RSS

Archivi tag: Africa

Dove si trova la tua casa?

Il momento del ritorno si avvicina. Ho deciso di iniziare a scrivere accompagnata dal moto traballante di un autobus che porterà me e i miei compagni di viaggio verso il nord della Tanzania che non smettiamo di ammirare nella sua varietà, ricchezza e profonda umanità. E’ forse un modo per rallentare il ritorno, per “ammorbidirlo” e, perchè no, per gustarlo scoprendone il vero significato, un significato che cambia da persona a persona, da vita a vita.

Gli ultimi giorni passati ad Ilula si sono riempiti di saluti e incontri con le persone che hanno seguito e appoggiato il nostro percorso, che è diventato anche il loro. A tutto questo si è unito un breve ma intenso ritorno al villaggio di Pomerini, dal quale questo percorso ha avuto inizio, arricchendosi poi, continuamente, di nuove sfumature, cambiamenti, nuovi incontri. Una riunione-dibattito con un gruppo di donne, uomini e bambini affetti da albinismo ha fatto da sfondo all’ultimo scorcio della mia vita ad Ilula. Non poteva esserci giorno più intenso e simbolico per parteciparvi.

Incontro con gli albini. Ilula

Incontro con gli albini. Ilula

Oltre alla distribuzione di creme solari, ai consigli forniti da esperti, l’incontro è stato occasione di indagine e scambio di opinioni su traguardi, ostacoli e difficoltà nella percezione dell’albinismo presso la comunità di Ilula e non solo. Cosa si è rusciti a costruire dal punto di vista dell’integrazione sociale, delle pari opportunità, del supporto al trattamento e prevenzione? E’ stata occasione per dir ancor qualcosa, ringraziare un’altra volta, buttare fuori difficoltà incontrate e motivazioni che ci hanno guidato nel nostro lento avvicinarci a questa realtà, tanto difficile quanto poco conosciuta. Una prima testimonianza è quella di una madre, recatasi all’incontro con i suoi due figli, un bambino di quattro anni e una bambina di otto, entrambi affetti da albinismo. E’ una madre il cui coraggio si percepisce dallo sguardo, dai movimenti, dal tono della voce nel raccontare episodi di scherno del quale entrambi i figli sono bersaglio nel contesto scolastico. “M. torna a casa piangendo, dopo un giorno a scuola dove i nomi con i quali si sente chiamare di continuo sono albino, zeruzeru, mzungu “. Altre due donne si son fatte avanti nel parlare e nell’offrire la loro testimonianza, dando sfogo alla frustazione causata da un governo dal quale non percepiscono vicinanza e un aiuto concreto e commisurato ai loro bisogni. Si tratta di bisogni e mancanze di ogni genere: beni di prima necessità, un accesso spesso ostacolato al mercato del lavoro, un’informazione sempre troppo superficiale sulle cause, conseguenze, mezzi di aiuto. Ma se sei un uomo, una donna, un/a ragazzo/a, un/a bambino/a albino, il tempo passato ad aspettare diventa direttamente un irrecuperabile ritardo nella prevenzione, con il rischio che una patologia che richiede attenzioni possa mettere in serio pericolo la tua vita. Per far fronte a queste mancanze, A. e K. hanno deciso di portare avanti un’attività per il loro rafforzamento economico personale, attraverso la produzione autonoma di carbone e tappetini creati con piccoli pezzi di kitenge avanzati dalle sartorie. Le difficoltà presentate da questo ‘”albinismo africano” non si limitano a questo: è una realtà che conferisce nuovi pesi e significati a parole, colori della pelle, opportunità personali, supporto dalla scuola. E’ una sfida di vita, una dimostrazione di forza e di coraggio: il sole che batte sui campi e sui volti della Tanzania, nella sua immensa bellezza, adesso ha un nuovo significato. Poi a Moshi vedere camminare abbracciati due ragazzi, uno dei quali affetto da albinismo, e sentire profondamente il senso del lavoro di sei mesi, quello che ci ha portato a riflettere, a cercare il giusto modo per comunicare, per offrire quel piccolo contributo che ha fiducia nella determinazione dei più piccoli che abbiamo incontrato: solo loro potranno rendere effettivo questo sforzo di tutti, nel tempo e nello spazio.

Il mio viaggio si conclude, così, con un altro “viaggio nel viaggio”: la scoperta del nord della Tanzania, con la sua gente diversa, i suoi villaggi e città diverse, le lunghe passeggiate alle falde del tetto dell’Africa, attraverso le sue cascate e le sue piantagioni di caffè, l’incontro con la tribù degli chagga, la breve ma intensa salita al Kilimanjaro, con i suoi silenzi assordanti, la forza del corpo umano che la scala che si unisce alla sua di forza, il respiro dell’uomo che si fonde con il suo. Una natura che ti invade gentilmente, il calmo immergersi nella sua pace, nella sua purezza, nella sua spiazzante immensità che ti accoglie e non ti giudica. Poi di nuovo l’incontro con l’Africa orientale, costiera, con le rovine delle sue moschee e i canti del muezzin per le strade. Poi ancora la scoperta dell’arte pittorica africana, con i suoi colori forti, a volte compatti e decisi, altre volte sfumati e privi di contorni: qualsiasi sia la tecnica e il colore, nelle tele si scoprono e riscoprono tutti i colori, le azioni, i valori che accompagnano la civiltà africana in questo continuo alternarsi tra preservare il passato e aprirsi all’incontro con l’ “altro”.

Bagamoyo. Foto di Andrea Pozzato

Mesi passati in una realtà come quella africana non ti lasciano spesso come ti avevano incontrata al tuo arrivo. A seconda delle personali vicissitudini, delle diverse personalità, ognuno sperimenta un qualche cambiamento. Se cooperazione significa davvero incontro di due comunità che si rendono conto, ad un certo punto, di avere bisogno reciprocamente l’una dell’altra, sono allora coloro che partono e che ritornano ad essere il mezzo di comunicazione privilegiato, quello umano. Siamo “semplicemente” uomini tra gli uomini, donne tra le donne. Siamo coloro che incontrano e che si trovano spiazzati da una cultura della quale non fanno parte, che si sforzano di non invadere nel momento in cui si propongono come cooperanti, medici, mediatori culturali, o “semplicemente”, come uomini. Gli stessi tornano a casa, spesso scontrandosi con una realtà difficile, chiusa, frenetica e distratta. Molti hanno stravolto il senso che attribuiscono personalmente alla parola “casa”, forse per difendersi ogni volta che devono allontanarsi da un luogo e varcare una nuova frontiera. Non è difficile poi chiamare case alloggi momentanei che, tuttavia, ospitano anch’essi le nostre partenze e i nostri ritorni. Questa casa non è in nessun luogo, ma si materializza nel qui e ora: la casa è dove incontri l’uomo e crei relazioni con esso; si trova in quel posto che suscita in te domande e ti fa percepire la tua evoluzione. La casa si trova dove riesci e ricominci ad amare la vita degli altri e la tua di vita.

