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No More Discrimination Against People with Albinism: azioni e sostegno a Palermo

L’albinismo è una patologia causata dalla mancanza di melanina nel corpo e, proprio per questo, le persone affette da tale patologia hanno la pelle bianca e non nera nonostante i tratti somatici siano tipici degli uomini di colore, e di conseguenza, la loro pelle, non è protetta adeguatamente dai raggi solari. Questo causa vari problemi fisici come bruciature alla pelle, ed ulcere che facilmente possono trasformarsi in tumori, ma anche gravi problemi alla vista come lo strabismo. Tutto questo provoca un’elevata mortalità. Gli albini soffrono anche di seri problemi psicologici: sono spesso molto introversi, inclini allo stress, ed emotivamente instabili. Vivono frequentemente in uno stato di colpa e di angoscia per possibili persecuzioni.

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Uno dei principali scopi di Tulime Onlus è migliorare la qualità della vita delle persone albine. Oltre ad una protezione dei diritti civili e umani attraverso le campagne di sensibilizzazione, Tulime cerca di assistere queste persone fornendo loro oggetti semplici ma indispensabili per proteggere la pelle e gli occhi dal sole come creme solari ad alta protezione, cappelli a larga visiera e occhiali da sole.

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Per questo motivo, abbiamo cercato il sostegno fra i palermitani. Abbiamo pensato che il modo migliore per farlo, era di rivolgersi alle chiese che sono dei posti di riunione di gente disposta a aiutare chi ne ha bisogno. Durante il mese di ottobre, dopo aver concordato con i parroci della basilica della Santissima Trinità del Cancelliere e della chiesa di Sant’Agata La Pedata, le persone avevano l’opportunita di donare i prodotti menzionati sopra, per sostenere le persone affette dal albinismo in Tanzania. Alla fine della raccolta, abbiamo constatato che la solidarietà della gente di Palermo è davvero toccante. Ci hanno forniti di una gran quantità di prodotti come potete vedere nelle foto sotto.

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13 giugno 2015: International Albinism Awareness Day

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Il 13 Giugno si è svolto la giornata Internazionale di Sensibilizzazione sull’Albinismo (International Albinism Awareness Day) presso lo stadio comunale della città di Arusha, Tanzania. Nonostante il giorno prescelto dalle Nazione Unite attraverso una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sia stato solo il 13 Giugno, le giornate di festa e riflessione sulla condizione delle persone con albinismo in Tanzania sono state tre.

Durante la prima giornata di incontro si è svolta una riunione della Tanzania Albinism Society (TAS) presso il Arusha International Conference Center (AICC). Il giorno seguente, invece, si sono svolte le visite dermatologiche e oftalmologiche presso lo stadio comunale di Arusha ad opera dei medici del KCMC (Kilimanjaro Christian Medical Center). La giornata conclusiva ha avuto come protagonista il presidente Kikwete che, in un discorso accalorato, ha ulteriormente ribadito lo sforzo dello Stato e di tutti Tanzaniani a combattere la discriminazione verso le persone con albinismo e fermare le uccisioni di questi.

Tulime Onlus è impegnata dal 2012 a favore della popolazione albina presente in Tanzania, in particolare nel distretto di Kilolo. Sono stati forniti occhiali con lenti fotograduate, cappelli e creme solari a chi è affetto da questa patologia. Tra gli obiettivi del progetto: l’assistenza medica e favorire la conoscenza circa la condizione delle persone affette da albinismo in Tanzania, sia in loco che in Italia, per promuovere la loro integrazione nella società, grazie ad incontri, eventi e campagne di sensibilizzazione.

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Nuovi finanziamenti dalla Chiesa Valdese

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Anche quest’anno la Chiesa Valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi) ha deciso di sostenere Tulime Onlus finanziando due progetti.
– Progetto No more Discrimination against Albinos (fase 3)

– Progetto Un pozzo per Kitowo: Miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie della popolazione del villaggio di Kitowo (distretto di Kilolo, regione di Iringa, Tanzania), tramite l’accesso e fruibilità dell’acqua potabile.

Entrambi i progetti vedono beneficiari le comunità dell’altopiano tanzaniano, in particolare il villaggio di Kitowo e tutto il suo distretto.

Grazie al progetto No more Discrimination against Albinos, attivo dal 2012, sono già stati raccolti e si stanno distribuendo numerosi occhiali da sole, cappelli e creme solari a chi è affetto dalla patologia dell’albinismo.  A fronte dell’impegno e alla passione dei volontari e dei ragazzi del Servizio Volontario Europeo, si è riusciti a dare il nostro supporto a parte della popolazione albina del distretto di Kilolo e alle loro famiglie, promuovendo la loro integrazione nella comunità, facilitando l’accesso all’assistenza medica e favorendo la conoscenza circa la condizione degli albini in Tanzania, sia in loco che in Italia.

Con questo finanziamento ci auguriamo di proseguire il nostro operato, estendendo le nostre cure su un territorio ancora più vasto e attivando una capillare campagna di sensibilizzazione presso numerose scuole del Distretto di Kilolo.

Il secondo è un progetto nuovo. Finanziato al 90% dalla Chiesa Valdese e per il rimanente 10% da Tulime, la costruzione del pozzo è prevista a partire gennaio 2015 ad opera degli stessi abitanti del villaggio di Kitowo con il supporto tecnico e la supervisione di Tulime Onlus in partnership con l’associazione locale MAWAKI.

In Tanzania, molte zone rurali rimangono escluse dall’accesso all’acqua e laddove è presente un sistema idrico, non sempre l’erogazione è garantita e continuativa: la popolazione è così costretta ad attingere a pozzi lontani chilometri o ad acquistare a caro prezzo sacche o taniche di acqua. La mancanza di acqua pulita, inoltre, costituisce una delle più comuni cause di morte per gli abitanti dei villaggi.

Obiettivo del progetto è, quindi, quello di far fronte all’emergenza acqua riscontrata del villaggio di Kitowo, al fine di garantire la costante fornitura di acqua pulita ed accessibile, così che donne e bambini possano dedicare il loro tempo alla cura della famiglia e all’istruzione, invece di trascorrere gran parte della giornata alla ricerca di acqua.

Con energia e passione, affrontiamo queste due nuove sfide!

Info http://www.ottopermillevaldese.org/

 
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Pubblicato da su 16/09/2014 in Uncategorized

 

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Strette di mano che diventano abbracci. La vita ti chiama. Seguiti.

