’acqua si riappropria del suo spazio e in quel paesaggio da cartolina appaiono i volti delle persone intente a fare il bagno in quel mare stranamente caldo. Capita inoltre di vedere greggi di capre passeggiare tranquillamente a riva, guidate da pastori Masai, altra immagine particolare che rende quel luogo speciale.

Ho avuto la fortuna di svegliarmi all’alba, di esser andata in spiaggia prima che il sole sorgesse, come posso raccontarvi quei colori? Quel silenzio, quello specchio d’acqua che brillava alle prima luci del mattino? Io ero lì, immersa nell’oceano Indiano, a godermi lo spettacolo dal vivo, voi, provate ad immaginarlo.

Due giorni in quel paradiso sono stati sufficienti per darmi la giusta carica, ero pronta per arrivare al villaggio nel quale avrei vissuto per i prossimi tre mesi. Dall’albergo in cui alloggiavamo siamo partiti presto, abbiamo preso un bajaji, una sorta di Ape coi sedili al posto del cassone e siamo andati alla stazione per prendere il daladala, un pulmino di circa venti posti sul quale riescono a salire quasi il doppio dei passeggeri; un’ora e mezza di viaggio in cui per la prima volta ho perso il mio spazio vitale, ogni centimetro di quell’abitacolo era occupato da persone, bagagli e persino un mobile, ogni norma di sicurezza alla quale ero abituata era un lontano ricordo: la portiera dell’autista si chiudeva con un passante di ferro, le strade non asfaltate ci regalavano buche che ci scuotevano costantemente. Ero incredula e allo stesso tempo euforica. Quel daladala ci ha portate fino alla stazione dei bus dalla quale abbiamo preso il pullman per Iringa, nove ore di viaggio con due pause di cinque e dieci minuti, il pullman era vecchio, i sedili sfondati e zero aria condizionata, ma fuori dal finestrino un paesaggio incantevole. Per arrivare ad Iringa si passa attraverso un parco naturale protetto e sempre da quel finestrino sono riuscita a vedere zebre, giraffe, elefanti e scimmie, non chiusi in gabbie ma liberi nel loro habitat. Man mano che si percorrevano i chilometri la temperatura cambiava e il caldo afoso diventava aria fresca. La sera siamo arrivate ad Iringa, la città più vicina al villaggio, e sono venuti a prenderci Mr. Mazengo, un signore sulla sessantina, capelli brizzolati e una penna infilata in mezzo, sorriso perenne e modi gentili e Crenaika, una collaboratrice di Tulime. Pochi minuti per andare al mercato e comprare qualcosa da mangiare per poi ripartire sul fuoristrada verso Pomerini. Il sole intanto era tramontato e i fari del Toyota illuminavano quella strada dissestata fatta di terra rossa affiancata da una folta vegetazione che a mala pena riuscivo ad intravedere. Mr. Mazengo guidava veloce, conosce bene quella strada, ha fatto l’autista per tutta la sua vita e la sua esperienza era percepibile, ma la mia paura iniziale era tanta e non riuscivo a nasconderla. Mi guardava sorridente e mi ripeteva: “don’t worry”! Circa un’ora di viaggio e finalmente siamo arrivate a Pomerini, a casa Tulime. Ad aspettarci fuori da casa Mama Novetha, la signora che si prende cura di noi, mamma di Crenaika, Evetta, una loro lontana parente che lavora all’asilo di Pomerini e Regina, una bambina di dieci anni, nipote di Mama Novetha che vive con lei perché i suoi genitori non sono in grado di potersene occupare. Casa Tulime è un edificio a ‘U’ in un lato vivono tutte loro, nell’altro noi e al centro c’è una veranda. Salutato e ringraziato Mr. Mazengo siamo entrate nella nostra parte, Simona e Stefania mi hanno fatto fare un giro esplorativo, una sala grande comune, una piccola cucina, due bagni, una zona con lavandino e ‘docce’, quattro camere da letto al piano terra e la camera di Stefania al primo piano. Pochi minuti per capire come avrei vissuto: niente elettricità, un pannello solare è la nostra unica fonte di energia; niente doccia comune ma una stanzetta con un secchio e una brocca; niente scarico del wc ma un altro secchio da riempire; niente acqua calda se non quella riscaldata nel fuoco; niente frigo, tv e stereo; niente acqua potabile se non quella dei bidoni blu, ovvero bidoni riempiti nell’unico pozzo di acqua potabile della zona. Vietato usare l’acqua corrente per cucinare e lavarsi i denti, carica batterica troppo alta. Infine, obbligo di disinfettare piatti, posate e bicchieri con Amuchina dopo averli lavati. Tutto chiaro!