Saluto l’Africa con un “arrivederci”, con la riconoscenza che accompagna la consapevolezza di averne accolto i primi insegnamenti; nessun giorno, nessuna esperienza esclusa da questo continuo vortice di arricchimento interiore. La mia speranza è quella di essere, insieme a coloro che hanno condiviso con me questa esperienza, canale di incontro tra la realtà dalla quale sono partita mesi fa e quella che ha avvolto la mia vita fino ad oggi. Ci sono modi sottili e a volte impercettibili tramite i quali è possibile trasformarci in ambasciatori, in punti di contatto. E’ possibile far arrivare informazioni, modi di concepire la vita, nuove idee, nuovi bisogni, nuove richieste di avvicinamento o di allontanamento. Perchè siamo “noi” e “loro” il vero cambiamento. E’ ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, bambina, ragazza, ragazzo che sia entrato in contatto con l'”altro” per lungo tempo o solo per un breve intervallo, l’evoluzione e lo sviluppo.

Trovarsi catapultati in modi di pensare così lontani dai tuoi e, allo stesso tempo, così vicini alla vita vera tanto da chiederti come mai “non ci hai pensato prima”, può sembrare ai più un momentaneo vivere da “sogno”. La possibilità di entrare in un contatto umano e in un rapporto vero, vicino alle persone, ha fatto di questa esperienza un incontro reale, che ho toccato con mano, che ho sentito e che ho desiderato ogni giorno di più far mio. Non faremo mai nostre, come è bene che sia, tutti i modi di vivere e di pensare. Inevitabilmente circostanze al ritorno ci chiederanno nuovamente di fare i conti con esse. Saremo, tuttavia, caricati di una nuova forza, venutaci dall’accoglienza e dal confronto con esseri umani che prima ci sembravano così distanti. Prima c’era l’entusiasmo l’esperienza, l’avventura, la scoperta; adesso ci sono gli esseri umani e i loro diritti, le loro vite che nei modi più diversi si intrecciano alla nostra. E’ la conoscenza e lo sforzo che questa conoscenza richiede che ci fa avvicinare, non tanto l’essere fisicamente prossimi. E’ il sentirci veri fattori del cambiamento che ci farà sentire prossimi alla gente dalla quale, adesso, dobbiamo allontanarci. Restiamo estasiati da una vita che scopriamo e/o riscopriamo, ma dobbiamo allo stesso tempo lasciare agli altri la loro di vita. Possiamo tuttavia raccontarla, al ritorno, esserne testimoni, renderci conto che essere veri cittadini del mondo significa sentirci aperti ma mai dominati. Solo così potremo sentirci liberi e riconoscere il diritto alla libertà di coloro che incontriamo, siano essi africani, italiani, migranti, viaggiatori. I passeggeri entusiasmi non son nulla se non rendiamo quest’ultimi veritieri: solo quelli che riusciamo a rendere effettivi nel tempo entreranno davvero a far parte del nostro modo di essere e di creare relazioni. In questo modo i ricordi, gli insegnamenti, gli affetti, non perderanno di intensità, di verità e di forza. Sono innumerevoli i momenti, le persone, le emozioni, i luoghi ai quali dedico queste mie riflessioni. Tutti sono presenti nelle mie case.

Dico “arrivederci” alla Tanzania e alla sua gente, portando nel mio bagaglio la responsabilità di esser stata loro tanto vicina, avvolta, abbracciata, rigenerata nell’anima, e nel corpo.

“Viaggiare non vuol dire soltando andare dall’altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte”. (Claudio Magris, L’infinito viaggiare)

Giulia

 

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 06/05/2014 in Uncategorized

 

Tag: , , ,

” La strada attraverso la foresta non è lunga se si ama chi si va a trovare” Proverbio africano

Vivere l’Africa è la scoperta e la riscoperta di significati nuovi, diversi o dimenticati, nuovi modi di concepire la fatica, il dolore, la perdita di una persona cara, l’ottimismo, la speranza, il senso di comunità, le attese, le sconfitte, le delusioni e i successi. Vedo moltissimi sorrisi, una speranza dalla quale è diffiile non farsi invadere. L’Africa non crede che il meglio per te sia raggiungere appieno tutti i tuoi obiettivi: ti insegna dolcemente che oltre i risultati, alla base di essi, esisti tu e la vita che hai scelto. L’Africa insegna a concentrarsi sulla consapevolezza dell’essere umano che tanto si vede correre e disperarsi in luoghi da essa lontani: gli chiede di fermarsi ad osservare quali sono le motivazioni che stanno alla base delle sue azioni, affinchè quest’ultime non restino fine a se stesse. Quando le attese e i ritardi non fanno andare le cose esattamente come vogliamo, quando la pioggia ci ferma in casa e limita la sfrenata corsa alla nostra “produttività”, quando gli appuntamenti non  vengono rispettati, quando ci vengono posti degli ostacoli, rischiamo di scoraggiarci, rischiamo di cadere vittime di quell’ atteggiamento spazientito che ci porta a dire “Perchè non vogliono farsi aiutare? Noi siamo qui per questo”. Il pericolo, la trappola, è quella di perdere di vista la centralità di ciò che sta al di sotto degli interventi che studiamo per uomini, donne, bambini, bambine, ragazzi, ragazze, così tanto immersi in realtà che ci resteranno comunque sempre estranee. Tutto questo sforzo di cooperazione e di comunicazione con l’Africa che stiamo portando avanti non darà certo i suoi frutti nell’arco di un periodo breve. E questo vale anche per altri contesti, anche completamente differenti. Se consideriamo come risultati solo ed esclusivamente le cose che possiamo vedere e toccare, siamo fuori dall’ottica del vero scambio: come tutte le cose di questo mondo, le azioni possono non riuscire, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, l’incontro-scontro culturale crea dilatazione nei tempi e incomprensioni a volte stratosferiche; in più, le “cose” hanno sempre una fine, possono essere distrutte, possono essere rifiutate o possono risultare incompatibili con il contesto nel quale ci troviamo ad operare. Possono invadere, imporsi, destabilizzare, estraniare.