La realtà di Ilula è comunità, la realtà dell’Africa sa essere comunità. Percepisci questo senso di unione nel calore che le persone sanno scambiarsi, quel calore e quella prossimità che sa piacevolmente invaderti. E’ una vicinanza che si basa su un aiuto reciproco, su un interesse reciproco, sulla consapevolezza che ogni dinamica problematica, ogni difficoltà, non resta confinata ad una famiglia, ad un individuo. E’ una condizione che accumuna e che mobilita. E’ affare di tutti. Mobilita a trovare soluzioni comuni, con una lentezza pensata, ragionata. Non percepisco fretta, specialmente nei campi in cui questa mobilitazione ha come oggetto una materia delicata come l’umanità.

Ho visto comunità durante gli eventi organizzati per la prevenzione dell’HIV, i nostri outreach: esci dai tuoi uffici, incontra la gente di qualsiasi età o sesso, parla con loro, perchè i loro problemi sono anche i tuoi, la loro presa di consapevolezza è anche la tua, i loro sforzi sono anche i tuoi. Un gruppo di ragazzi, tramite attività di peer education, con e per la gente, portano avanti la loro lotta in maniera completamente volontaria: sono giovani uomini e donne, donne con bambini portati agli eventi sulla schiena con un kitenge… sono ragazzi che, nonostante le loro difficoltà personali, economiche, in questa realtà così tanto minacciata quanto vera, hanno deciso di dedicarsi ad una comunità che sentono fortemente loro. Percorrono i villaggi, si spostano tra i campi, assistono a partite di calcio e, nel frattempo, lanciano messaggi, forniscono consigli e informazione.

Sono ragazzi che organizzano spettacoli, danze, spezzoni di recitazione con un obiettivo: quello di dirti che l’ interesse per la tua salute significa molto per tutti, che la tua consapevolezza sarà un tassello in più nella crescita della comunità. Vogliono parlare dell’HIV con positività, non con la rassegnazione di molti. Sanno che è dal coraggio che si trova una via d’uscita.

Icebreaking durante l'outreach

Icebreaking durante l’outreach

Ho ballato con questi ragazzi e queste ragazze, ho cantato e giocato con loro, mi hanno accolto con un entusiasmo che mi ha invasa. Portatemi nel baccano che fate, aiutatemi a capire e a coinvolgere, continuate a darmi grosse pacche per salutarmi. Decostruitemi.

Durante l’outreach si chiede alla gente del villaggio nel quale si è stati ospitati di ascoltare, di pensare e di agire. Fare il test dell’HIV è manifestazione di rispetto non soltanto verso se stessi ma anche nei confronti di chi ti sta intorno, di chi incontri, di chi ami per una notte o per una vita intera, di colei/colui a cui doni la vita. Appena si arriva vedi gente che si avvicina spontaneamente al luogo in cui si offre il servizio gratuito del test; altri sono incoraggiati ad avvicinarsi dai peer educator; altri non riescono, molti per paura.

Le persone che ho incontrato sono donne,  uomini, bambini, bambine, anziani. Tutti ascoltano, chi in silenzio, chi interagendo. Chi trova il coraggio deve fare i conti con l’attesa. Si mette in fila aspettando di entrare, si ritrova ad attendere qualche minuto l’esito dell’esame. L’attesa è caratterizzata dal silenzio, da occhi che, a seconda delle varie personalità e reazioni, non spostano spesso la direzione del loro sguardo o cercano lo sguardo altrui. Viene consegnato loro del materiale informativo: si siedono a leggerlo. Ragazzi molto giovani chiedono spontaneamente: “Sappiamo bene cosa è un preservativo, sappiamo dove trovarli. Ma non sappiamo come usarlo”. Guardano attentamente, ascoltano mentre si spiega loro, chiedono, espongono dubbi. Nessun sorrisetto: facce attente, occhi che osservano e orecchie che ascoltano.

dimostrazione uso del condom durante l'outreach

dimostrazione uso del condom durante l’outreach

Ci sono dinamiche che si sono create, parole che sono state dette, sensibilità che si sono manifestate che hanno reso queste ore spunto di grande riflessione.

Una mamma risultata positiva che immediatamente vedo tornare quasi di corsa con un bambino e una bambina in lacrime che rifiuta di camminare, facendosi trascinare: ho visto gli occhi di una madre assenti, che ogni tanto incontravano i miei con preoccupazione ed ansia, durante l’attesa dell’esito. Una donna che incontriamo e che invitiamo all’evento ci racconta di esser stata vittima di violenza da parte del marito.  Una madre e una figlia che discutono davanti ad un cesto colmo di mboga sfogliando il materiale informativo consegnato dopo aver fatto il test, un anziano che legge aspettando il suo risultato. Un’ anziana donna e sua figlia che mi dicono “Sai? Abbiamo fatto il test insieme”. Giovani uomini e donne che, prendendo in mano il microfono danno la loro testimonianza, incoraggiano, motivano i loro fratelli e le loro sorelle. Quei visi che escono dalla stanza, spesso con un’espressione che non riesco a decifrare, che non voglio forse decifrare.

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Sento la speranza del cambiamento in questi uomini e in queste donne, questi ragazzi, ragazze, bambini, bambine che sono pronti ad ascoltare, anche quando sembrano stare in silenzio. “Stanno in silenzio non perchè non ti ascoltano, non temere. Vogliono che quando parli le cose che dici entrino nella loro testa”. La mia speranza nel cambiamento, che molti chiamano sviluppo, risiede in un papà che porta, innamorato, le sue due figlie albine a ricevere le loro creme solari. La faccia di quell’uomo mi da coraggio, ci da coraggio. E’ il simbolo di coloro che ci aiutano, giorno per giorno, nella lotta alla discriminazione, segregazione, emarginazione della popolazione albina in Tanzania. Sono coloro che non hanno paura a storcere il naso quando si sentono riferimenti denigratori contro gli albini; sono coloro pronti a dialogare, a spiegare quanto l’albinismo non sia maledizione, malattia, a spiegare le cause vere, così semplici quanto spesso ignorate.

distribuzione creme solari

distribuzione creme solari

incontro con gli albini. distribuzione creme solari.

incontro con gli albini. distribuzione creme solari.

Cosa ci insegna tutto questo? Quali sono i principi umani che riesci a leggere? Io ho letto la voglia di comunità, di rispetto, di comprensione dell’altro. Ognuno legge ciò che vuole, ciò che è: l’Africa la leggi attraverso i tuoi soli occhi, il tuo solo corpo, i tuoi soli sensi. Ti riporta alla tua vita passata, riesce a farti immergere nel qui ed ora: ora c’è da cucinare, ora c’è da far un lungo viaggio in daladala per consegnare dei documenti, ora c’è da coltivare il tuo campo, da sfamare tuo figlio, da dedicare il tuo tempo ad aiutare, ora c’è da aspettare. L’Africa ha tempo da dedicare, ha pazienza da insegrare, ha sorrisi da dedicarti, ha saluti continui da indirizzarti. Ti riporta al passato, al presente, anche al futuro. Molte cose che ti davano ansia non ti servono più, adesso puoi metterle da parte: l’insofferenza e l’impazienza rischiano di allontanarti, il delirio di onnipotenza ti sbarra la strada agli incontri veri, l’eccessivo controllo è incompatibile.