Era ora di scegliere la mia stanza, senza esitare ho scelto la prima che ho visto, ho disfatto le valige e sistemato le mie cose, inconsapevole che quella è l’unica stanza che si allaga in caso di temporale e, considerando che siamo nella stagione delle piogge tropicali, ho imparato in poco tempo a sollevare qualsiasi cosa da terra al primo accenno di maltempo.

Ora di cena, uovo fritto e insalata, due chiacchere e a letto, eravamo distrutte. La mattina seguente mentre le altre dormivano io sorseggiavo una tazza di caffè seduta nei gradini fuori casa. Galline e pulcini scorrazzavano liberi per il cortile e, inaspettatamente una mandria di mucche pascolava a pochi metri da me, ancora addormentata, tutto mi sembrava surreale. Ora è la mia quotidianità. Sveglie anche le altre, abbiamo fatto un giro intorno alla casa, ho visto l’orto, il frutteto, i maiali, la stalla delle mucche, la capra e ho preso consapevolezza che sotto la tettoia della veranda vivevano nelle loro gabbie circa una dozzina di conigli. Vivo in una sorta di fattoria!

Dopo pranzo abbiamo deciso di fare un giro al villaggio, la mia immaginazione non si era minimamente avvicinata a ciò che stavo vedendo. Pomerini è un villaggio di circa tremila abitanti ma è molto dispersivo e le case sono distribuite in una vasta area, il centro è costituito da una via principale dalla quale si diramano sentieri e piccole strade che conducono ai vari quartieri.

Niente asfalto ma terra rossa ferrosa che pullula di quarzo, abitazioni fatte di pietre e fango, tetti fatti di paglia o lamiera, non credevo ai miei occhi. È un villaggio povero, sperduto su un altopiano di 1800m ma era quello che volevo, volevo vedere coi miei occhi la vera Africa, niente resort o agiatezze, volevo capire fino in fondo la loro cultura e il loro modo di vivere. Facile capire che loro non hanno che lo stretto indispensabile per vivere, difficile paragonare la loro vita alla nostra. Ogni cosa che osservavo era uno schiaffo morale e una lezione di vita. Non hanno niente e il poco che hanno lo condividono, sono sorridenti e si danno da fare, sono un popolo affezionato alla loro terra e difficilmente espatriano.

I bambini di mattina vanno a scuola e alcuni di loro percorrono chilometri per arrivarci, li vedo camminare con la zappa in spalla perché qui sin da piccoli imparano a lavorare; di sera i più grandi portano al pascolo gli animali che appartengono alla famiglia, i piccoli danno una mano a casa o nell’orto. Per loro tutto questo è normale, non sono tristi nel farlo, anzi. Gli adulti si occupano di agricoltura, allevamento e alcuni di loro gestiscono piccoli negozietti.

Il mezzo di trasporto più diffuso è il Pikipiki, una moto a basso costo di origine cinese che utilizzano come taxi e sulla quale caricano di tutto, ancora non mi spiego come riescano a farlo.

Le donne trasportano qualsiasi cosa sulla testa, equilibrio incomprensibile contro ogni legge fisica.