Cerchiamo, oltre la fine delle cose, il fine di quest’ultime. Quando ciò su cui concentriamo il nostro agire è guidato da ciò che ci motiva nel profondo, allora riusciamo a raggiungere un canale comunicativo che va oltre la diversità linguistica o il semplice insegnare, donare. Se tutte le nostre azioni fossero guidate dalla nostra genuinità fatta di esperienze, vite e forze differenti, fragilità, delusioni e ostacoli diversi, allora la nostra umanità esce al di fuori, si nota, si percepisce, non può passa inosservata a coloro che riescono a leggerla. Se non otteniamo dei risultati ci sentiamo spesso frustrati, inutili e la motivazione ci abbandona. Se riuscissimo a guardare oltre i meri risultati ci accorgeremmo che ciò che materialmente riusciamo a lasciare agli altri è solo una piccolissima parte di un disegno ben più complesso. Al di sotto sta la messa in gioco delle nostre vite che, in un modo o nell’altro e per i percorsi di vita più disparati e a volte disperati, ci hanno spinto a dedicarci a persone che prima di partire non conosciamo nemmeno. Partiamo per uomini e donne che non abbiamo mai visto, per luoghi che non abbiamo mai esplorato, non sapendo molto spesso come andranno le cose, quello che non andrà per il verso giusto, quali saranno i momenti di gioia e quelli di sconforto. Partiamo perchè c’è qualcosa che fa del singolo villaggio che andiamo ad aiutare tutto il mondo, dei suoi abitanti tutta l’umanità, dei loro diritti i diritti dell’umano. Mantenere i ricordi e gli eventi che ci hanno fatto scegliere questa strada, non abbandonando la consapevolezza di quello che siamo singolarmente, può farci incontrare: l’umanità adesso ci unisce. Il mero fare ci distanzia, l’essere ci avvicina. L’agire e l’essere aspettano di essere ricongiunti. In questo caso le case che costruiamo, le tecniche e nozioni che offriamo, gli aiuti che eroghiamo non rimangono fine a se stessi, contribuendo a quel lento cambiamento in cui noi speriamo, in quello scambio solidale e comunitario sul quale stiamo investendo il nostro ottimismo. Allora i nostri risultati diventano altri, si arricchiscono e ci arricchiscono: possiamo tornare a casa colmi di principi veri. Solo questi ci resteranno. L’entusiasmo di un’esperienza rischia di essere nuovamente affollato dalle dinamiche alle quali eravamo legati. Siamo noi e la gente che incontriamo il vero fattore del cambiamento: siamo canali di scambio, anche quando non ce ne rendiamo conto. Lo scambio costruisce il futuro, progetta il futuro, ci proietta verso i rapporti umani veri, quelli che stanno oltre il fare ma che allo stesso tempo ne sono componenti essenziali; essi sono le fondamenta di una struttura vera, difficile da distruggere, perchè basata sulla forza delle idee e sull’impegno di coloro che credono ancora nel potere degli esseri umani di non farsi del male. Lo sforzo sta quindi nel ricercare la nostra motivazione vera che ci ha spinto alle nostre scelte. Noi siamo la materia prima e lo stumento del nostro lavoro, siamo anche il nostro obiettivo, il nostro risultato, la nostra meta. Siamo presenti e trasparenti allo stesso modo. Siamo pazienti e nervosi, coraggiosi e prudenti, siamo stanchi e motivati, nostalgici e distanti. Siamo per gli altri e per noi.

DSCF9064

L’Africa mi fa riscoprire quanto coraggio può scaturire da un saluto dato al momento giusto o da frasi che si ripetono senza stanchezza. La speranza e il senso di unione di questo popolo mi fa sentire al sicuro, aumenta l’amore verso gli altri, rafforza il rispetto verso me stessa; non ci può essere niente di veramente irrisolvibile o che può farci perdere la voglia di lottare. Diventa sempre più difficile riuscire a lamentarsi di qualcosa. Come quando dopo lunghi discorsi lungo la strada per il ritorno a casa dal villaggio, l’uomo che ti sta ad ascoltare non ti offre subito soluzioni pratiche ma ti risponde semplicemente, “Usijili Giulia, furahi”, “Non preoccuparti Giulia, sii felice”.

DSCF9165

Amo i sorrisi di questa gente e il loro guardarti con un’espressione difficilmente interpretabile. Osservo le reazioni personali e di chi sta intorno, quando la mia presenza viene percepita e trattata da alcuni come estranea, perchè così è, in realtà. Ma c’è forza ed energia nelle manifestazioni di gioia nell’incontrarsi, nel contatto fisico degli abbracci e nelle strette di mano forti, nel contatto uditivo creato dalle esclamazioni acute, nel sentirsi chiamare “Sorella” e “Mamma”, nel continuo ringraziarsi, nel sentire quella frase stupenda…”Tupo Pamoja”, “Siamo qui, insieme”. “Siamo”, per l’appunto.

Sorrido molto in Tanzania. E il sorriso è qualcosa che si impara e che viene guidato dal modo in cui la gente si relaziona a te. Il sorriso e la viva curiosità degli occhi dei bambini, delle donne, degli uomini che mi fanno il regalo di poterli fotografare si sono andati ad incrociare ad una storia raccontatami in prima persona da S., l'”uomo che rise a vent’anni”. Un bambino nato da una donna, una donna afflitta dal dolore durante il periodo di gravidanza. “Ho cercato delle notizie sull’influenza che l’umore della madre ha verso il bambino che porta in grembo.”, mi racconta S., “[…] mia madre è stata una donna molto triste, è stata abbandonata da mio padre per un’altra donna, mentre io dovevo ancora venire alla luce. Quando nacqui vissi un’infanzia non felice. Non riuscivo a sorridere, guardavo gli altri sorridere e mi chiedevo perchè lo facessero. D’improvviso, all’età di vent’anni, risi per la prima volta, guardando una commedia trasmessa alla televisione. Fu una bellissima scoperta. Adesso so sorridere”. La storia di S. conferisce un nuovo significato ad un’azione che sembra ormai essere scontata, banale e la arricchisce di nuova importanza e centralità.