C’è qualcosa che va oltre la tua voglia, a volte ossessione, del controllo su tutto, su tutti, sul tempo, sulle tue paure, sul tuo corpo, sulle tue emozioni, sui tuoi guadagni, sulla possibilità che le persone si allontanino da te, sugli appuntamenti, sulle scadenze, sui ritardi che ti infastidiscono. Anche nei momenti in cui sei giù, in cui sei stanco, in cui vorresti non parlare,  c’è sempre qualcuno per la strada che ti fa ritornare al qui ed ora, che ti fa riprendere il contatto con la realtà. C’è sempre qualcuno che ti grida da dietro “Kamwene!, “Mambo vipi?”, “Safi?”, “Habari za kazi?za nyumbani?za marafiki zako?”, “Ciao!Come va? Tutto ok? Come va al lavoro?a casa?come stanno i tuoi amici?”: c’è sempre qualcuno che ti risveglia. Dopo due o tre domande non puoi fare altro che aprirli, i tuoi occhi. Non sono mai riuscita in questa circostanza a non fermarmi a parlare con la donna, l’uomo, che mi hanno rivolto la parola. Dopo una chiaccherata puoi solo ringraziarla/lo in cuor tuo. Tutti quei pensieri sono andati via, quasi dissolti.

L’Africa ti chiede di avvicinarti, di avvicinarti di più. E’ istintiva e paziente allo stesso modo, è una donna piena di energia, una donna che può insegnarti la coraggiosa strada dell’ottimismo e dell’attesa; l’Africa è una madre che ti insegna fin da piccolo a camminare con le tue gambe. E’ come quella madre che non ha paura sul daladala di affidare suo figlio ad un’altra donna, ad un altro uomo, per il tempo del viaggio. Lei è la mama di tutti, il suo bambino è figlio dell’essere umano.  L’Africa è una donna e non ha essenzialmente la pelle nera. L’Africa è una ragazza albina che, appena le porgo la mano per presentarmi, me la strattona con delicatezza, avvicinandomi a sè; fa così appoggiare la mia testa sulla sua spalla e mi abbraccia con forza, dicendomi “Asante dada“, “Grazie sorella”. Se un abbraccio potesse racchiudere tutto l’amore che c’è ancora tra l’umanità, che risiede in quel coraggio di contrapporci alle distanze, allora io ho ricevuto quell’abbraccio.

C’è qualcosa qui che sfugge al tuo controllo e a qualsiasi atteggiamento di superiorità che tu possa avere. Sento questa sensazione ogni giorno andando e tornando dal mio lavoro. Ho scelto di percorrere ogni mattina lo stesso sentiero, una scorciatoia con un piccolo sentierino che scende giù dalla collina. Da un momento all’altro ti immergi in un campo di mais e di girasoli. Non c’erano, un mese fa, questi girasoli, fino a quando non hanno iniziato ad adornare di puntini sparsi e gialli questa collina. Non sapevo nemmeno fosse un campo di girasoli, quello. Poi, ad un certo punto, tutta questo strada è cambiata. I girasoli sono spuntati, si sono fatti sempre più alti, giganti, numerosi, imponenti. Il mais ha iniziato a fari alto: adesso, mi arriva all’altezza delle spalle. La strada che avevo scelto, in principio, era dritta, sicura, creava un solco chiaro, ma era interrotta da grosse pietre. Adesso le piante crescono su questo sentiero, i miei piedi poggiano sul morbido dell’erba che sta ricoprendo quelle pietre: adesso sono io a dover fare delle piccole deviazioni verso la terra per raggirare l’alto mais. Adesso, nel mio percorso, sono immersa dal verde e dal giallo. Adesso mi sento avvolta dalla natura, e dalla vita, quella con i vestiti non sempre puliti, quella dei saluti e degli abbracci, quella del tempo lento, quella che lotta ogni giorno con coraggio e che scoppia di verità. Quella vita, insomma, che ti invade.

Dedico queste mie riflessioni alla ragazza che mi ha abbracciato, alle pacche di saluto forti sulle spalle, ai passanti che mi hanno risvegliato.

Giulia

 

 
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Pubblicato da su 13/03/2014 in Uncategorized

 

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“Si, figlia mia. Questa è tua sorella”. Non smettiamo di ricercare la bellezza

Nel corso delle nostre vite e delle esperienze che le accompagnano arriva il momento, per ragioni che scopriremo solo in seguito, di cambiare luoghi, di allontanarsi, di spostare la propria casa. E’ arrivato il momento per tre dei volontari in Tanzania di continuare la propria strada nel villaggio di Ilula. La prima sensazione appena scesa dal dala dala in arrivo da Iringa, è stata quella del movimento. Abituati alla pace silenziosa del villaggio di Pomerini, Ilula si presenta in tutta la sua rumorosa dinamicità, nelle voci alte per strada, nei pikipiki ce sfrecciano, nei camion portamerci in sosta o temporaneo passaggio. La sensazione è stata, fondamentalmente, quella di poter dire “E adesso, mettiamoci ad osservare la diversità”: la diversità la percepisci nei suoni, nelle luci, negli atteggiamenti delle donne, degli uomini, dei bambini.

Nei giorni successivi al nostro arrivo, ho sentito il bisogno di scoprire, di immergermi in questi nuovi luoghi, nei quali vivremo, nei quali porteremo avanti le nostre attività. L’impatto con una realtà più urbana, dove il buio viene interrotto dai fari dei tir in transito e il silenzio dai loro clacson, fa da sfondo alla scoperta di nuovi ambienti.

