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Pomerini e la terra rossa secondo Ornella

Il mio viaggio in Africa non è un sogno realizzato o un obbiettivo raggiunto, il mio viaggio in Africa è un regalo del destino, un meraviglioso regalo.

Era un momento particolare della mia vita, avevo vissuto e studiato a Madrid ed ero rientrata da pochi mesi. Quell’esperienza mi era costata cara e avevo deciso di rimanere a casa, cercare un lavoro più o meno stabile che mi consentisse di studiare e portare avanti progetti concreti che credevo fossero perfetti per me. Dopo quell’esperienza all’estero mi si erano presentate occasioni simili alle quali ho rinunciato perché da buona testarda quel lavoro l’avevo trovato e con lui il mio equilibrio. Tutto sembrava filare a meraviglia, pochi mesi dopo però il mio contratto non è stato rinnovato. Ma niente succede per caso e in quello stesso momento la mia università aveva riaperto il bando per svolgere un tirocinio formativo in un paese extraeuropeo ed io, ne ero venuta a conoscenza per pura casualità grazie ad Anna Laura, la responsabile delle mobilità all’estero del mio dipartimento, dalla quale sono solita passare per due chiacchere quando mi trovo nei paraggi dell’università. Ricordo perfettamente quella frase detta in modo ironico: “perché non vai in Africa?”, ricordo di non aver risposto, aver sorriso ed essere andata via col cuore in gola.

Era l’ennesima opportunità che bussava alla mia porta. Sono rientrata a casa quella mattina pensierosa come non mai e senza dire niente a nessuno ho ragionato per ore, dentro di me una forte diatriba tra il mio solito senso di responsabilità che mi spingeva alla scelta razionale di rimanere a casa, cercare un altro lavoro e proseguire per quella strada e l’istinto, la voglia di conoscere, la curiosità che, ovviamente, mi spingevano nella direzione opposta. Avevo pochi giorni per decidere, ma la risposta era chiara da subito e facevo fatica ad ammetterlo anche a me stessa, mi sentivo egoista, avevo paura di deludere tutti coloro ai quali avevo promesso che non sarei più partita, mi pesava abbandonare i progetti che avevo, anche perché non riguardavano solo me. Nonostante tutto, all’oscuro delle persone a me care, qualche giorno dopo ho avviato le prime pratiche burocratiche e a cose più o meno fatte ho deciso di comunicarlo. Ricordo mia madre e il suo sguardo che vale più di mille parole, la sua paura, la preoccupazione che solo una mamma può avere e quel sorriso di chi per l’ennesima volta era al mio fianco e mi supportava senza remore, ricordo mio fratello e il suo entusiasmo, per lui non potevo fare scelta migliore; mio padre e i suoi modi da interpretare che però quella volta erano chiari, era d’accordo anche lui; la mie super amiche che mi avevano già regalato una valigia e ripetuto per l’ennesima volta che la vita è una e va vissuta nel miglior modo possibile.

Tutti erano dalla mia parte, loro sapevano che non si può chiudere un passerotto in gabbia, altrimenti muore, ed io non sono altro che un piccolo passerotto con un’immensa voglia di volare.

I mesi prima della partenza sono passati veloci e figura fondamentale di questa parte della storia è Stefania, la mia mentore, alla quale spetta tutta la mia gratitudine e riconoscenza. Lei vive qui in Tanzania e lavora per Tulime, l’organizzazione non governativa che mi accoglie e mi consente di collaborare ai suoi progetti.

Ringrazio Stefania per aver risposto alle mie mille domande, per avermi spiegato perfettamente ogni dettaglio di questa nuova esperienza, per la sua professionalità e competenza ma soprattutto per avermi donato incondizionatamente quell’aspetto umano e personale che mi ha trasmesso serenità sin dal primo momento.