DSCF9048

L’atmosfera che caratterizza i miei incontri con le donne di Ilula è anch’essa ricolma di questi valori, di questi sorrisi, che vengono sempre messi da queste donne alla base del loro lavoro di comunità e di aiuto reciproco: il valore della speranza, del mutuo aiuto, della positività, della pazienza, del ringraziarsi e del non scoraggiarsi. Ho avuto il piacere di seguire tutte la fasi della produzione del sapone che queste donne hanno deciso di adottare come forma di business sociale che mira al sostentamento economico del gruppo di credito e risparmio del quale prendono parte. Si vuole puntare sull’autosostentamento, sull’avvio di un’attività che renda completamente autonomo il lavoro di queste donne attraverso un trapasso di nozioni semplici, l’uso di materiali messi a disposizione dal contesto, prestando sempre attenzione all’uso consapevole di quest’ultimi. La produzione del sapone richiede anch’essa pazienza e positività, data la non assoluta sicurezza che i primi risultati siano ottimali. Si è dato indicazioni sui posti dove potersi procurare i materiali grezzi,  sul procedimento, sulla tecnica di stagionatura e infine sulla possibilità di creare un piccolo pacchetto per la vendita. “La gente in Tanzania punta molto sulla praticità delle cose” mi dice S., “il fatto di insegnar loro qualcosa di nuovo grazie al quale potranno autonomamente sostenere il gruppo che a sua volta le sostiene è un valore aggiunto alle vite di queste donne e delle loro famiglie”. Si è voluto così creare una continuità tra le basi nozionistiche fornite sull’avvio e sviluppo di piccoli business sociali, associando queste semplici tecniche alla produzione di un prodotto naturale, adatto al contesto e utile alla comunità. L’atmosfera che si è creata è stata quella fatta di silenzi volti all’ascolto e di collaborazione reciproca. Si è cercato in ogni momento di non perdere di vista quei valori dell’ “essere” che possono dare vita al cambiamento vero, quello che sta alla base della cooperazione di comunità e della continua e non facile ricerca di quello “spazio neutro di negoziazione” che si basa su un bisogno reciproco dell’altro e che mira alla crescita reciproca delle comunità che entrano in relazione per loro scelta.

DSCF9081

Su questo dobbiamo puntare: la libera scelta. Come non puoi forzare qualcuno ad amarti non puoi obbligare nessuno a ricevere il tuo aiuto. Le azioni senza la consapevolezza di fondo hanno vita breve. Solo se entrambe le parti sono pronte a cogliere la sfida di questo incontro, accogliendo le conseguenze positive come quelle negative che ne possono insorgere, allora l’incontro vero non resta utopia. Il successo dello scambio dipende dalla genuinità, dalla motivazione e dalla vocazione sulla quale entrambe le parti si basano; la riuscita dell’incontro dipende da quanto ci crediamo e da quanto ci credono gli altri; la vera cooperazione dipende da quanto siamo pronti agli scontri e agli imprevisti. Il nostro atteggiamento dipende dalla nostra motivazione a incontrare l’altro nonostante gli ostacoli posti dalla nostra diversità. E’ davvero come un rapporto d’amore, è assolutamente un rapporto d’amore. ” “La strada attraverso la foresta non è lunga se si ama chi si va a trovare”: recita così, un proverbio africano.

Giulia

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 14/04/2014 in Uncategorized

 

Tag: , , ,

La forza delle fragilità: decostruirsi per costruire.

Il tempo che mi avvolge in Tanzania si espande e diventa sempre più delicato, sempre più inafferrabile. Le giornate che passano alternano piogge e sole cocente ma la natura non resta fine a se stessa in questo mutamento continuo. La natura ha braccia che la coltivano dal sorgere del sole al tramonto, l’acqua piovana viene raccolta, il sole alimenta pannelli solari e piccoli aggeggi per ricaricare pile, arnie da apicoltura vengono posizionate sugli alberi per ospitare il lavoro delle nyuki, i frutti vengono raccolti: la natura si offre, l’uomo la accompagna, la natura restituisce gentilmente. Essa  si incrocia con l’uomo, gli richiede pazienza e sostiene la sua alimentazione e il tempo atmosferico scandisce le giornate di tutti, le modifica, non le rende mai uguali a se stesse. Non ci si sente soli, grazie agli uomini e alle donne che ti circondano e per la natura loro compagna. Ci si sente allo stesso tempo attori di vita e ospiti. Il legame con la terra non si dissolve. Viene accompagnato, da una parte e dall’altra, in una dinamica del dare e del ricevere.

