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Strette di mano che diventano abbracci. La vita ti chiama. Seguiti.

La realtà di Ilula è comunità, la realtà dell’Africa sa essere comunità. Percepisci questo senso di unione nel calore che le persone sanno scambiarsi, quel calore e quella prossimità che sa piacevolmente invaderti. E’ una vicinanza che si basa su un aiuto reciproco, su un interesse reciproco, sulla consapevolezza che ogni dinamica problematica, ogni difficoltà, non resta confinata ad una famiglia, ad un individuo. E’ una condizione che accumuna e che mobilita. E’ affare di tutti. Mobilita a trovare soluzioni comuni, con una lentezza pensata, ragionata. Non percepisco fretta, specialmente nei campi in cui questa mobilitazione ha come oggetto una materia delicata come l’umanità.

Ho visto comunità durante gli eventi organizzati per la prevenzione dell’HIV, i nostri outreach: esci dai tuoi uffici, incontra la gente di qualsiasi età o sesso, parla con loro, perchè i loro problemi sono anche i tuoi, la loro presa di consapevolezza è anche la tua, i loro sforzi sono anche i tuoi. Un gruppo di ragazzi, tramite attività di peer education, con e per la gente, portano avanti la loro lotta in maniera completamente volontaria: sono giovani uomini e donne, donne con bambini portati agli eventi sulla schiena con un kitenge… sono ragazzi che, nonostante le loro difficoltà personali, economiche, in questa realtà così tanto minacciata quanto vera, hanno deciso di dedicarsi ad una comunità che sentono fortemente loro. Percorrono i villaggi, si spostano tra i campi, assistono a partite di calcio e, nel frattempo, lanciano messaggi, forniscono consigli e informazione.

Sono ragazzi che organizzano spettacoli, danze, spezzoni di recitazione con un obiettivo: quello di dirti che l’ interesse per la tua salute significa molto per tutti, che la tua consapevolezza sarà un tassello in più nella crescita della comunità. Vogliono parlare dell’HIV con positività, non con la rassegnazione di molti. Sanno che è dal coraggio che si trova una via d’uscita.

Icebreaking durante l'outreach

Icebreaking durante l’outreach

Ho ballato con questi ragazzi e queste ragazze, ho cantato e giocato con loro, mi hanno accolto con un entusiasmo che mi ha invasa. Portatemi nel baccano che fate, aiutatemi a capire e a coinvolgere, continuate a darmi grosse pacche per salutarmi. Decostruitemi.

Durante l’outreach si chiede alla gente del villaggio nel quale si è stati ospitati di ascoltare, di pensare e di agire. Fare il test dell’HIV è manifestazione di rispetto non soltanto verso se stessi ma anche nei confronti di chi ti sta intorno, di chi incontri, di chi ami per una notte o per una vita intera, di colei/colui a cui doni la vita. Appena si arriva vedi gente che si avvicina spontaneamente al luogo in cui si offre il servizio gratuito del test; altri sono incoraggiati ad avvicinarsi dai peer educator; altri non riescono, molti per paura.

Le persone che ho incontrato sono donne,  uomini, bambini, bambine, anziani. Tutti ascoltano, chi in silenzio, chi interagendo. Chi trova il coraggio deve fare i conti con l’attesa. Si mette in fila aspettando di entrare, si ritrova ad attendere qualche minuto l’esito dell’esame. L’attesa è caratterizzata dal silenzio, da occhi che, a seconda delle varie personalità e reazioni, non spostano spesso la direzione del loro sguardo o cercano lo sguardo altrui. Viene consegnato loro del materiale informativo: si siedono a leggerlo. Ragazzi molto giovani chiedono spontaneamente: “Sappiamo bene cosa è un preservativo, sappiamo dove trovarli. Ma non sappiamo come usarlo”. Guardano attentamente, ascoltano mentre si spiega loro, chiedono, espongono dubbi. Nessun sorrisetto: facce attente, occhi che osservano e orecchie che ascoltano.

dimostrazione uso del condom durante l'outreach

dimostrazione uso del condom durante l’outreach

Ci sono dinamiche che si sono create, parole che sono state dette, sensibilità che si sono manifestate che hanno reso queste ore spunto di grande riflessione.