Il giorno della partenza si avvicinava ed io mi ero abituata all’idea di dover partire da sola ma, il destino ancora una volta aveva fatto il suo gioco e al mio fianco in questa esperienza è apparsa Simona, una ragazza di Ossi che aveva già fatto il tirocinio in Tanzania e aveva deciso di ritornarci per fare il servizio volontario europeo. Inizialmente l’idea di dover condividere questa esperienza con qualcuno non mi andava tanto a genio ma, dopo averla conosciuta son bastati pochi minuti per capire che sarebbe stata parte importante di questa nuova sfida. Lei ora è la mia amica, la mia ‘Pipu’. Complici da subito siamo salite sul primo aereo e il giorno dopo i nostri piedi poggiavano sulla terra tanzaniana. Ad aspettarci all’aeroporto Stefania e Geni, il suo compagno. Inizia così la mia avventura, uno zaino, due valige e quaranta gradi a Dar es Salaam.

Difficile descrivere le prime sensazioni, tutto era diverso da come l’avevo immaginato. Dar è una città caotica, un mix tra elementi moderni e degrado, un frastuono di rumori, gente che va e viene, odori forti che ti confondono e un caldo pazzesco. Dall’aeroporto ci siamo diretti a Bagamoyo, una città costiera in cui abbiamo trascorso due giorni prima di partire per il villaggio in cui vivo.

Bagamoyo è l’opposto di Dar, è una città tranquilla e la presenza del mare (che non avevo percepito a Dar) mi faceva sentire a casa. Le spiagge di Bagamoyo sono diverse da quella della mia amata Sardegna, sono decorate da palme di cocco e le maree modificano il panorama ogni sei ore. Quando la marea è bassa la spiaggia diventa infinita e l’acqua è lontana, sul fondo si notano i segni di una vita marina che pare si blocchi per poi rivivere qualche ora dopo, in lontananza si vedono le barche dei pescatori colorate dai raggi del sole che rendono il tutto meraviglioso. Nelle ore di alta marea l’acqua si riappropria del suo spazio e in quel paesaggio da cartolina appaiono i volti delle persone intente a fare il bagno in quel mare stranamente caldo. Capita inoltre di vedere greggi di capre passeggiare tranquillamente a riva, guidate da pastori Masai, altra immagine particolare che rende quel luogo speciale.

Ho avuto la fortuna di svegliarmi all’alba, di esser andata in spiaggia prima che il sole sorgesse, come posso raccontarvi quei colori? Quel silenzio, quello specchio d’acqua che brillava alle prima luci del mattino? Io ero lì, immersa nell’oceano Indiano, a godermi lo spettacolo dal vivo, voi, provate ad immaginarlo.