ilula sokoni 2

Sono tutti gli incontri, brevi o prolungati, frequenti o occasionali, con uomini e donne di ogni età che stanno facendo crescere in me la consapevolezza del valore di questo scambio e di questo legame. I miei incontri più frequenti e più diretti sono stati finora quelli con le donne del villaggio. Alcune di esse sono giovani studentesse, altre venditrici di frutta e verdura al soko, il “mercato”, altre collaborano con associazioni, altre affiancano alle loro attività  la partecipazioe attiva a piccoli gruppi di microcredito miranti al rafforzamento economico di soggetti vulnerabili e a basso reddito. Ad Ilula si è deciso di collaborare insieme, di attivarsi, di organizzarsi per produrre sapone naturale a base di cenere: si comprano insieme i materiali, ci si scambia informazioni su ingredienti e preparazione, ci si riunisce, ci si incontra. Si cerca un’alternativa alle difficoltà. Gli incontri non si riducono mai a semplici “Facciamo così”; c’è molto di più. C’è un sentirsi reciproco, un ringraziarsi reciproco continuo. I discorsi, le parole di queste donne sono state la dimostrazione di un rapporto voluto e sostenuto con la terra, con la natura, con l’ambiente, con gli esseri umani prossimi. “Cerchiamo sempre, con il nostro lavoro di rendere bello, attraente, l’ambiente che ci ospita. Pensiamo a nuove colture, a come possiamo creare legami all’interno della comunità della quale siamo parte.  La mattina mi alzo, vado nei campi. Torno a casa, mi prendo cura dei miei figli, cucino per ore. Poi torno al campo, cucino ancora. Sto con i miei figli.” Queste le parole di Mama S., quattro figli e nessun marito; donna sempre presente, presente in tutti i modi, con il corpo e con la mente, sorridente e sempre pronta ad indirizzarmi un gesto di approvazione ai miei stentati discorsi in swahili. Il ruolo della donna nella civiltà tanzaniana e africana: un ruolo tanto complicato quanto basato su cose semplici. Semplici ovvero essenziali, basilari, necessari, veri, importanti. La donna coltiva, raccoglie, trasforma il cibo, nutre fin dall’allattamento con pazienza e dedizione, sente il bambino al quale ha donato la vita perchè lo tiene con sè e ne gode del contatto visivo, affettivo e fisico. Lo tiene con sè su mezzi affollati, andando al mercato a comprare viveri, andando al suo lavoro e ai suoi incontri. Lo tiene con sè fisicamente, sulle sue spalle o adagiandolo sul fianco, stretto. Gli pulisce il viso con il kitenge. Lo guarda intensamente e  incontra il suo di sguardo. La donna da la vita e la mantiene e poi, inserisce quella vita nel mondo e per il mondo: il suo bambino inizia ad aiutarla, senza lamentarsi, in tutte le faccende. Adesso si siede sulle sue gambe sul daladala, guardando fuori dal finestrino senza spazientirsi, senza chiedere quanto manca per arrivare, senza lamentarsi per la fame. Fa i compiti di scuola spesso la sera, mentre la mamma cucina, nella penombra.

DSCF9042

Ho notato differenze nelle priorità, nei valori, nelle modalità degli incontri. Ho notato molte cose che mi mancano. Quanto siamo pronti a confrontarci con una cultura, un modo di pensare, di concepire la vita, gli incontri, il tempo, la pazienza, lo scambio, così diversa dalla nostra? Il bello, la sfida, la passione ma, anche, la difficoltà,  provengono dal non sentirsi sempre troppo pronti. La troppa sicurezza rischia di abbassare il livello di attenzione, rischia di renderci invasori, di farci irrigidire e diminuire, e a volte anche eliminare, la nostra flessibilità. E’ questa flessibilità che ci rende aperti al confronto e inclini agli altri, che riesce a mettere da parte le apparenze per indagare le vere personalità e passionalità che rischiano altrimenti di sfuggirci nella loro ricchezza, nella loro genuina umanità.

Incontrando per la prima volta queste donne, mi è stato chiesto da parte loro di fornire consigli, suggerimenti, riguardo l’avvio e l’organizzazione di un piccolo business sociale. Ebbi il timore di non esser ancora pronta ad affrontare un argomento tanto delicato, che spesso rischia di essere proposto secondo le prospettive che appartengono esclusivamente a “noi”, lettura univoca che spesso si propone di cambiare, di modellare, senza rendersi conto che già un cambiamento autonomo sta avvenendo ma, probabilmente, in modi completamente differenti e a noi ancora sconosciuti.  Come fare a incontrare davvero le donne che mi stanno di fronte? Come fare a capire senza invadere, condividere senza imporsi, comunicare ascoltando, insomma “accorciare le distanze”? La distanza c’è, è giusto e vitale che ci sia. C’è una distanza non da eliminare ma, per quanto possibile, da accorciare. Insomma, stringersi agli altri senza soffocare. Ci saranno cose che appartengono agli altri e solo agli altri, che non potremo mai fare completamente nostre. Viviamo in luoghi diversi, tra persone diverse, tutti i nostri sensi percepiscono in maniera differente. Ma anche qui, non rischiamo di fare confusione tra la differenza e l’indifferenza, la superiorità e la solidarietà. La parola solidarietà proviene dal fenomeno fisico dei corpi solidali, ovvero due corpi che, seppur su due rotte differenti, camminano alla stessa velocità,guardandosi senza perdersi di vista. Essere solidali significa rallentare, contribuendo, fino a dove ne abbiamo la capacità e il permesso, all’avanzamento degli “altri”.

In una stanza con donne e bambini mi sono ritrovata a fare i conti con tutte queste questioni e riflessioni. Non è facile, per nulla. Tutte le volte che un concetto veniva espresso, cercavo di osservare l’espressione dei volti, gli scambi di sguardi, i gesti. Ci ho rinunciato, dopo alcuni tentativi. Gli occhi di queste donne erano concentrati nella lettura comunitaria di ciò che avevo scritto per loro. Ho deciso allora di investire tutto sul presentarmi, sul manifestare loro queste personali difficoltà: il metterci a nudo, in alcune situazioni, può essere la strada per l’incontro con l’altro. In molte circostanze le maschere non servono; gli aspetti più solidi e forti della nostra personalità non per forza risultano essere le più efficaci; forse sono gli aspetti più umani, anche se più deboli, che rendono a noi più accessibili e veritieri gli incontri e i confronti. Ho pensato fosse giusto informare loro su quanto io stessi imparando e di quello che ancora mi sfugge, presentandomi nel mio essere giovane e donna.

incontro gruppo Chem Chem.Ilula

Il rischio di invasione, nel momento in cui entriamo in contatto, in un modo o nell’altro, con un ambiente, una cultura differente, si mantiene sempre dietro l’angolo. E questo, sia chiaro, avviene non soltanto in circostanze di incontro culturale ma, anche, e con frequenza di certo maggiore, negli incontri di tutti i giorni: le difficoltà si incontrano in entrambe le situazioni. Quello che possiamo fare è, sembra paradossale, essere insicuri per modellarci, farci modellare e non dare alle cose la forma che noi pensiamo sia giusta. La sensazione di incertezza che mi ha pervasa mi ha guidata.