Una mamma risultata positiva che immediatamente vedo tornare quasi di corsa con un bambino e una bambina in lacrime che rifiuta di camminare, facendosi trascinare: ho visto gli occhi di una madre assenti, che ogni tanto incontravano i miei con preoccupazione ed ansia, durante l’attesa dell’esito. Una donna che incontriamo e che invitiamo all’evento ci racconta di esser stata vittima di violenza da parte del marito.  Una madre e una figlia che discutono davanti ad un cesto colmo di mboga sfogliando il materiale informativo consegnato dopo aver fatto il test, un anziano che legge aspettando il suo risultato. Un’ anziana donna e sua figlia che mi dicono “Sai? Abbiamo fatto il test insieme”. Giovani uomini e donne che, prendendo in mano il microfono danno la loro testimonianza, incoraggiano, motivano i loro fratelli e le loro sorelle. Quei visi che escono dalla stanza, spesso con un’espressione che non riesco a decifrare, che non voglio forse decifrare.

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Sento la speranza del cambiamento in questi uomini e in queste donne, questi ragazzi, ragazze, bambini, bambine che sono pronti ad ascoltare, anche quando sembrano stare in silenzio. “Stanno in silenzio non perchè non ti ascoltano, non temere. Vogliono che quando parli le cose che dici entrino nella loro testa”. La mia speranza nel cambiamento, che molti chiamano sviluppo, risiede in un papà che porta, innamorato, le sue due figlie albine a ricevere le loro creme solari. La faccia di quell’uomo mi da coraggio, ci da coraggio. E’ il simbolo di coloro che ci aiutano, giorno per giorno, nella lotta alla discriminazione, segregazione, emarginazione della popolazione albina in Tanzania. Sono coloro che non hanno paura a storcere il naso quando si sentono riferimenti denigratori contro gli albini; sono coloro pronti a dialogare, a spiegare quanto l’albinismo non sia maledizione, malattia, a spiegare le cause vere, così semplici quanto spesso ignorate.

distribuzione creme solari

distribuzione creme solari

incontro con gli albini. distribuzione creme solari.

incontro con gli albini. distribuzione creme solari.

Cosa ci insegna tutto questo? Quali sono i principi umani che riesci a leggere? Io ho letto la voglia di comunità, di rispetto, di comprensione dell’altro. Ognuno legge ciò che vuole, ciò che è: l’Africa la leggi attraverso i tuoi soli occhi, il tuo solo corpo, i tuoi soli sensi. Ti riporta alla tua vita passata, riesce a farti immergere nel qui ed ora: ora c’è da cucinare, ora c’è da far un lungo viaggio in daladala per consegnare dei documenti, ora c’è da coltivare il tuo campo, da sfamare tuo figlio, da dedicare il tuo tempo ad aiutare, ora c’è da aspettare. L’Africa ha tempo da dedicare, ha pazienza da insegrare, ha sorrisi da dedicarti, ha saluti continui da indirizzarti. Ti riporta al passato, al presente, anche al futuro. Molte cose che ti davano ansia non ti servono più, adesso puoi metterle da parte: l’insofferenza e l’impazienza rischiano di allontanarti, il delirio di onnipotenza ti sbarra la strada agli incontri veri, l’eccessivo controllo è incompatibile.

C’è qualcosa che va oltre la tua voglia, a volte ossessione, del controllo su tutto, su tutti, sul tempo, sulle tue paure, sul tuo corpo, sulle tue emozioni, sui tuoi guadagni, sulla possibilità che le persone si allontanino da te, sugli appuntamenti, sulle scadenze, sui ritardi che ti infastidiscono. Anche nei momenti in cui sei giù, in cui sei stanco, in cui vorresti non parlare,  c’è sempre qualcuno per la strada che ti fa ritornare al qui ed ora, che ti fa riprendere il contatto con la realtà. C’è sempre qualcuno che ti grida da dietro “Kamwene!, “Mambo vipi?”, “Safi?”, “Habari za kazi?za nyumbani?za marafiki zako?”, “Ciao!Come va? Tutto ok? Come va al lavoro?a casa?come stanno i tuoi amici?”: c’è sempre qualcuno che ti risveglia. Dopo due o tre domande non puoi fare altro che aprirli, i tuoi occhi. Non sono mai riuscita in questa circostanza a non fermarmi a parlare con la donna, l’uomo, che mi hanno rivolto la parola. Dopo una chiaccherata puoi solo ringraziarla/lo in cuor tuo. Tutti quei pensieri sono andati via, quasi dissolti.