Barabara kuu

Barabara kuu

La barabara kuu (“la strada principale”), luogo di ritrovo, di partenze e di arrivi, di soste dai viaggi, di scarico di merci, divide Ilula in due parti. C’è una parte che sale verso le colline, con i loro enormi massi: è salendo su che ci si ritrova in spazi incontaminati fatti di piccoli sentieri non tracciati; è qui che camminando, senza rendersene conto, ci si ritrova da un momento all’altro a casa di qualcuno, seduto a tagliare della verdura, a lavare degli ortaggi, ad accendere un fuoco, a zappare un orto, a riposarsi su un materasso. Ed è subito dopo che ti senti salutare con un forte e squillante “Kamwene! Karibu!“, “Salve! Benvenuto!”. Man mano che si scende, ai piedi delle colline, la vista incontra una striscia di alti alberi dove, se osservi con attenzione, nella prima mattina, puoi scorgere due o tre “wanyani“, “scimmie”,  che, tra un gran baccano di versi e richiami, fanno a gara a saltare da un albero all’altro; scendendo ancora si incontrano i campi di mais, come sempre coltivati da chiunque, uomini giovani o anziani, ragazzi o ragazze, bambini, donne con un bambino sulle spalle, avvolto nel kitenge; si incontra il soko, il mercato, tra strade strette e vicoletti, piccole case, tende con in mostra frutta di ogni tipo, verdura, che si alternano ai prodotti per la casa, per la persona. Si attraversa la strada, si incontra una zona del villaggio-città simile a quella sopra descritta; poi gli spazi più aperti, le strade lunghe, i campi sterminati di mais, di pomodoro, gli alberi di bambù…

Questa realtà porta con sè, a mio parere, tutti i significati del mutamento, è la dinamicità: è una realtà fatta di salite, discese, vicoli stretti e ancora più stretti, strade larghe; si passa dai luoghi di ritrovo, affollati, a quelli dedicati agli acquisti, a quelli silenziosi e immersi nella natura; si passa dai canti delle chiese cristiano-cattoliche al canto del muezzin proveniente dalla moschea; uomini e donne in vestiti “all’occidentale”, donne con i loro kitenge colorati e con i loro fasci di legna sulla testa, donne con il velo, altre no. Tutti vivono la stessa realtà anzi, le loro realtà.

Sui monti sopra Ilula

Sui monti sopra Ilula

A questa città-villaggio dedicherò il mio tempo, oltre che nelle attività previste dalla campagna di sensibilizzazione su disabilità e albinismo, nella collaborazione con un’associazione che si occupa di prevenzione della salute, in specifico dell’HIV, presso Ilula e dodici villaggi circostanti. La realtà dell’HIV non è  monodimensionale: puoi lottarci fin dalla nascita, puoi incontrarla per caso per un tuo comportamento o, senza volerlo, puoi incontrarla per “bisogno”, per disperazione. Non si vede, non puoi individuare chi ci lotta e chi no, è silenziosa e invisibile, coperta da un velo che qui, in Africa come ad Ilula e dintorni, si cerca di eliminare. Si lavora affinchè si possa evitare che l’ignoranza sul tema, la povertà, la noia, il disagio giovanile e non, contribuiscano alla sua diffusione. Si cerca di sbarrargli la strada, con la forza delle risorse umane e del senso di comunità. Non a caso, il simbolo volto alla sensibilizzazione che l’associazione riporta scritto sulla parete della sua sede, è un semaforo, con sotto scritto “Epuka Ukimwi“, “Ferma l’HIV”, “Tuifanye Ilula Iwe Jamii Salama“, ovvero “Facciamo sì che quella di Ilula sia una comunità sana”.

Attività di sensibilizzazione prevenzione HIV

Attività di sensibilizzazione prevenzione HIV

Tra quei vicoli, luoghi di ritrovo, villaggi, la lunga strada asfaltata, su questa struttura della città-villaggio di Ilula si può individuare l’insieme di tutte quelle realtà che creano il disagio e l’insicurezza. Desidero che la bellezza di questi luoghi non sia oscurata da questa realtà che la contrasta: è come un braccio di ferro, tra forze contrarie ma, spero, assolutamente diverse nell’intensità. E’ una bellezza creata dall’accoglienza della sua gente (e anche dalla distanza di parte di essa), dal senso di comunità di gruppi di donne e uomini che collaborano per sostenersi economicamente, dalla scuola primaria che unisce bambini cristiani e musulmani nelle stesse classi, oltre che bambini portatori di disabilità fisica e sensoriale; è una bellezza fatta dagli incontri, dai “Mambo vipi?” dei ragazzi per strada, seguiti da un confidenziale batticinque. E’ la bellezza di una comunità che, nonostante tutto, esprime un grande coraggio: “Tupo Pamoja“, dicono spesso tra loro, “Siamo Insieme”. Il velo è creato, invece, da problematiche che si intrecciano, che si complicano a vicenda, che sono allo stesso tempo cause e conseguenze, realtà che creano una vera e propria matassa. Provare a scioglierla, ad analizzarle una per una queste diverse problematiche, è quello che possiamo fare. Fare significa agire avendo però chiaro il contesto del luogo dove ci troviamo ad operare; significa, a mio parere, riuscire ad essere presenti e, allo stesso tempo, invisibili; far sì che la voglia di vivere meglio parta dalla gente, dal loro impegno, dalla crescita della loro consapevolezza. Gli atteggiamenti di rispetto per la natura, rispetto per il lavoro, concentrazione nelle cose che si portano a termine, il tempo che si dedica ad esse, sono tutte manifestazioni di amore verso la vita, di speranza, un’atteggiamento dal quale sto imparando. Questo mi porta sempre a credere ancora nelle persone: questo da senso al lavoro delle persone con le quali sto collaborando adesso.  

Ho visto gli occhi fissi su di me, ma spenti, di uomini chiusi ore all’interno di una pomberia, dove si servono grossi bicchieri di plastica con del pombe, l’alcol locale, ulanzi per esattezza, estratto direttamente da grossi alberi di bambù, economico e disponibile a pochi scellini; ho visto le loro teste e i loro corpi ciondolanti uscendo da questi locali. Il problema dell’alcolismo, altamente diffuso, ti segue fin da quando sei bambino: molte mama fanno bere ulanzi ai loro figli per farli addormentare, per dedicarsi ore e ore ai loro lavori nei campi, nelle sartorie… così che sei abituato a bere ulanzi, fin dalla giovane età, fino a quando diventa un costume, la sostanza che pensi ti farà lavorare nel tuo campo per più tempo e con maggiore energia, che ti farà affrontare le situazioni più difficili. E’ anche quella sostanza che ti stordisce, che ti fa dimenticare di avere una moglie a casa, che ti fa dimenticare la precauzione del sesso sicuro e che ti mette a rischio di contagio o nella condizione di poter contagiare il tuo compagno/ la tua compagna occasionale. Oltre all’alcol è la tossicodipendenza un altro mezzo di contagio, a causa dell’uso continuo e “a giro”, di siringhe per iniettare droga. L’HIV è una minaccia costante per tutti quegli individui con gravi difficoltà economica, quella parte della popolazione considereta “a rischio”: ci si riferisce, con questa espressione alle venditrici di frutta e verdura, a coloro che impacchettano tutto il giorno grosse quantità di pomodori, alle guest attendant, ovvero coloro che si “occupano” degli ospiti in arrivo nelle guest house dopo un lungo viaggio, le vittime di GBV, ovvero la violenza di genere. Sono questi gli individui, nella maggior oparte dei casi donne, che hanno le maggiori difficoltà nell’evitare relazioni occasionali richieste in cambio di denaro o servizi, o che spesso non si trovano nella situazione di poter negoziare sesso sicuro o che, dopo aver scoperto di aver contratto il virus, hanno le maggiori difficoltà nel curarsi tramite una terapia antiretrovirale o a seguirla con costanza. Sono proprio questi gli individui contro i quali si scagliano le dinamiche discriminatorie: alcolisti, prostitute, omosessuali…

 

Solo osservando, discutendo, si può capire quale può essere la via di intervento migliore. Quali sono le varianti antropologiche da metter in relazione tra loro? Quali le barriere culturali alla prevenzione? Quali gli ostacoli posti all’uso del condom, quali gli aspetti non accettati dei metodi di pianificazione familiare? Quali i rischi nel ricorrere a consulenze “miracolose” presso i witchdoctors, “dottori stregoni”, piuttosto che ad una struttura ospedaliera?