Due giorni in quel paradiso sono stati sufficienti per darmi la giusta carica, ero pronta per arrivare al villaggio nel quale avrei vissuto per i prossimi tre mesi. Dall’albergo in cui alloggiavamo siamo partiti presto, abbiamo preso un bajaji, una sorta di Ape coi sedili al posto del cassone e siamo andati alla stazione per prendere il daladala, un pulmino di circa venti posti sul quale riescono a salire quasi il doppio dei passeggeri; un’ora e mezza di viaggio in cui per la prima volta ho perso il mio spazio vitale, ogni centimetro di quell’abitacolo era occupato da persone, bagagli e persino un mobile, ogni norma di sicurezza alla quale ero abituata era un lontano ricordo: la portiera dell’autista si chiudeva con un passante di ferro, le strade non asfaltate ci regalavano buche che ci scuotevano costantemente. Ero incredula e allo stesso tempo euforica. Quel daladala ci ha portate fino alla stazione dei bus dalla quale abbiamo preso il pullman per Iringa, nove ore di viaggio con due pause di cinque e dieci minuti, il pullman era vecchio, i sedili sfondati e zero aria condizionata, ma fuori dal finestrino un paesaggio incantevole. Per arrivare ad Iringa si passa attraverso un parco naturale protetto e sempre da quel finestrino sono riuscita a vedere zebre, giraffe, elefanti e scimmie, non chiusi in gabbie ma liberi nel loro habitat. Man mano che si percorrevano i chilometri la temperatura cambiava e il caldo afoso diventava aria fresca. La sera siamo arrivate ad Iringa, la città più vicina al villaggio, e sono venuti a prenderci Mr. Mazengo, un signore sulla sessantina, capelli brizzolati e una penna infilata in mezzo, sorriso perenne e modi gentili e Crenaika, una collaboratrice di Tulime. Pochi minuti per andare al mercato e comprare qualcosa da mangiare per poi ripartire sul fuoristrada verso Pomerini. Il sole intanto era tramontato e i fari del Toyota illuminavano quella strada dissestata fatta di terra rossa affiancata da una folta vegetazione che a mala pena riuscivo ad intravedere. Mr. Mazengo guidava veloce, conosce bene quella strada, ha fatto l’autista per tutta la sua vita e la sua esperienza era percepibile, ma la mia paura iniziale era tanta e non riuscivo a nasconderla. Mi guardava sorridente e mi ripeteva: “don’t worry”! Circa un’ora di viaggio e finalmente siamo arrivate a Pomerini, a casa Tulime. Ad aspettarci fuori da casa Mama Novetha, la signora che si prende cura di noi, mamma di Crenaika, Evetta, una loro lontana parente che lavora all’asilo di Pomerini e Regina, una bambina di dieci anni, nipote di Mama Novetha che vive con lei perché i suoi genitori non sono in grado di potersene occupare. Casa Tulime è un edificio a ‘U’ in un lato vivono tutte loro, nell’altro noi e al centro c’è una veranda. Salutato e ringraziato Mr. Mazengo siamo entrate nella nostra parte, Simona e Stefania mi hanno fatto fare un giro esplorativo, una sala grande comune, una piccola cucina, due bagni, una zona con lavandino e ‘docce’, quattro camere da letto al piano terra e la camera di Stefania al primo piano. Pochi minuti per capire come avrei vissuto: niente elettricità, un pannello solare è la nostra unica fonte di energia; niente doccia comune ma una stanzetta con un secchio e una brocca; niente scarico del wc ma un altro secchio da riempire; niente acqua calda se non quella riscaldata nel fuoco; niente frigo, tv e stereo; niente acqua potabile se non quella dei bidoni blu, ovvero bidoni riempiti nell’unico pozzo di acqua potabile della zona. Vietato usare l’acqua corrente per cucinare e lavarsi i denti, carica batterica troppo alta. Infine, obbligo di disinfettare piatti, posate e bicchieri con Amuchina dopo averli lavati. Tutto chiaro!

Era ora di scegliere la mia stanza, senza esitare ho scelto la prima che ho visto, ho disfatto le valige e sistemato le mie cose, inconsapevole che quella è l’unica stanza che si allaga in caso di temporale e, considerando che siamo nella stagione delle piogge tropicali, ho imparato in poco tempo a sollevare qualsiasi cosa da terra al primo accenno di maltempo.

Ora di cena, uovo fritto e insalata, due chiacchere e a letto, eravamo distrutte. La mattina seguente mentre le altre dormivano io sorseggiavo una tazza di caffè seduta nei gradini fuori casa. Galline e pulcini scorrazzavano liberi per il cortile e, inaspettatamente una mandria di mucche pascolava a pochi metri da me, ancora addormentata, tutto mi sembrava surreale. Ora è la mia quotidianità. Sveglie anche le altre, abbiamo fatto un giro intorno alla casa, ho visto l’orto, il frutteto, i maiali, la stalla delle mucche, la capra e ho preso consapevolezza che sotto la tettoia della veranda vivevano nelle loro gabbie circa una dozzina di conigli. Vivo in una sorta di fattoria!