L’Africa ti chiede di avvicinarti, di avvicinarti di più. E’ istintiva e paziente allo stesso modo, è una donna piena di energia, una donna che può insegnarti la coraggiosa strada dell’ottimismo e dell’attesa; l’Africa è una madre che ti insegna fin da piccolo a camminare con le tue gambe. E’ come quella madre che non ha paura sul daladala di affidare suo figlio ad un’altra donna, ad un altro uomo, per il tempo del viaggio. Lei è la mama di tutti, il suo bambino è figlio dell’essere umano.  L’Africa è una donna e non ha essenzialmente la pelle nera. L’Africa è una ragazza albina che, appena le porgo la mano per presentarmi, me la strattona con delicatezza, avvicinandomi a sè; fa così appoggiare la mia testa sulla sua spalla e mi abbraccia con forza, dicendomi “Asante dada“, “Grazie sorella”. Se un abbraccio potesse racchiudere tutto l’amore che c’è ancora tra l’umanità, che risiede in quel coraggio di contrapporci alle distanze, allora io ho ricevuto quell’abbraccio.

C’è qualcosa qui che sfugge al tuo controllo e a qualsiasi atteggiamento di superiorità che tu possa avere. Sento questa sensazione ogni giorno andando e tornando dal mio lavoro. Ho scelto di percorrere ogni mattina lo stesso sentiero, una scorciatoia con un piccolo sentierino che scende giù dalla collina. Da un momento all’altro ti immergi in un campo di mais e di girasoli. Non c’erano, un mese fa, questi girasoli, fino a quando non hanno iniziato ad adornare di puntini sparsi e gialli questa collina. Non sapevo nemmeno fosse un campo di girasoli, quello. Poi, ad un certo punto, tutta questo strada è cambiata. I girasoli sono spuntati, si sono fatti sempre più alti, giganti, numerosi, imponenti. Il mais ha iniziato a fari alto: adesso, mi arriva all’altezza delle spalle. La strada che avevo scelto, in principio, era dritta, sicura, creava un solco chiaro, ma era interrotta da grosse pietre. Adesso le piante crescono su questo sentiero, i miei piedi poggiano sul morbido dell’erba che sta ricoprendo quelle pietre: adesso sono io a dover fare delle piccole deviazioni verso la terra per raggirare l’alto mais. Adesso, nel mio percorso, sono immersa dal verde e dal giallo. Adesso mi sento avvolta dalla natura, e dalla vita, quella con i vestiti non sempre puliti, quella dei saluti e degli abbracci, quella del tempo lento, quella che lotta ogni giorno con coraggio e che scoppia di verità. Quella vita, insomma, che ti invade.

Dedico queste mie riflessioni alla ragazza che mi ha abbracciato, alle pacche di saluto forti sulle spalle, ai passanti che mi hanno risvegliato.

Giulia

 

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Pubblicato da su 13/03/2014 in Uncategorized

 

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“Si, figlia mia. Questa è tua sorella”. Non smettiamo di ricercare la bellezza

Nel corso delle nostre vite e delle esperienze che le accompagnano arriva il momento, per ragioni che scopriremo solo in seguito, di cambiare luoghi, di allontanarsi, di spostare la propria casa. E’ arrivato il momento per tre dei volontari in Tanzania di continuare la propria strada nel villaggio di Ilula. La prima sensazione appena scesa dal dala dala in arrivo da Iringa, è stata quella del movimento. Abituati alla pace silenziosa del villaggio di Pomerini, Ilula si presenta in tutta la sua rumorosa dinamicità, nelle voci alte per strada, nei pikipiki ce sfrecciano, nei camion portamerci in sosta o temporaneo passaggio. La sensazione è stata, fondamentalmente, quella di poter dire “E adesso, mettiamoci ad osservare la diversità”: la diversità la percepisci nei suoni, nelle luci, negli atteggiamenti delle donne, degli uomini, dei bambini.