L’HIV avanza: avanza a causa di questo velo che lo copre e che, al contempo, favorisce la sua marcia. Ilula diventa così luogo di dinamiche pericolose, di passaggio, luogo di incontri, di favori, ma allo stesso tempo luogo di iniziative, di speranza, di bellezza.

La bellezza non è un concetto vecchio: ogni luogo in cui ci troviamo ci offre la possibilità di ammirarla attraverso canali, modalità e priorità differenti. Ogni giorno sperimento bellezza.

Incontro con gli albini di Ilula. Distribuzione creme solari

Incontro con gli albini di Ilula. Distribuzione creme solari

La sento presente durante un incontro con sei albini di Ilula, nel loro scambiarsi consigli, nell’organizzarsi per poter comunicare con coloro che non hanno un telefono tramite giri di contatti, vedo la ballezza nel loro dire “Io ti ringrazio” quando ricevono una confezione di crema solare. Vedo la bellezza nel gesto di una bambina che mi saluta, anzi, mi benedice, ponendomi le mani sulla testa; la sento nella voce di una madre senza marito che descrive la sua lunga giornata e i suoi quattro figli e in quella delle donne che mi salutano riconoscendomi per strada; la accetto dalle mani di una anziana signora che mi porge in dono un mazzo di mboga, “verdura”; la percepisco perchè mi sento all’interno di una grande famiglia quando saluto dicendo “Kamwene mama”, “Salve mamma” o “Kamwene bibi, “Salve nonna”; sento la bellezza nella frase di una donna che benedice il mio lavoro mentre le racconto come ho passato la mia mattinata; sento la comprensione quando un ragazzo mi dice “Si, vorrei fare il test dell’HIV, mi recherò all’associazione”. Comprendo cosa è l’accoglienza, l’umiltà, quando una madre dice alla sua bambina di quattro anni, indicandomi, “Si, figlia mia. Questa è tua sorella”.

Giulia

 
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Pubblicato da su 02/03/2014 in Uncategorized

 

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“Mahusiano yanaanza na wewe”: riflessioni e libertà su disabilità e albinismo

“Mahusiano yanaanza na wewe”: riflessioni e libertà su disabilità e albinismo

Gioco disabilità sensoriale. Kitowo Primary School

Gioco disabilità sensoriale. Kitowo Primary School

I giorni che vanno dal ritorno dalle vacanze fino alla fine del mese di gennaio sono stati, per i tre volontari Sve (me compresa) inseriti nel progetto “No more discriminations against albino people”, gli ultimi giorni di permanenza al villaggio di Pomerini, prima del trasferimento ad Ilula.

I dati che abbiamo raccolto tramite la somministrazione dei questionari presso la Secondary School di Pomerini, ci hanno fornito del materiale indispensabile al fine di strutturare una campagna di informazione e sensibilizzazione che possa effettivamente toccare tutti quegli argomenti poco chiari, tutte quelle “past ideas” and “current discourses” che sono venuti fuori dall’analisi delle risposte degli studenti intervistati.

Parlare di disabilità in Tanzania, di albinismo, di genetica, capire come comunicare, evitando un atteggiamento di superiorità: come “adattare” noi stessi al contesto? Come adattare i nostri modi di comunicare (significati, parole, gesti, modalità) a coloro che ci ascoltano?

Innanzitutto, mai si potrebbe comunicare qualcosa se in prima persona non hai già maturato delle idee sull’argomento da trattare. E’ quello che abbiamo cercato di fare, cercando quante più informazioni e spiegazioni possibili, consultando notizie di cronaca, articoli di stampo legislativo, scientifico ed antropologico. Dopo avere organizzato le nostre idee, è arrivato il momento di capire che filo logico adottare nell’affrontare i vari argomenti: iniziare dalle definizioni, per arrivare alle cause, ai problemi, alla contestualizzazione del problema in Tanzania, fino ad arrivare ai modi in cui si può aiutare, ovvero, la personale presa di reponsabilità.

Questa è la struttura che io e i miei due “compagni di campagna” abbiamo deciso di adottare: quali sono le cause della disabilità e dell’albinismo? Quali sono le cause e le consequenze della disabilità e dell’albinismo? Quali sono i campi in cui i disabili e gli albini vengono discriminati? Come la comunità, i servizi alla persona, la famiglia, la scuola, la legge, possono tutelare i diritti delle persone affette da disabilità e da albinismo? E noi, in prima persona, cosa possiamo fare?

Abbiamo deciso di dare il seguente titolo alla campagna “Mahusiano yanaanza na wewe”, “L’integrazione inizia con te”: è questa l’idea centrale che abbiamo voluto comunicare, l’idea cioè che l’inclusione sia, innanzitutto, una responsabilità, uno sforzo personale. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti di coloro che stanno a noi più vicini o che si trovao dall’altra parte del globo. Forse molti non condividono questa idea di aiuto e solidarietà “a distanza”, nel momento in cui si pensa che ciò che affligge un popolo lontano non ci riguarda in prima persona. Ma questa è la mia idea, e credo nell’assoluta autonomia di pensiero di ognuno, che è anche la base della sua libertà. E’ proprio un senso di libertà quello che abbiamo cercato di comunicare a questi ragazzi/e, bambini/e. L’obiettivo è stato quello non solo di comunicare delle informazioni che potrebbero essere dimenticate dopo qualche giorno se non dopo qualche ora. Il vero obiettivo è stato quello di responsabilizzare e di rafforzare la fiducia personale di decisione e di azione. Sono convinta che la campagna possa avere dato effettivamente un  contributo in questo senso: non è da noi, qui per soltanto qualche mese, che deve iniziare il cambiamento. Dobbiamo dar fiducia a questi ragazzi che con una zappa in mano per l’ora di “kilimo”, “agricoltura”, percorrono ogni giorno la strada corta o, nella maggior parte dei casi, lunga chilometri, che separa la loro casa dalla scuola. Io do fiducia anche a Doto e Princess, che ogni mattina percorrono lunghe distanze , mano nella mano: sono due orfani, sempre pronti a sorriderti. Ogni mattina, guardando quei passi corti, mi sono chiesta quanto impiegassero per andare al “chekachewa”, ovvero, l’ “asilo”.