A sole tramontato siamo tornate a casa ed era arrivato il momento di parlare del mio ruolo, del motivo principale del perché sono qui. In quanto studentessa di Scienze Politiche dell’amministrazione, il mio compito è quello di collaborare ai progetti di microcredito MI.FI.MA e M.A.M.B.O avviati da Tulime. Il meccanismo prevede l’erogazione di un prestito in beni materiali e non denaro, destinati a specifiche categorie della popolazione: albini, famiglie disagiate e giovani disoccupati. Coi beni ricevuti gli utenti dovrebbero avviare le loro attività che variano dall’allevamento, all’agricoltura fino alla creazione di piccole attività commerciali e una volta ottenuti i primi risultati dovrebbero restituire in denaro il valore del prestito ricevuto con un interesse irrisorio del 3%. In questo processo sono indispensabili i monitoraggi agli utenti, la raccolta di dati e l’osservazione servono per capire concretamente l’efficienza del progetto.

È da sottolineare il fatto che questi non sono progetti di carità, loro hanno un orgoglio talmente profondo che li spinge ad accettare il prestito solo in vista della restituzione di questo, non sono intenzionati a perdere la loro dignità per niente al mondo. Un’altra lezione di vita.

Le giornate passavano e tra un monitoraggio e l’altro aspettavamo l’arrivo delle altre tre volontarie. La prima ad arrivare è stata Agnese, una ragazza siciliana, alcuni giorni dopo sono arrivate Valeria, di Torino ed Erica, anche lei siciliana. Il gruppo era al completo e potevano iniziare le loro attività. Loro hanno mansioni diverse dalle mie, si occupano di gestire il centro disabili di Tulime e fanno parte di un progetto, You.Com, che riguarda il riciclo. A quest’ultimo, quando mi è possibile partecipo anche io, seguo i training che organizza Stefania e ultimamente abbiamo svolto tutte insieme due giornate di formazione a Dar es Salaam. In due righe ho citato alcuni dei temi più problematici qui in Tanzania: disabili e riciclo.

I disabili, come del resto gli albini, non sempre sono ben visti dalla popolazione in generale, molto spesso i genitori si vergognano e a volte li tengono chiusi in casa, meno spesso per fortuna, li uccidono alla nascita. Il centro di Tulime ha come obbiettivi l’integrazione e la sensibilizzazione ma è un lavoro complesso che richiede tempo.

Il riciclo è invece una possibile soluzione ad un problema diffuso in tutto lo stato. La spazzatura è una piaga importante, non esistono centri di smaltimento dei rifiuti efficienti e nella maggior parte dei casi questi vengono bruciati dalle persone comuni, con tutti i rischi che ne conseguono o vengono buttati in prossimità di fiumi e mari causando un notevole inquinamento.

Un’altra attività che seguiamo tutte insieme sono le lezioni di Swahili, la lingua locale, Stefania è la nostra insegnante e, nonostante l’impegno, devo ammettere che sia una lingua veramente difficile da imparare.

Vivo qui da quasi due mesi e non passa giorno in cui non scopra qualcosa di nuovo, è un’esperienza incredibile, ho avuto la fortuna di immergermi nella loro cultura, ho provato a fare le Baagia, ottime frittelle di fagioli, i vasi di terracotta e i cestini di Milulu; ho viaggiato coi mezzi che usano loro e non con quelli che avrei usato se fossi stata una semplice turista, mangio il loro cibo, nuovi sapori per me. Ogni notte guardo il cielo, anche quello è più bello qui, le stelle sono più vicine, mi siedo nei gradini fuori casa a fissarlo e non smetto di pensare che questa sia l’esperienza più bella della mia vita.

Ornella

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Nuove da Pomerini: Simona e Ornella

Eccole, Simona e Ornella. Due ragazze in gambissima che sono partite alla scoperta della Tanzania, delle sue tradizioni, dei suoi colori, delle persone che la abitano.

E hanno deciso di farlo con Tulime. Ed eccole che ci raccontano le loro prime impressioni e ci danno delle informazioni importanti su quello che succede nel villaggio di Pomerini.