Nei giorni successivi al nostro arrivo, ho sentito il bisogno di scoprire, di immergermi in questi nuovi luoghi, nei quali vivremo, nei quali porteremo avanti le nostre attività. L’impatto con una realtà più urbana, dove il buio viene interrotto dai fari dei tir in transito e il silenzio dai loro clacson, fa da sfondo alla scoperta di nuovi ambienti.

Barabara kuu

Barabara kuu

La barabara kuu (“la strada principale”), luogo di ritrovo, di partenze e di arrivi, di soste dai viaggi, di scarico di merci, divide Ilula in due parti. C’è una parte che sale verso le colline, con i loro enormi massi: è salendo su che ci si ritrova in spazi incontaminati fatti di piccoli sentieri non tracciati; è qui che camminando, senza rendersene conto, ci si ritrova da un momento all’altro a casa di qualcuno, seduto a tagliare della verdura, a lavare degli ortaggi, ad accendere un fuoco, a zappare un orto, a riposarsi su un materasso. Ed è subito dopo che ti senti salutare con un forte e squillante “Kamwene! Karibu!“, “Salve! Benvenuto!”. Man mano che si scende, ai piedi delle colline, la vista incontra una striscia di alti alberi dove, se osservi con attenzione, nella prima mattina, puoi scorgere due o tre “wanyani“, “scimmie”,  che, tra un gran baccano di versi e richiami, fanno a gara a saltare da un albero all’altro; scendendo ancora si incontrano i campi di mais, come sempre coltivati da chiunque, uomini giovani o anziani, ragazzi o ragazze, bambini, donne con un bambino sulle spalle, avvolto nel kitenge; si incontra il soko, il mercato, tra strade strette e vicoletti, piccole case, tende con in mostra frutta di ogni tipo, verdura, che si alternano ai prodotti per la casa, per la persona. Si attraversa la strada, si incontra una zona del villaggio-città simile a quella sopra descritta; poi gli spazi più aperti, le strade lunghe, i campi sterminati di mais, di pomodoro, gli alberi di bambù…

Questa realtà porta con sè, a mio parere, tutti i significati del mutamento, è la dinamicità: è una realtà fatta di salite, discese, vicoli stretti e ancora più stretti, strade larghe; si passa dai luoghi di ritrovo, affollati, a quelli dedicati agli acquisti, a quelli silenziosi e immersi nella natura; si passa dai canti delle chiese cristiano-cattoliche al canto del muezzin proveniente dalla moschea; uomini e donne in vestiti “all’occidentale”, donne con i loro kitenge colorati e con i loro fasci di legna sulla testa, donne con il velo, altre no. Tutti vivono la stessa realtà anzi, le loro realtà.

Sui monti sopra Ilula

Sui monti sopra Ilula

A questa città-villaggio dedicherò il mio tempo, oltre che nelle attività previste dalla campagna di sensibilizzazione su disabilità e albinismo, nella collaborazione con un’associazione che si occupa di prevenzione della salute, in specifico dell’HIV, presso Ilula e dodici villaggi circostanti. La realtà dell’HIV non è  monodimensionale: puoi lottarci fin dalla nascita, puoi incontrarla per caso per un tuo comportamento o, senza volerlo, puoi incontrarla per “bisogno”, per disperazione. Non si vede, non puoi individuare chi ci lotta e chi no, è silenziosa e invisibile, coperta da un velo che qui, in Africa come ad Ilula e dintorni, si cerca di eliminare. Si lavora affinchè si possa evitare che l’ignoranza sul tema, la povertà, la noia, il disagio giovanile e non, contribuiscano alla sua diffusione. Si cerca di sbarrargli la strada, con la forza delle risorse umane e del senso di comunità. Non a caso, il simbolo volto alla sensibilizzazione che l’associazione riporta scritto sulla parete della sua sede, è un semaforo, con sotto scritto “Epuka Ukimwi“, “Ferma l’HIV”, “Tuifanye Ilula Iwe Jamii Salama“, ovvero “Facciamo sì che quella di Ilula sia una comunità sana”.