“Ushirikiano yanaanza na wewe” significa, anche se non letteralmente, “tu sei l’attore del cambiamento”. Abbiamo ritenuto sempre importante sottolineare quanto il sapere ci indichi una strada per stare consapevolmente al mondo e in relazione gli altri: questo non significa che un uomo o una donna senza istruzione non sappiano stare al mondo..non si intende questo. Ma siamo certi che, riguardo certi argomenti, siano stati l’ignoranza e le false informazioni a creare falsi miti, credenze. Noi abbiamo presentato la campagna come possibilità di ascoltare, di chiarire dubbi, di sentire “un’altra voce”e tanti, con nostro grande piacere e stupore, sono stati i dubbi e le domande che ci sono state poste; la possibilità, insomma, di sapere, di farsi un’idea e poi, con la massima libertà nei tempi, nelle modalità e nelle conclusioni, prendere delle decisioni.

Proprio per l’amore e la fiducia che nutro nei confronti dell’umanità, credo che l’accesso al sapere sia una vera e propria opera di giustizia. Convinzioni, miti, hanno approfittato dell’ignoranza per farsi strada: disabili ed albini non sono in grado di lavorare, di studiare, di partecipare alla vita pubblica e alla vita comunitaria; gli albini sono una punizione divina per il comportamento errato di madre e/o famiglia; l’albinismo è mancanza di vitamine, di ferro nel sangue; gli albini sono “wazungu”, Europei, ma non Africani; albini si diventa per l’uso di cosmetici, per gli agenti atmosferici; se tocchi un albino, anche tu diventerai come lui; gli albini non muoiono, ma si dissolvono sotto la pioggia; sono creature sovrannaturali; con i loro corpi i witch doctors possono creare pozioni in grado di guarire, portare fortuna; sono creature con poteri magici…

Sarebbe bello che tutto questo fosse una barzelletta, che ci si possa ridere sopra. Molte volte è successo di vedere dei tanzaniani adulti scoppiare dal ridere a sentire tali idiozie. Eppure in Tanzania, e nel resto dell’Africa, albini hanno perso la vita proprio a causa di queste “idee incredibili”. Dal 2007 circa cinquanta albini hanno perso la vita in Tanzania. Al 2010 risalgono dati di uccisioni, nelle regioni di Mwanza, Shinyanga e Mara. In particolare, Mwnza è una regione principalmente rurale, con un tasso molto basso di alfabetizzazione, dove sono circa 3.000 i witch doctors  ufficialmente registrati.

Le idee sono armi aguzze, riescono a sopravvivere per anni, a rinforzarsi, ad essere trasmesse per generazioni. Bene, se proprio questo è il percorso che le idee e le convinzioni seguono, è bene seguire lo stesso metodo, ovvero trovare altre idee e convinzioni che possano avere la stessa forza, uguale ma contraria.

Personalmente parlando, la regola sempre presente durante la campagna, ovvero quella del non “insegnare” ma di “spingere alla riflessione sulla informazioni fornite” è stata sempre messa in primo piano. A questa umiltà necessaria ha contribuito la consapevolezza che, prima di venire in Tanzania, a parte aver letto alcune notizie sull’albinismo e sui progetti di cooperazione a loro favore, nè io, nè Andrea, nè Ana avevamo delle conoscenze scientifiche e profonde riguardo l’argomento albini e, similmente, sulla questione della disabilità. Anche per noi, non solo per gli studenti, è stato un momento di scoperta e di formazione di idee, un inizio di una personale riflessione. Questo ci ha aiutati a creare una campagna che potesse comunicare in modo semplice, per far comprendere come noi stessi avevamo compreso nei nostri giorni di ricerca e studio dei materiali.

La campagna ha interessato due scuole secondarie, dei villaggi di Pomerini e Ukumbi, e cinque primarie, dei villaggi di Pomerini, Msengela, Kitowo, N’gongwa, Masege. La campagna è stata  differenziata nelle modalità di comunicazione delle informazioni e nella lingua di comunicazione a seconda dei suoi destinatari.

Per quanto riguarda le scuole secondarie, ci è stato chiesto dal preside dell’istututo di poter comunicare in inglese con i ragazzi, in modo che essi potessero acquisire un vocabolario specifico che potesse poi permettere loro di leggere  articoli non escusivamente in lingua swahili.

I ragazzi della Secondary si sono dimostrati molto inclini all’ascolto; hanno mostrato una grande attenzione agli argomenti e tanta curiosità attraverso domande e richieste di chiarimenti.

Cosa è l'albinismo..

Cosa è l’albinismo..

Il contesto della Primary School, che ci ha visti confrontarci con ragazzi e ragazze di più giovane età, ha messo alla prova il nostro swahili. Nonostante i pochi mesi di studio e pratica della lingua, siamo riusciti, con il fondamentale aiuto da parte del nostro amico tanzaniano Noeli nelle traduzioni e nelle spiegazioni, a creare dei cartelloni che, in maniera semplice e divertente potessero affrontare argomenti di così grande spessore, oltre a fornire esempi vicini agli studenti, legati alla vita del villaggio, alle azioni quotidiane, ai problemi percepiti dalla comunità locale. Ci siamo confrontati con Noeli nella scelta degli argomenti da trattare, quelli nei quali era possibile andare più in profondità, quelli da affrontare in maniera un po’ più superficiale: dopo ogni nostro intervento, Noeli comunicava con i ragazzi e le ragazze, fornendo loro esempi pratici in un approccio, di sicuro, più diretto.

 

Msengela Primary School

Msengela Primary School

L’accoglienza generale è stata motivante, in primo luogo da parte degli headmaster che, con il supporto di materiali da noi forniti, si sono offerti di continuare,durante alcune ore di lezioni, l’ approfondimento dell’argomento (in linea con la policy tanzaniana che sta particolarmente pressando sull’argomento della sensibilizzazione circa questi due argomenti), dicendoci che la possibilità di partecipare ad un incontro del genere era una grande possibilità per gli studenti. Per loro significa la possibilità di uscire dall’ “astrattezza” delle lezioni teoriche per affrontare, ci dissero, la “vita vera, quella di tutti i giorni”.