Ciao, sono Ornella Oggiano, ho 26 anni, vengo da Osilo, un paesino del nord Sardegna e studio Scienze Politiche dell’Amministrazione nella Facoltà degli studi di Sassari. Nel 2015 mi è stata assegnata la borsa Erasmus, ho vissuto a Madrid e studiato all’Universidad Autonoma, è stata un’esperienza molto intensa, ho imparato una nuova lingua, conosciuto una nuova cultura ma soprattutto ho conosciuto profondamente me stessa, ho scoperto uno spirito di adattamento, un’estrema curiosità di conoscere e scoprire cose nuove che non pensavo mi appartenessero. Per questo ho deciso di intraprendere questo viaggio in Tanzania, grazie al quale parteciperò al programma di microfinanza nell’ambito dei progetti MI.FI.MA e MA.MBO promossi dall’associazione TULIME. Da questa esperienza mi aspetto di acquisire conoscenze tecniche che arricchiranno il mio profilo professionale ma soprattutto mi aspetto un’esperienza di vita indimenticabile che cambierà il mio modo di percepire il mondo, che lascerà dentro di me un qualcosa di profondo che porterò per sempre dentro al cuore. Sono arrivata a Pomerini un po di giorni fa e le mie prime impressioni ed emozioni sono talmente forti che ho difficoltà ad esprimerle. Chiaro segnale di ciò che prospettavo. Ornella

“il vento tra il, grano, gli infiniti silenzi e i tramonti liberi.
Il suo cielo profondo con le mille stelle brillanti.
L’Africa è una preghiera semplice che ti entra dentro nel profondo e ti fa capire quanto bella ed intesa sia la vita.”

Quando alla fine del mio tirocinio scrissi queste parole sulla mia agenda di lavoro tra le lacrime inncessanti, sentivo come se nei tre mesi trascorsi a Pomerini avessi lasciato anche un pezzo della mia anima. Un’esperienza che mi ha formata, segnata, educata e tutta un’altra serie di emozioni e sensazioni che al momento della richiesta del traning non mi aspettavo.
Ma prima di entrare nel dettaglio, vorrei dirvi almeno chi sono.
Io mi chiamo Simona Serra, ho 28 anni e provengo da Ossi, nella provincia di Sassari. Sono una studentessa iscritta al corso di “Scienze Politiche e Relazioni Internazionali” presso l’Unversità di Sassari. In seguito al mio Erasmus study, ho capito quanto importante fosse riuscire ad avere esperienze di studio/lavoro all’estero.
Presa conoscenza di un possibile tirocinio in Tanzania grazie ai racconti coinvolgenti di ex stagisti e della stessa coordinatrice di Tulime in Tanzania, Stefania Ceruso, decisi di presentare domanda per il bando Ulisse, che tramite una borsa di studio elargita dall’Università di Sassari, permette di fare esperienze sia lavorative che di studio, non soltanto in Europa, ma in tutto il mondo.
Vinsi una borsa di studio di tre mesi, da Febbraio a Maggio 2015. 
Furono dei mesi intensissimi, ma purtroppo molto veloci.
Ho partecipato al progetto microcredito che si occupa di dare un prestito in beni, con una somma compresa tra i 60’000 ed i 100’000, tra i 25 ed i 50 €, una somma davvero irrisoria che cambia del tutto la loro vita.