Attività di sensibilizzazione prevenzione HIV

Attività di sensibilizzazione prevenzione HIV

Tra quei vicoli, luoghi di ritrovo, villaggi, la lunga strada asfaltata, su questa struttura della città-villaggio di Ilula si può individuare l’insieme di tutte quelle realtà che creano il disagio e l’insicurezza. Desidero che la bellezza di questi luoghi non sia oscurata da questa realtà che la contrasta: è come un braccio di ferro, tra forze contrarie ma, spero, assolutamente diverse nell’intensità. E’ una bellezza creata dall’accoglienza della sua gente (e anche dalla distanza di parte di essa), dal senso di comunità di gruppi di donne e uomini che collaborano per sostenersi economicamente, dalla scuola primaria che unisce bambini cristiani e musulmani nelle stesse classi, oltre che bambini portatori di disabilità fisica e sensoriale; è una bellezza fatta dagli incontri, dai “Mambo vipi?” dei ragazzi per strada, seguiti da un confidenziale batticinque. E’ la bellezza di una comunità che, nonostante tutto, esprime un grande coraggio: “Tupo Pamoja“, dicono spesso tra loro, “Siamo Insieme”. Il velo è creato, invece, da problematiche che si intrecciano, che si complicano a vicenda, che sono allo stesso tempo cause e conseguenze, realtà che creano una vera e propria matassa. Provare a scioglierla, ad analizzarle una per una queste diverse problematiche, è quello che possiamo fare. Fare significa agire avendo però chiaro il contesto del luogo dove ci troviamo ad operare; significa, a mio parere, riuscire ad essere presenti e, allo stesso tempo, invisibili; far sì che la voglia di vivere meglio parta dalla gente, dal loro impegno, dalla crescita della loro consapevolezza. Gli atteggiamenti di rispetto per la natura, rispetto per il lavoro, concentrazione nelle cose che si portano a termine, il tempo che si dedica ad esse, sono tutte manifestazioni di amore verso la vita, di speranza, un’atteggiamento dal quale sto imparando. Questo mi porta sempre a credere ancora nelle persone: questo da senso al lavoro delle persone con le quali sto collaborando adesso.  

Ho visto gli occhi fissi su di me, ma spenti, di uomini chiusi ore all’interno di una pomberia, dove si servono grossi bicchieri di plastica con del pombe, l’alcol locale, ulanzi per esattezza, estratto direttamente da grossi alberi di bambù, economico e disponibile a pochi scellini; ho visto le loro teste e i loro corpi ciondolanti uscendo da questi locali. Il problema dell’alcolismo, altamente diffuso, ti segue fin da quando sei bambino: molte mama fanno bere ulanzi ai loro figli per farli addormentare, per dedicarsi ore e ore ai loro lavori nei campi, nelle sartorie… così che sei abituato a bere ulanzi, fin dalla giovane età, fino a quando diventa un costume, la sostanza che pensi ti farà lavorare nel tuo campo per più tempo e con maggiore energia, che ti farà affrontare le situazioni più difficili. E’ anche quella sostanza che ti stordisce, che ti fa dimenticare di avere una moglie a casa, che ti fa dimenticare la precauzione del sesso sicuro e che ti mette a rischio di contagio o nella condizione di poter contagiare il tuo compagno/ la tua compagna occasionale. Oltre all’alcol è la tossicodipendenza un altro mezzo di contagio, a causa dell’uso continuo e “a giro”, di siringhe per iniettare droga. L’HIV è una minaccia costante per tutti quegli individui con gravi difficoltà economica, quella parte della popolazione considereta “a rischio”: ci si riferisce, con questa espressione alle venditrici di frutta e verdura, a coloro che impacchettano tutto il giorno grosse quantità di pomodori, alle guest attendant, ovvero coloro che si “occupano” degli ospiti in arrivo nelle guest house dopo un lungo viaggio, le vittime di GBV, ovvero la violenza di genere. Sono questi gli individui, nella maggior oparte dei casi donne, che hanno le maggiori difficoltà nell’evitare relazioni occasionali richieste in cambio di denaro o servizi, o che spesso non si trovano nella situazione di poter negoziare sesso sicuro o che, dopo aver scoperto di aver contratto il virus, hanno le maggiori difficoltà nel curarsi tramite una terapia antiretrovirale o a seguirla con costanza. Sono proprio questi gli individui contro i quali si scagliano le dinamiche discriminatorie: alcolisti, prostitute, omosessuali…

 

Solo osservando, discutendo, si può capire quale può essere la via di intervento migliore. Quali sono le varianti antropologiche da metter in relazione tra loro? Quali le barriere culturali alla prevenzione? Quali gli ostacoli posti all’uso del condom, quali gli aspetti non accettati dei metodi di pianificazione familiare? Quali i rischi nel ricorrere a consulenze “miracolose” presso i witchdoctors, “dottori stregoni”, piuttosto che ad una struttura ospedaliera?