Proprio al fine di rendere la campagna più vicina agli studenti, si sono organizzati dei giochi che hanno messo i ragazzi e le ragazze della scuola primaria e secondaria nella situazione di potere per qualche minuto sperimentare la sensazione del non vedere, del non sentire, del non poter camminare. I giochi hanno così avuto l’obiettivo di fare immedesimare e, allo stesso tempo, di capire il senso della cooperazione nell’aiutare. Disabilità fisiche e mentali, handicap sensoriali che, nell’ottica di un aiuto reciproco, possono “compensarsi”, scoprire debolezze ma, allo stesso tempo, potenzialità dell’altro.

Penso che anche questa attività possa essere considerata una cooperazione, uno scambio: riflettere per comunicare in modo efficace, far sì che gli individui (donne, uomini, bambini, studenti) che ci ascoltano siano del tutto liberi di elaborare le proprie idee: solo delle idee che si sentono proprie vengono tramandate, vengono sentite parte del patrimonio comune.  E un atteggiamento umile e pronto al confronto da entrambe le parti , a questo punto, diventa il punto di forza.

Combattere le idee con le idee, favorire un’evoluzione di pensiero autonoma; combattere i miti, le superstizioni, il pensiero comune che, troppo spesso, ha seminato sterminio che, forse, agli occhi dei “lontani” sembra assurdo, tanto assurdo da divenire inesistente e, infine, ignorato.

 

Kitowo Primary School

Kitowo Primary School

Dedico queste riflessioni a tutti gli studenti che hanno partecipato alla campagna, che ci hanno accolto e che ci hanno spinto a ricercare l’uso di tecniche di comunicazione “alla pari” e ai loro professori, che hanno riconosciuto l’importanza degli argomenti trattati. Grazie a questi ragazzi abbiamo compreso molto più sull’argomento. La voglia di comunicar loro informazioni veritiere ci ha spinti a mettere insieme ricerca e spirito di collaborazione, sia tra noi volontari che, in classe, con gli stessi studenti e studentesse.

Ci prepariamo adesso a portare la stessa campagna presso le scuole di Ilula, dove il confrontarci con una realtà ancora differente ci metterà di fronte a una nuova sfida e ad uno sforzo ulteriore di collaborazione, ascolto e scambio.

Giulia

 
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Pubblicato da su 16/02/2014 in Uncategorized

 

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Viaggio nei luoghi dove l’Africa abbraccia l’Oriente

Il mio periodo di volontariato in Tanzania si è arricchito per qualche giorno, circa un mese fa, dell’esperienza di un “viaggio dentro il viaggio”. Il viaggio pianificato con i miei compagni di avventura ha significato per me lo svelamento inaspettato di un’altra parte di questo paese che sta facendo da sfondo alle mie riflessioni e al mio lavoro di questi mesi.

La prima tappa è l’arcipelago di Zanzibar, dall’arabo  “Zinj el-barr”, ovvero “la Terra dei Neri”. La scoperta di Stone Town presenta davanti ai miei occhi una realtà dinamica ed estremamente interculturale. Beit el-Sahel, la “Casa della spiaggia”, museo custode di ricchezze e bellezze dell’epoca del sultanato dell’Oman, e dimora della principessa Salme, autrice di Memorie di una principessa araba di Zanzibar; le  moschee con gradini ricolmi di scarpe lasciate sull’uscio; la mia sperata visita all’interno della moschea Ijumaa; canti del muezzin che scandiscono i momenti di preghiera; l’Antico forte, costruito dagli arabi dopo la cacciata dei portoghesi e, al suo interno, una galleria d’arte ospitante la mostra di un giovane che con i suoi dipinti ha deciso di immortalare le bellezze della città.

Camminando per gli stretti vicoli di Stone Town si incontrano porte di legno, intagliate in stile arabo (in tutto ve ne sono cinquecento), con le note simbologie del pesce, del fiore di loto, della palma da dattero. Continuando il mio girovagare incontro un tempio indù dedicato al dio Sheeva: il mio stupore non può che crescere. Ogni angolo ospita opere archittettoniche che uniscono tra loro lo stile africano, arabo, indiano. La dinamicità di questa realtà “isolana” si nota dall’intreccio culturale architettonico e culinario, dalle note della musica “taarab”(splendida commistione di melodie strumentali delle tre culture), dalle tante attività che interessano popolazione giovanile e non. Arrivati in prossimità del mare, presso i giardini di Forodhani, giovani si sfidano a gare di tuffi dal molo e l’olfatto è catturato immediatamente dagli odori del pesce, dei chapati, cucinati da uomini e donne ben dispoti sui trenta e più banchetti; nel frattempo l’Antico Forte ospita uno spettacolo di giovani acrobati e giocolieri, che continuano ad allenarsi senza sosta fino al tramonto.

Le nostre scoperte continuano presso l’isola di Mafia, dove 45.000 vite si intrecciano tra le attività dell’ agricoltura e della pesca. Scene di pescatori sulla riva catturano la mia attenzione, una passeggiata mattutina sotto il sole cocente mi offre uno spettacolo fatto di colori caldi, di case fatte di legna e di fango; il mio girovagare mi porta per puro caso ad una scuola coranica. I bambini mi mostrano i loro quaderni con esercizi di ortografia su caratteri dell’alfabeto arabo, il maestro mi spiega il funzionamento dell’educazione che incontra la religione islamica, in un’isola dove il 98% degli abitanti segue questa fede.

La scuola coranica- Isola di Mafia

La scuola coranica- Isola di Mafia

Chiedendo informazioni in giro per scovare un posto dove poter pranzare, io e i miei compagni di viaggio facciamo la conoscenza di un ragazzo albino di 22 anni, Abduli, che si offre di accompagnarci presso un locale. Prende una birra, godiamo della sua compagnia. Si avvicina il suo amico Anthony, amico stretto e fidato. Il tempo di capire la disponibilità di confronto del ragazzo, decidiamo di chiedere un’intervista ad Abduli. Ci racconta di un’organizzazione, nata nell’aprile del 2013, che si interessa della ricerca di lavoro a favore di alcuni dei 30 albini che abitano l’isola di Mafia. Abduli afferma di esser stato vittima di molte discriminazioni specialmente nel contesto scolastico e medico, a causa della sua scarsa possibilità economica per pagare le visite che sarebbero per lui necessarie. Ci dice “gli albini sono spesso trattati come “non-persone”. “Non è tanto il fatto di esser discriminati per una cosa o per un’altra- afferma- la vera questione risiede nel fatto che le persone che ti vivono accanto non ti considerano un essere umano come loro. E’ questa la questione che sta alla base di tutto. Tutte le altre forme discriminatorie hanno origine da qui”. Abduli soffre del sole forte di Mafia: a lui e agli altri albini non vengono forniti creme solari, cappelli, occhiali o qualsiasi altro mezzo di difesa dal clima caldo dell’isola. L’intervento di Anthony si dimostra, allo stesso modo, illuminante. Ci dice che anche lui, da piccolo, nutriva superstizioni e false idee nei confronti degli albini. Ciò che gli veniva detto era: “Semmai ti succedesse di guardare un albino, stai attento: diventerai esattamente come lui”. La sua testimonianza mi ha dato, comunque, speranza: adesso, dopo aver scoperto cosa è davvero l’albinismo, ha cambiato idea. La sua crescita e la sua voglia di conoscere gli hanno insegnato il rispetto. Adesso Abduli è uno dei suoi migliori amici: lo considera “kaka yangu”, in kiswahili “mio fratello”. Partiamo da queste testimonianze per credere che l’informazione e la sensibilizzazione, la conoscenza, è ciò che potrà, con i suoi tempi, permettere agli individui affetti da albinismo, di vivere la propria vita in maniera dignitosa e libera dalla paura. Non dimentichiamo che il sentire che la propria vita è al sicuro è uno dei diritti fondamentali dell’essere umano.