Con una selezione accurata degli utenti ( abitanti del villaggio di Pomerini, con situazioni economiche disastrose e con grosse difficoltà), che hanno avuto in concessione il prestito, abbiamo iniziato ad avviare il progetto: questi  piccoli prestiti permettono di dare inizio ad una piccola attività a scelta tra l’allevamento, l’agricoltura e una piccola attività commerciale. Una volta che si portarono alla pratica i loro progetti, iniziarono tutti gli affiancamenti,  le consulenze e i monitoraggi che hanno creato un rapporto non solo formale e lavorativo, ma anche più umano.
In Tanzania le cose da fare sono veramente tantissime, e così anche le idee per cercare di affrontare o migliorare determinate situazioni.
Sotto la cura di Stefania e con immenso entusiasmo, provai ad inserirmi anche negli altri progetti di Tulime, ogni progetto era troppo importante ed interessante, ogni cosa riuscissi ad apprendere, creavano in me una ricchezza tecnica e sopratutto umana.
Col passare dei giorni, presi maggior confidenza con la lingua nazionale (swahili), riuscendo a stringere relazioni più strette con gli abitanti del villaggio: Mama Novetha a cui devo la mia conoscenza culinaria locale, le donne della cooperativa manufatturiera di cestini, le ragazze disabili del progetto “Tutto è possibile”, i bambini del centro Tabasamu e delle scuole, i collaboratori locali. Tutti mi lasciavano qualcosa, storie di vita che iniziavano qua tra la terra rossa ed i campi coltivati, lontana Kilometri dalla mia realtà fatta di cemento e asfalto, acqua corrente, medicine e cibo abbondante, diritti.
I mesi passarono veloci tra resoconti lavorativi e girotondi con i bambini, tra la conoscenza delle immense problematiche degli albini, alle ore passate a coltivare l’orto.
La fine della mia permanenza, mi diede seriamente un grande dispiacere. Se fossi potuta rimanere per sempre sarei restata, pur di non andare via da tutto quello.
Lasciare casa Tulime e Pomerini, i suoi abitanti, i coordinatori era uno strazio tremendo.
Salendo sulla macchina per il rientro, tra i singhiozzi, le lacrime, gli abbracci e saluti, mi ripromisi di tornare.
I primi mesi dopo il rientro furono veramente duri, ma poi misi da parte il ricordo attendendo un’occasione utile per poter ripartire.
 Quando a Gennaio venni a conoscenza del bando per lo SVE ( Servizio Volontario Europeo) con il progetto YOU.COM, trovandolo particolarmente adatto alle mie attitudini e conoscenze, colsi subito la palla al balzo ed inviai la candidatura, sperando di essere presa.

Il progetto YOU.COM mi ha subito affascinata, un progetto realizzato da Tulime con diversi patner provenienti da tutto il mondo, con tema principale il riciclo. Il progetto prevede vari workshop ed informazione sullo smaltimento di rifiuti ed il riciclo, coinvolgendo la popolazione.

Ora, avendo ricevuto un responso positivo da Tulime, mi trovo di nuovo nel villaggio, sono arrivata solo ieri, ma sembra quasi che non me ne sia mai andata.
I sorrisi ed i collaboratori che ho avuto piacere di rivedere, mama Novetha che si preoccupa particolarmente della nostra alimentazione, Ilomo ( ragazzo delle mucche) sempre sorridente ma riservato, i campi di grano, l’orto, gli animali tutto è rimasto qua perfettamente intatto.
Non manca che l’inizio effettivo dei lavori, che non vedo l’ora che partano.
Ora una parola sola mi riecheggia nella testa e mi da tantissima felicità: Karibu tena!   Simona

 

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Chi ben comincia…

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A Pomerini siamo nel vivo di Mi.Fi.Ma, ieri abbiamo erogato il primo prestito, la beneficiaria è Leuda, ha 21 anni ed è madre di una bimba di 2. Leuda è una delle poche, fra le 60 persone coinvolte nel programma di prestiti, ad aver scelto di avviare un’attività di piccola imprenditoria; venderà zuppa di pollo al centro del villaggio. Oggi è stata la prima giornata di attività e noi abbiamo passato un po’ di tempo con lei per supportarla nel suo nuovo lavoro e monitorare i primi guadagni.

Rachel ha aiutato Leuda, all’alba, a preparare la zuppa, poi hanno scelto una piccola tettoia, fra le tante in disuso nel cuore del villaggio e hanno iniziato a vendere. Noi siamo arrivati qualche ora dopo e la zuppa era quasi finita. L’entusiasmo di Leuda e Rachel ci ha presto contagiati ed Enrico, il nostro tirocinante di economia proveniente dall’Università di Sassari, ha preso così seriamente il monitoraggio che alla fine la zuppa ha voluto mangiarla pure lui.