L’HIV avanza: avanza a causa di questo velo che lo copre e che, al contempo, favorisce la sua marcia. Ilula diventa così luogo di dinamiche pericolose, di passaggio, luogo di incontri, di favori, ma allo stesso tempo luogo di iniziative, di speranza, di bellezza.

La bellezza non è un concetto vecchio: ogni luogo in cui ci troviamo ci offre la possibilità di ammirarla attraverso canali, modalità e priorità differenti. Ogni giorno sperimento bellezza.

Incontro con gli albini di Ilula. Distribuzione creme solari

Incontro con gli albini di Ilula. Distribuzione creme solari

La sento presente durante un incontro con sei albini di Ilula, nel loro scambiarsi consigli, nell’organizzarsi per poter comunicare con coloro che non hanno un telefono tramite giri di contatti, vedo la ballezza nel loro dire “Io ti ringrazio” quando ricevono una confezione di crema solare. Vedo la bellezza nel gesto di una bambina che mi saluta, anzi, mi benedice, ponendomi le mani sulla testa; la sento nella voce di una madre senza marito che descrive la sua lunga giornata e i suoi quattro figli e in quella delle donne che mi salutano riconoscendomi per strada; la accetto dalle mani di una anziana signora che mi porge in dono un mazzo di mboga, “verdura”; la percepisco perchè mi sento all’interno di una grande famiglia quando saluto dicendo “Kamwene mama”, “Salve mamma” o “Kamwene bibi, “Salve nonna”; sento la bellezza nella frase di una donna che benedice il mio lavoro mentre le racconto come ho passato la mia mattinata; sento la comprensione quando un ragazzo mi dice “Si, vorrei fare il test dell’HIV, mi recherò all’associazione”. Comprendo cosa è l’accoglienza, l’umiltà, quando una madre dice alla sua bambina di quattro anni, indicandomi, “Si, figlia mia. Questa è tua sorella”.

Giulia

 
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Pubblicato da su 02/03/2014 in Uncategorized

 

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Distruggiamo l’HIV – il nostro video dal cuore della Tanzania

Da Isimila, uno dei siti archeologici più belli del mondo, il messaggio dei nostri ragazzi per combattere l’HIV!
GUARDA QUA https://www.facebook.com/photo.php?v=10200190945160546

 
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Pubblicato da su 06/12/2012 in Dalla Terra Rossa

 

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Non solo AIDS… la giornata mondiale contro la Tubercolosi

AIDS e TBC: un mix tremendo che nel 2007 ha ucciso 456mila persone. Un dato sconfortante che è stato annunciato dal rapporto dell’OMS oggi, 24 marzo, Giornata mondiale contro la Tubercolosi.1 milione e 370 mila casi di tubercolosi tra i sieropositivi: un morto di tubercolosi su 4 riguarda pazienti affetti da Hiv.tbc 

Il declino di questa malattia è troppo lento (nel 2004 erano 142 mila casi, nel 2008 sono stati 139mila) e si stanno sviluppando ceppi molto resistenti ai farmaci.

Questa è la mappa (ricavata dal sito www.woldmapper.org) che evidenzia la diffusione della malattia: nell’Africa subequatoriale e in Asia.

Approfondimenti su:
http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/scienze/giornata-tbc/giornata-tbc/giornata-tbc.html
http://www.who.int/mediacentre/news/releases/2009/tuberculosis_report_20090324/en/index.html
http://www.stoptb.org
http://www.who.int/entity/tb/publications/global_report/2009/en/index.html

 
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Pubblicato da su 24/03/2009 in Dalla Terra Rossa

 

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