Dopo pranzo abbiamo deciso di fare un giro al villaggio, la mia immaginazione non si era minimamente avvicinata a ciò che stavo vedendo. Pomerini è un villaggio di circa tremila abitanti ma è molto dispersivo e le case sono distribuite in una vasta area, il centro è costituito da una via principale dalla quale si diramano sentieri e piccole strade che conducono ai vari quartieri.

Niente asfalto ma terra rossa ferrosa che pullula di quarzo, abitazioni fatte di pietre e fango, tetti fatti di paglia o lamiera, non credevo ai miei occhi. È un villaggio povero, sperduto su un altopiano di 1800m ma era quello che volevo, volevo vedere coi miei occhi la vera Africa, niente resort o agiatezze, volevo capire fino in fondo la loro cultura e il loro modo di vivere. Facile capire che loro non hanno che lo stretto indispensabile per vivere, difficile paragonare la loro vita alla nostra. Ogni cosa che osservavo era uno schiaffo morale e una lezione di vita. Non hanno niente e il poco che hanno lo condividono, sono sorridenti e si danno da fare, sono un popolo affezionato alla loro terra e difficilmente espatriano.

I bambini di mattina vanno a scuola e alcuni di loro percorrono chilometri per arrivarci, li vedo camminare con la zappa in spalla perché qui sin da piccoli imparano a lavorare; di sera i più grandi portano al pascolo gli animali che appartengono alla famiglia, i piccoli danno una mano a casa o nell’orto. Per loro tutto questo è normale, non sono tristi nel farlo, anzi. Gli adulti si occupano di agricoltura, allevamento e alcuni di loro gestiscono piccoli negozietti.

Il mezzo di trasporto più diffuso è il Pikipiki, una moto a basso costo di origine cinese che utilizzano come taxi e sulla quale caricano di tutto, ancora non mi spiego come riescano a farlo.

Le donne trasportano qualsiasi cosa sulla testa, equilibrio incomprensibile contro ogni legge fisica.

A sole tramontato siamo tornate a casa ed era arrivato il momento di parlare del mio ruolo, del motivo principale del perché sono qui. In quanto studentessa di Scienze Politiche dell’amministrazione, il mio compito è quello di collaborare ai progetti di microcredito MI.FI.MA e M.A.M.B.O avviati da Tulime. Il meccanismo prevede l’erogazione di un prestito in beni materiali e non denaro, destinati a specifiche categorie della popolazione: albini, famiglie disagiate e giovani disoccupati. Coi beni ricevuti gli utenti dovrebbero avviare le loro attività che variano dall’allevamento, all’agricoltura fino alla creazione di piccole attività commerciali e una volta ottenuti i primi risultati dovrebbero restituire in denaro il valore del prestito ricevuto con un interesse irrisorio del 3%. In questo processo sono indispensabili i monitoraggi agli utenti, la raccolta di dati e l’osservazione servono per capire concretamente l’efficienza del progetto.

È da sottolineare il fatto che questi non sono progetti di carità, loro hanno un orgoglio talmente profondo che li spinge ad accettare il prestito solo in vista della restituzione di questo, non sono intenzionati a perdere la loro dignità per niente al mondo. Un’altra lezione di vita.

Le giornate passavano e tra un monitoraggio e l’altro aspettavamo l’arrivo delle altre tre volontarie. La prima ad arrivare è stata Agnese, una ragazza siciliana, alcuni giorni dopo sono arrivate Valeria, di Torino ed Erica, anche lei siciliana. Il gruppo era al completo e potevano iniziare le loro attività. Loro hanno mansioni diverse dalle mie, si occupano di gestire il centro disabili di Tulime e fanno parte di un progetto, You.Com, che riguarda il riciclo. A quest’ultimo, quando mi è possibile partecipo anche io, seguo i training che organizza Stefania e ultimamente abbiamo svolto tutte insieme due giornate di formazione a Dar es Salaam. In due righe ho citato alcuni dei temi più problematici qui in Tanzania: disabili e riciclo.