Leuda si è detta soddisfatta della prima giornata di lavoro anche se ammette, ci sono degli accorgimenti da prendere, le porzioni erano troppo abbondanti e sarebbe stato utile avere dei chapati da servire con la zuppa, aggiunge che rimedierà ad entrambe le cose domani utilizzando parte del capitale guadagnato per acquistare quanto necessario.

Nei prossimi giorni continueremo ad erogare i prestiti ed a svolgere i primi monitoraggi con la certezza che questo primo successo sia di buon auspicio per la riuscita di un progetto che ogni giorno si rivela più stimolante, utile e ben disegnato sulle esigenze delle comunità che lo ospitano.

 

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Si inizia!

Ecco un’altra testimonianza da Casa Tulime.

Questa volta sono le parole di Enrico Cau, un tirocinante. Grazie alle sue parole possiamo scoprire qualcosa di più sul progetto Mi.Fi.Ma, i suoi beneficiari e lo stato di avanzamento.

Non nego di sentirmi come uno scolaro al suo primo giorno di scuola, collaborare ad un progetto di cui son stato finanziatore l’anno precedente, poter vedere da vicino il suo sviluppo e il lavoro che vi è dietro è un qualcosa di entusiasmante.

Per questo motivo appena ho avuto l’occasione son arrivato in Tanzania tramite il programma Ulisse e ho deciso di basare la mia tesi di laurea sul progetto MI.FI.MA e del suo impatto sui beneficiari.

Al momento, siamo nella fase iniziale del progetto, la quale consiste nel rilevare e selezionare i beneficiari, compito reso arduo dalle difficoltà nel reperire le informazioni e dalle piogge incessanti,  ma con un po’ di pazienza e buona volontà si riesce a risolverle tutte.

Ma ritorniamo al mio primo giorno, aspettiamo la macchina che dovrebbe arrivare alle 9:30 ( scrivo “dovrebbe” perché qua in Africa non si ha la frenesia di esser puntuali o di correre da una parte all’altra come da noi, qua si fanno le cose con calma con molto più relax, non ci si stressa per via del  tempo),  appena arrivata trovo dentro ad accogliermi i due giovani collaboratori locali, Abisai e Rachel, e l’autista Joseph, li saluto e salgo, prima destinazione il Sindaco del villaggio di Kihesa Mgagao.

Dopo una decina di minuti e qualche scossone in macchina ( le strade sono in sterrato e le piogge non le hanno lasciate in buone condizioni) arriviamo dal Sindaco, il quale, dopo avergli esposto il nostro progetto grazie alla nostra front Woman Rachel, ci fornisce alcuni nomi di persone facenti parte dell’utente target e si offre di accompagnarci.

Raggiunto il luogo del primo beneficiario scendiamo e ci dirigiamo verso un campo di cavoli, li troviamo la capo area del villaggio con altre due donne impegnate a lavorare nel campo, dopo un breve colloquio per avere le informazioni del beneficiario inerenti all’età, componenti del nucleo familiare, quale lavoro svolge ed altre, salutiamo e partiamo per il prossimo.

Il beneficiario successivo è una giovane ragazza sulla ventina, appena Rachel ha iniziato ad esporle il progetto, sembrava molto entusiasta, sorrideva in continuazione, ed è in queste situazioni in cui ti accorgi che questo progetto può cambiare la vita di una persona, aiutarla a raggiungere un benessere sociale difficilmente raggiungibile con un entrata mensile di 20.000 shellini, circa 8 €, di cui la maggior parte serve per il sostentamento del nucleo familiare e la rimanenza, se vi è, la si reinveste nell’attività produttiva. Concluso il colloquio la salutiamo e saliamo in macchina per dirigerci verso il successivo beneficiario.