Non puoi irrigidirti, perderesti tutto ciò che c’è di più naturale. Se pensiamo in termini di scambio reciproco ci arricchiamo del nuovo, del diverso, anche dell’incomprensibile. Immediatamente, iniziamo a capire. Capire quale è l’immagine che un popolo ha di noi, capire come possiamo incontrarci. La diversità c’è, è innegabile. Ma l’essere uomini e donne è uguale e crea delle costanti sulle quali basarci. Condividere da una parte e dall’ altra richiede uno sforzo, un impegno, un rischio, una decostruzione, una destabilizzazione, una vocazione. Condividere significa dare fiducia, significa creare un orizzonte comune, significa essere consapevoli che possiamo nutrire noi stessi, personalmente, come primo passo. Solo successivamente possiamo iniziare a creare sincronia tra la nostra crescita personale, sempre e comunque in evoluzione, e quella degli altri.

Tutto ciò sembra utopia, belle parole, ma pur sempre parole. Ma le parole hanno un peso e, se riesci ad ascoltare e farti ascoltare, quest’ultime possono raggiungere una forma concreta. Ho sperimentato questo passaggio nell’incontro con questi gruppi.  “Perchè hai scelto di far parte di questa comunità?”. La risposta è stata semplice quanto positivamente spiazzante. “Nulla nella vita è impossibile, nemmeno uscire dalle situazioni più difficili. Ho scelto di condividere il mio impegno con questi uomini e queste donne per migliorare la mia vita. Soli è difficile. Siamo una famiglia. Chi è solo, senza parenti prossimi, trova un fratello, una sorella, degli amici, dei genitori. Tutto è possibile ma solo quando stiamo insieme. Se un solo componente del gruppo ha un problema, si cerca di risolverlo. Se il suo problema è economico può richiedere un prestito, attraverso dei canali semplici, che eliminano i numerosi rischi delle logiche bancarie”.

L’Africa è una prossimità che ti avvolge ma non stringe. Ti lascia la tua libertà ma ti fa riflettere sulla responsabilità che hai nei confronti di coloro che ti vivono accanto. Ti insegna il rispetto. L’Africa ti decostruisce. Ti mette davanti alle tue paure e alle tue domande, ma percepisci sempre di essere accompagnato da qualcuno che ti sta aiutando, senza nemmeno saperlo, a superarle. Il Vecchio Continente ti mette di fronte a dei valori che avevi dimenticato. Attiva i tuoi sensi, riesci a gestirli. Inizi a capire che a volte è bene ascoltare semplicemente, senza guardare, senza farti influenzare dalle apparenze. Altre volte arriva il momento semplicemente di osservare, lasciando da parte i rumori che disturbano. La tua vista vede natura, colori nei vestiti, stelle alla notte e sole sui campi al mattino. Il tuo udito sente i canti religiosi appassionati e dinamici, il canto del muezzin dalle moschee,  la lingua swahili con le sue esclamazioni forti e i suoi continui saluti e ringraziamenti. L’olfatto è catturato dagli odori dei cibi, delle spezie, della terra bagnata, della pelle degli uomini e delle donne. Il tatto incontra i calli da lavoro delle mani che stringi,  il calore e l’energia dei corpi che abbracci. Il gusto si apre a nuovi sapori ed al nuovo valore del cibo. Questi e altri sono  i cinque sensi dell’Africa che stanno incontrando i miei.

L’Africa ti porta, dal generale, da una massa di concetti che rischia di divenire informe, al particolare, alla riscoperta dell’essenziale. Il troppo crea spesso confusione, opprime, richiede sempre di più, spesso non riesce a soddisfare e soddisfarci. Siamo immersi in realtà che non potremo mai comprendere a fondo. Pretendiamo sempre delle prove, dei risvolti pratici, dimenticandoci di curare l’essenza. Osserviamo quello che le persone fanno, ma raramente ci è concesso di conoscere a fondo le motivazioni e le cause di quegli atteggiamenti. Guardiamo all’umanità e dimentichiamo l’uomo e, specialmente, quanto abbiamo bisogno di questo uomo. Spesso ci sfuggono i particolari, anche se spesso è da quelli che ha origine il cambiamento, e invece ci disperiamo se le cose non vanno per il verso che noi abbiamo deciso.

Dedico queste mie parole ad un uomo viaggiatore che mi ha aperto la strada del sentire, lasciandomi libera di camminare e decidere ma che continuo a sentire presente anche se da lontano; dedico queste mie riflessioni alla donna africana che ogni giorno dimostra il suo immenso impegno, a tutti coloro che hanno creato in me dubbi fonte del riflettere. Ringrazio tutte le circostanze che mi hanno resa insicura e incerta permettendomi di riscoprire il valore fortificante delle mie fragilità.

Giulia

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 01/04/2014 in Uncategorized

 

Tag: , ,

Strette di mano che diventano abbracci. La vita ti chiama. Seguiti.

La realtà di Ilula è comunità, la realtà dell’Africa sa essere comunità. Percepisci questo senso di unione nel calore che le persone sanno scambiarsi, quel calore e quella prossimità che sa piacevolmente invaderti. E’ una vicinanza che si basa su un aiuto reciproco, su un interesse reciproco, sulla consapevolezza che ogni dinamica problematica, ogni difficoltà, non resta confinata ad una famiglia, ad un individuo. E’ una condizione che accumuna e che mobilita. E’ affare di tutti. Mobilita a trovare soluzioni comuni, con una lentezza pensata, ragionata. Non percepisco fretta, specialmente nei campi in cui questa mobilitazione ha come oggetto una materia delicata come l’umanità.

Ho visto comunità durante gli eventi organizzati per la prevenzione dell’HIV, i nostri outreach: esci dai tuoi uffici, incontra la gente di qualsiasi età o sesso, parla con loro, perchè i loro problemi sono anche i tuoi, la loro presa di consapevolezza è anche la tua, i loro sforzi sono anche i tuoi. Un gruppo di ragazzi, tramite attività di peer education, con e per la gente, portano avanti la loro lotta in maniera completamente volontaria: sono giovani uomini e donne, donne con bambini portati agli eventi sulla schiena con un kitenge… sono ragazzi che, nonostante le loro difficoltà personali, economiche, in questa realtà così tanto minacciata quanto vera, hanno deciso di dedicarsi ad una comunità che sentono fortemente loro. Percorrono i villaggi, si spostano tra i campi, assistono a partite di calcio e, nel frattempo, lanciano messaggi, forniscono consigli e informazione.

Sono ragazzi che organizzano spettacoli, danze, spezzoni di recitazione con un obiettivo: quello di dirti che l’ interesse per la tua salute significa molto per tutti, che la tua consapevolezza sarà un tassello in più nella crescita della comunità. Vogliono parlare dell’HIV con positività, non con la rassegnazione di molti. Sanno che è dal coraggio che si trova una via d’uscita.