I disabili, come del resto gli albini, non sempre sono ben visti dalla popolazione in generale, molto spesso i genitori si vergognano e a volte li tengono chiusi in casa, meno spesso per fortuna, li uccidono alla nascita. Il centro di Tulime ha come obbiettivi l’integrazione e la sensibilizzazione ma è un lavoro complesso che richiede tempo.

Il riciclo è invece una possibile soluzione ad un problema diffuso in tutto lo stato. La spazzatura è una piaga importante, non esistono centri di smaltimento dei rifiuti efficienti e nella maggior parte dei casi questi vengono bruciati dalle persone comuni, con tutti i rischi che ne conseguono o vengono buttati in prossimità di fiumi e mari causando un notevole inquinamento.

Un’altra attività che seguiamo tutte insieme sono le lezioni di Swahili, la lingua locale, Stefania è la nostra insegnante e, nonostante l’impegno, devo ammettere che sia una lingua veramente difficile da imparare.

Vivo qui da quasi due mesi e non passa giorno in cui non scopra qualcosa di nuovo, è un’esperienza incredibile, ho avuto la fortuna di immergermi nella loro cultura, ho provato a fare le Baagia, ottime frittelle di fagioli, i vasi di terracotta e i cestini di Milulu; ho viaggiato coi mezzi che usano loro e non con quelli che avrei usato se fossi stata una semplice turista, mangio il loro cibo, nuovi sapori per me. Ogni notte guardo il cielo, anche quello è più bello qui, le stelle sono più vicine, mi siedo nei gradini fuori casa a fissarlo e non smetto di pensare che questa sia l’esperienza più bella della mia vita.

Ornella

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Safari Njema!

 

 

Sono partiti questa mattina, all’alba, pieni di tante storie raccolte in questi due mesi in Italia. A nome di tutti i volontari e cooperanti di Tulime: Safari njema Mr e Mrs Mazengo!

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Lo schiocco dalla Tanzania – That’s Africa

È Africa quando improvvisamente ti accorgi che il dalla dalla sul quale viaggi ha lì,proprio al posto dell’accendisigari un caricabatterie per cellulari e te non puoi non approfittarne considerando che a Pomerini se non c’è sole , non c’è energia per i pannelli solari.
È Africa quando arrivati al lago Nyasa ti metti a copiare le donne del posto e approfitti anche te di quell’acqua così trasparente per lavare i tuoi panni.
È Africa quando mia madre dopo un pò che siam partiti si ricorda di non aver riconsegnato la chiave della stanza al matema e MrMazengo ferma i primi due passanti in moto che andavano esattamente in direzione lago e affida a loro la riconsegna delle nostre chiavi

-Rosa

 
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Pubblicato da su 27/08/2012 in Segnalazioni

 

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Caro Mazengo…

Caro Mazengo,

oggi il nostro paese festeggia 150 anni. Per una volta le nostre bandiere non sono fuori dai balconi perché undici ragazzi in calzoncini prendono a calci un pallone. Oggi, per una volta,  ci stringiamo tutti intorno ai nostri colori per il solo piacere di condividerci, per la gioia di far parte della nostra stessa storia. Spesse volte, alla sera, davanti al fuoco di casa Tulime, in Tanzania, ci hai chiesto di raccontarti il nostro paese e ti stupivi delle nostre stranezze. Ad ogni cosa brutta tu, scuotendo il capo, dicevi “Ah: don’t tell me!”. Oggi ti mandiamo un po’ di buona Italia, di quella che, quando c’è, continua a convicerci a rimanere qui e ad onorarla…
Con l’augurio che tu, i villaggi dell’altopiano di Iringa e quelli del Nepal, i nostri volontari sparsi per tutta Italia siano felici… e se qualche volta la felicità si scorderà di tutti noi, speriamo di avere la forza di non scordarci della felicità

 

 
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Pubblicato da su 17/03/2011 in Tulimiamo

 

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