 

Abduli, Giulia, Ana- Isola Mafia

Abduli, Giulia, Ana- Isola Mafia

La scoperta della Tanzania orientale, ci porta verso la costa sud-est del paese. Le distanze sono tante, i mezzi cambiati sono numerosi: anche questo viaggio mi ha insegnato l’attesa, il valore che vi risiede, l’importanza dell’osservazione attesa o di una semplice chiaccherata. Ho deciso di non utilizzare nessuna guida, libro, materiale: quello verrà dopo. Adesso ci sono uomini e donne che sono disposti a parlarti: basta ascoltarli, percepirli. Insomma, basta aprirsi ed incoraggiare a fare lo stesso, sempre che si voglia.

Arriviamo a Kilwa Masoko, dopo circa dieci ore di viaggio. Una festa sulla spiaggia, scoperta per caso, ci introduce, alla gente del luogo e al nuovo anno. La mattina seguente, un nuovo girovagare per il villaggio mi porta a parlare con donne e uomini; una ragazza mia coetanea si siede a farmi compagnia durante il mio pranzo di chapati, thè e mango. Iniziamo a parlare di Kilwa: Mi dice: “Sai? Kilwa è stato il primo luogo dell’Africa orientale dove il Corano è stato studiato. Lo sentirai, quando andrai a Kilwa Kisiwani”. Kilwa Kisiwani presenta, in effetti, un patrimonio culturale immenso: ci rechiamo in quest’isola il giorno dopo.  L’antico forte, la Grande Moschea (che ebbe il primato come moschea più grande, dell’Africa Sub-sahariana, fino al XVI secolo), la residenza del sultano Suleiman: una nuova parte dell’Africa, che va ad incontrare un’altra cultura che è sua parte e partecipe al suo sviluppo, della sua ricchezza.

 

I volontari Sve- Kilwa Kisiwani

I volontari Sve- Kilwa Kisiwani

Kilwa Masoko

Kilwa Masoko

L’aria che vi si respira è quella di una bellissima commistione fra culture diverse, che hanno fatto del mare il loro luogo privilegiato di incontro. E’ questa una di quelle volte in cui ho percepito il mare come simbolo di incontro vero, di possibilità di vera scoperta dell’altro, un processo che in questo luogo ha avuto una durata di secoli e secoli, e che adesso ci offre questo spettacolo, spiazzante ed estremamente coinvolgente ed ispiratorio. Ho sempre vissuto il mare in questo senso, ho sempre respirato la mia terra come un incontro vero di culture, occasione che molti ancora si lasciano sfuggire: porto adesso qui, lontano la mia terra, il senso di accoglienza dei luoghi da cui provengo. E’ pur vero che il passato dell’Africa orientale è una storia fatta di colonizzazioni, imposizioni religiose, commercio di schiavi; dall’altra parte è anche vero che la Tanzania presenta da sempre un aspetto molto particolare. E’ quello di un paese che, nel periodo della sua transizione verso la decolonizzazione e l’indipendenza, ha saputo evitare lotte tribali e conflitti interni, in nome di un’unità nazionale che si basasse, come affermò Julius Nyerere, sulla convivenza entro i suoi confini di cristiani, indiani, musulmani, nella consapevolezza che è grande sintomo di ignoranza distinguere, categorizzare, includere e, di conseguenza, escludere, in nome di razza, colore, religione. E’ proprio con Nyerere che è prevalso un orientamento moderato, non razzista, ispirato alla cooperazione tra comunità africana e araba. Non è un caso che i colori della bandiera tanzaniana siano il verde, il nero, il giallo, il blu, che simboleggiano le risorse naturali, il popolo, il sole, il mare, simbolo dell’ annessione di Zanzibar, dell’incontro, appunto, di culture. Per il rosso, quello del sangue versato per la libertà, non vi è posto.

Che valori si attribuirebbero qui a quel filone di studi che va sotto il nome di “orientalismo”, in questo luogo dove il continente africano si trova a così stretto contatto con questa realtà, con la quale riesce ad intrecciarsi? Possiamo indagare su tutte le dinamiche e sui principi che hanno creato e continuano a creare le fondamenta di questa “Tanzania pacifica”, all’interno della quale convivono fedi, tribù, popoli differenti in molteplici aspetti?

Forse questo potrebbe essere un punto di partenza, uno spunto al fine di indagare come si potrebbe uscire dall’idea che sia ormai “pratica universale [quella di ]designare nella nostra mente uno spazio familiare nostro in contrapposizione ad uno spazio esterno loro“, come afferma Edward Said nel noto saggio Orientalismo, descrivendo le tecniche di rappresentazione dell’Oriente da parte dell’Occidente.

Abbiamo tanto da imparare da questa realtà: c’è molto qui sul quale predichiamo quasi ogni giorno ma che ancora stentiamo a mettere in pratica. E’ tutto quello che ho descritto sopra, insieme a tutti gli altri momenti vissuti con i miei compagni di avventura,  che hanno caratterizzato questo viaggio che, per qualche giorno, mi ha vista lontana dall’entroterra tanzaniano.

Dedico queste mie riflessioni a tutti coloro che ho incontrato per strada, che hanno risposto alle mie domande e soddisfatto la mia curiosità; a tutti coloro che mi hanno accompagnato nei posti in cui desideravo recarmi; a coloro che mi hanno fornito nuovi spunti di riflessione tramite consigli di lettura di testi. A tutti coloro che conoscono bene la mia passione per l’Oriente e il mondo arabo, che mi hanno e continuano ad accompagnarmi nel suo studio, e che adesso stanno condividendo con me la scoperta e l’amore per il continente africano nella sua realtà “a sud del deserto”.

Giulia

 
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Pubblicato da su 09/02/2014 in Uncategorized

 

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