Icebreaking durante l'outreach

Icebreaking durante l’outreach

Ho ballato con questi ragazzi e queste ragazze, ho cantato e giocato con loro, mi hanno accolto con un entusiasmo che mi ha invasa. Portatemi nel baccano che fate, aiutatemi a capire e a coinvolgere, continuate a darmi grosse pacche per salutarmi. Decostruitemi.

Durante l’outreach si chiede alla gente del villaggio nel quale si è stati ospitati di ascoltare, di pensare e di agire. Fare il test dell’HIV è manifestazione di rispetto non soltanto verso se stessi ma anche nei confronti di chi ti sta intorno, di chi incontri, di chi ami per una notte o per una vita intera, di colei/colui a cui doni la vita. Appena si arriva vedi gente che si avvicina spontaneamente al luogo in cui si offre il servizio gratuito del test; altri sono incoraggiati ad avvicinarsi dai peer educator; altri non riescono, molti per paura.

Le persone che ho incontrato sono donne,  uomini, bambini, bambine, anziani. Tutti ascoltano, chi in silenzio, chi interagendo. Chi trova il coraggio deve fare i conti con l’attesa. Si mette in fila aspettando di entrare, si ritrova ad attendere qualche minuto l’esito dell’esame. L’attesa è caratterizzata dal silenzio, da occhi che, a seconda delle varie personalità e reazioni, non spostano spesso la direzione del loro sguardo o cercano lo sguardo altrui. Viene consegnato loro del materiale informativo: si siedono a leggerlo. Ragazzi molto giovani chiedono spontaneamente: “Sappiamo bene cosa è un preservativo, sappiamo dove trovarli. Ma non sappiamo come usarlo”. Guardano attentamente, ascoltano mentre si spiega loro, chiedono, espongono dubbi. Nessun sorrisetto: facce attente, occhi che osservano e orecchie che ascoltano.

dimostrazione uso del condom durante l'outreach

dimostrazione uso del condom durante l’outreach

Ci sono dinamiche che si sono create, parole che sono state dette, sensibilità che si sono manifestate che hanno reso queste ore spunto di grande riflessione.

Una mamma risultata positiva che immediatamente vedo tornare quasi di corsa con un bambino e una bambina in lacrime che rifiuta di camminare, facendosi trascinare: ho visto gli occhi di una madre assenti, che ogni tanto incontravano i miei con preoccupazione ed ansia, durante l’attesa dell’esito. Una donna che incontriamo e che invitiamo all’evento ci racconta di esser stata vittima di violenza da parte del marito.  Una madre e una figlia che discutono davanti ad un cesto colmo di mboga sfogliando il materiale informativo consegnato dopo aver fatto il test, un anziano che legge aspettando il suo risultato. Un’ anziana donna e sua figlia che mi dicono “Sai? Abbiamo fatto il test insieme”. Giovani uomini e donne che, prendendo in mano il microfono danno la loro testimonianza, incoraggiano, motivano i loro fratelli e le loro sorelle. Quei visi che escono dalla stanza, spesso con un’espressione che non riesco a decifrare, che non voglio forse decifrare.

DSCF8786

Sento la speranza del cambiamento in questi uomini e in queste donne, questi ragazzi, ragazze, bambini, bambine che sono pronti ad ascoltare, anche quando sembrano stare in silenzio. “Stanno in silenzio non perchè non ti ascoltano, non temere. Vogliono che quando parli le cose che dici entrino nella loro testa”. La mia speranza nel cambiamento, che molti chiamano sviluppo, risiede in un papà che porta, innamorato, le sue due figlie albine a ricevere le loro creme solari. La faccia di quell’uomo mi da coraggio, ci da coraggio. E’ il simbolo di coloro che ci aiutano, giorno per giorno, nella lotta alla discriminazione, segregazione, emarginazione della popolazione albina in Tanzania. Sono coloro che non hanno paura a storcere il naso quando si sentono riferimenti denigratori contro gli albini; sono coloro pronti a dialogare, a spiegare quanto l’albinismo non sia maledizione, malattia, a spiegare le cause vere, così semplici quanto spesso ignorate.

distribuzione creme solari

distribuzione creme solari

incontro con gli albini. distribuzione creme solari.

incontro con gli albini. distribuzione creme solari.

Cosa ci insegna tutto questo? Quali sono i principi umani che riesci a leggere? Io ho letto la voglia di comunità, di rispetto, di comprensione dell’altro. Ognuno legge ciò che vuole, ciò che è: l’Africa la leggi attraverso i tuoi soli occhi, il tuo solo corpo, i tuoi soli sensi. Ti riporta alla tua vita passata, riesce a farti immergere nel qui ed ora: ora c’è da cucinare, ora c’è da far un lungo viaggio in daladala per consegnare dei documenti, ora c’è da coltivare il tuo campo, da sfamare tuo figlio, da dedicare il tuo tempo ad aiutare, ora c’è da aspettare. L’Africa ha tempo da dedicare, ha pazienza da insegrare, ha sorrisi da dedicarti, ha saluti continui da indirizzarti. Ti riporta al passato, al presente, anche al futuro. Molte cose che ti davano ansia non ti servono più, adesso puoi metterle da parte: l’insofferenza e l’impazienza rischiano di allontanarti, il delirio di onnipotenza ti sbarra la strada agli incontri veri, l’eccessivo controllo è incompatibile.

C’è qualcosa che va oltre la tua voglia, a volte ossessione, del controllo su tutto, su tutti, sul tempo, sulle tue paure, sul tuo corpo, sulle tue emozioni, sui tuoi guadagni, sulla possibilità che le persone si allontanino da te, sugli appuntamenti, sulle scadenze, sui ritardi che ti infastidiscono. Anche nei momenti in cui sei giù, in cui sei stanco, in cui vorresti non parlare,  c’è sempre qualcuno per la strada che ti fa ritornare al qui ed ora, che ti fa riprendere il contatto con la realtà. C’è sempre qualcuno che ti grida da dietro “Kamwene!, “Mambo vipi?”, “Safi?”, “Habari za kazi?za nyumbani?za marafiki zako?”, “Ciao!Come va? Tutto ok? Come va al lavoro?a casa?come stanno i tuoi amici?”: c’è sempre qualcuno che ti risveglia. Dopo due o tre domande non puoi fare altro che aprirli, i tuoi occhi. Non sono mai riuscita in questa circostanza a non fermarmi a parlare con la donna, l’uomo, che mi hanno rivolto la parola. Dopo una chiaccherata puoi solo ringraziarla/lo in cuor tuo. Tutti quei pensieri sono andati via, quasi dissolti.