Compito reso difficile da un pulmino fermo che blocca la strada, il Sindaco ci suggerisce allora una “strada alternativa”, bene, questa alternativa, di “strada” non aveva niente, era solo un passaggio stretto ed in mezzo alla vegetazione, ma grazie alle ottime abilità di guida del nostro autista Joseph ne siamo usciti indenni e abbiamo raggiunto il beneficiario successivo dopo una breve camminata.

Anche in questo caso si tratta di una giovane ragazza ( si preferisce avere beneficiari donne poiché vi è una maggiore fedeltà nella promessa di restituzione del prestito), anche lei molto felice di poter partecipare al progetto e dopo aver recuperato tutte le informazioni necessarie, ci dirigiamo a Casa Tulime a Pomerini per il pranzo, non prima di essersi dato appuntamento con i collaboratori per un briefing sull’andamento del progetto e sulle successive azioni da compiere.

Finisce così il mio primo ed entusiasmante giorno di lavoro, il quale mi è servito per rendermi conto della realtà locale, dei vari problemi e necessità presenti, ma anche della volontà di non mollare e andare avanti delle persone, le quali hanno sempre un sorriso da mostrare e dell’enorme utilità e beneficio che il progetto MI.FI.MA può portare a queste persone.

Enrico

 
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Pubblicato da su 23/04/2016 in Dalla Terra Rossa

 

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Mi.Fi.Ma: le prime lezioni ed incontri

Il centro dimostrativo del progetto Mi.Fi.Ma prende forma rapidamente. Ieri mattina abbiamo ricevuto i primi visitatori. Un gruppo di studenti e docenti provenienti dalla DIA del villaggio di Ngongwa (Dabaga Institute of Agriculture) ha assistito ad una lezione sull’installazione di un impianto irriguo a goccia e sui suoi benefici. L’impianto, installato la scorsa settimana in un campo dimostrativo realizzato nell’ambito del progetto Vitamine per Kilolo, è una delle componenti essenziali per la realizzazione ed il buon funzionamento del centro dimostrativo.

Gli studenti e i docenti dopo aver visitato i campi sperimentali di casa Tulime hanno potuto discutere con il Dott. Pernice degli aspetti tecnici e dei vantaggi che un impianto simile può apportare.

Questo momento di formazione ha permesso a studenti e docenti di prendere confidenza con un metodo di irrigazione totalmente nuovo in questa zona. Oltre alla parte teorica hanno avuto la possibilità di vedere l’impianto in funzione e di studiarne la struttura.

L’obiettivo primario di Mi.Fi.Ma è ottenere uno spazio dimostrativo in cui convivono varie attività differenti che i fruitori possono “toccare con mano” e sperimentare concretamente.

 
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Pubblicato da su 05/03/2016 in Dalla Terra Rossa

 

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Mi.fi.ma: una nuova sfida per Tulime Onlus

Mi.fi.ma: una nuova sfida per Tulime Onlus

Mi.fi.ma è l’acronimo di Mikono na Fikiri ya Maendeleo, mani e pensiero per lo sviluppo. Il progetto, finanziato dalla Chiesa Valdese, ha preso formalmente avvio il 18 gennaio e comprende numerose attività in vari ambiti di intervento e si fonda sulle esperienze pregresse di Tulime nell’area del distretto di Kilolo in Tanzania.  Mi. Fi. Ma prevede la realizzazione di un centro dimostrativo nel quale si svolgeranno attività di varia natura, dall’allevamento all’agricoltura al riciclo creativo.  I fruitori del centro, appartenenti a fasce della popolazione particolarmente vulnerabili come individui affetti da disabilità fisiche e mentali, vedove e orfani, potranno acquisire competenze in vari settori e metterle in pratica accedendo al programma di microcredito. Il progetto prevede inoltre l’attivazione di un polo di distribuzione di creme solari e occhiali a vantaggio di individui affetti da albinismo e di un servizio di bike sharing. Mi. Fi. Ma offrirà un supporto nell’avvio di nuove attività economiche favorendo al contempo l’autonomia individuale e l’iniziativa dei beneficiari.

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Pubblicato da su 16/02/2016 in Segnalazioni

 

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