L’Africa ti chiede di avvicinarti, di avvicinarti di più. E’ istintiva e paziente allo stesso modo, è una donna piena di energia, una donna che può insegnarti la coraggiosa strada dell’ottimismo e dell’attesa; l’Africa è una madre che ti insegna fin da piccolo a camminare con le tue gambe. E’ come quella madre che non ha paura sul daladala di affidare suo figlio ad un’altra donna, ad un altro uomo, per il tempo del viaggio. Lei è la mama di tutti, il suo bambino è figlio dell’essere umano.  L’Africa è una donna e non ha essenzialmente la pelle nera. L’Africa è una ragazza albina che, appena le porgo la mano per presentarmi, me la strattona con delicatezza, avvicinandomi a sè; fa così appoggiare la mia testa sulla sua spalla e mi abbraccia con forza, dicendomi “Asante dada“, “Grazie sorella”. Se un abbraccio potesse racchiudere tutto l’amore che c’è ancora tra l’umanità, che risiede in quel coraggio di contrapporci alle distanze, allora io ho ricevuto quell’abbraccio.

C’è qualcosa qui che sfugge al tuo controllo e a qualsiasi atteggiamento di superiorità che tu possa avere. Sento questa sensazione ogni giorno andando e tornando dal mio lavoro. Ho scelto di percorrere ogni mattina lo stesso sentiero, una scorciatoia con un piccolo sentierino che scende giù dalla collina. Da un momento all’altro ti immergi in un campo di mais e di girasoli. Non c’erano, un mese fa, questi girasoli, fino a quando non hanno iniziato ad adornare di puntini sparsi e gialli questa collina. Non sapevo nemmeno fosse un campo di girasoli, quello. Poi, ad un certo punto, tutta questo strada è cambiata. I girasoli sono spuntati, si sono fatti sempre più alti, giganti, numerosi, imponenti. Il mais ha iniziato a fari alto: adesso, mi arriva all’altezza delle spalle. La strada che avevo scelto, in principio, era dritta, sicura, creava un solco chiaro, ma era interrotta da grosse pietre. Adesso le piante crescono su questo sentiero, i miei piedi poggiano sul morbido dell’erba che sta ricoprendo quelle pietre: adesso sono io a dover fare delle piccole deviazioni verso la terra per raggirare l’alto mais. Adesso, nel mio percorso, sono immersa dal verde e dal giallo. Adesso mi sento avvolta dalla natura, e dalla vita, quella con i vestiti non sempre puliti, quella dei saluti e degli abbracci, quella del tempo lento, quella che lotta ogni giorno con coraggio e che scoppia di verità. Quella vita, insomma, che ti invade.

Dedico queste mie riflessioni alla ragazza che mi ha abbracciato, alle pacche di saluto forti sulle spalle, ai passanti che mi hanno risvegliato.

Giulia

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 13/03/2014 in Uncategorized

 

Tag: , ,

5° posto per le nostre ragazze dell’hockey all’African Cup for Club Champions

Siamo molto felici di sapere da Valentina, ormai giocatrice e parte integrante della squadra del Twende Club, di aver raggiunto finalmente un traguardo importante come essere arrivati al quinto posto all’African Cup for Club Champions.

La competizione si è tenuta a Kampala, in Uganda. E’ stato, come sempre, un viaggio e una missione impegnativi.

 

Un quinto posto, un pullman rotto, un tornado, una bellissima escursione, un bebè … la trasferta a Kampala è stata sicuramente ricca di emozioni, tra gioie e dolori.

 

Scopri tutte le loro avventure su: http://hockeytanzania.wordpress.com/2014/01/

La squadra del Twende Club

La squadra del Twende Club

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 26/01/2014 in Uncategorized

 

Tag: , , ,

Scambio, consapevolezza e attesa: siamo pronti ad una nuova cooperazione?

Immagine

Un nuovo “pezzo” del mio periodo di volontariato in Tanzania inizia con nuove riflessioni e nuove osservazioni; il bisogno di scrivere inizia da un giro per alcuni villaggi del distretto di Kilolo: Ngongwa, Mtitu e i suoi cesti ricolmi di pomodori diretti a Dar Assalam, Kilolo e la visita al dispensario, Lulanzi, Kising’a, Lulidi, Ipalamwa, Ukwega. Il passaggio da un villaggio all’altro ti offre la visione del cambiamento: cambiano i colori, la luce, le condizioni delle case e, anche se gli atteggiamenti sembrano uguali, noti anche una diversa reazione da parte della comunità del luogo, alla tua visita. E’ stato un veloce vedere e sentire, le voci che richiamano l’attenzione dei wazungu, le donne e gli uomini con attrezzi da lavoro, grosse sacche sulla testa e lunghi rami: camminano non curandosi dei pesi e delle distanze o, almeno, vivendole in modo profondamente diverso. Offriamo un passaggio ad una coppia in rotta verso un villaggio lontano, lontano dalle quattro alle sei ore di cammino. Qui le distanze hanno tutto un altro valore, eppure la stanchezza si sente appena, anzi, ho la sensazione che venga vissuta in maniera profondamente diversa, possiede delle caratteristiche nuove: ha scopi diversi, nuove motivazioni.

Quali sono le nostre motivazioni alla stanchezza, alla fatica? Quale è la nostra motivazione nel mangiare? Quale è il senso che conferiamo al tempo che passa? Che responsabilità abbiamo e sentiamo nei confronti degli esseri umani che ci vivono accanto per un periodo o per una vita intera? Ci stupiamo tanto di quello che questo immenso continente ci va vivere e di come ci fa cambiare, di come ci guardano uomini, donne e bambini, dei loro sorrisi, delle sensazioni che proviamo appena osserviamo questi paesaggi e questi tramonti; ci stupiamo del tempo lento e di come non si senta l’obbligo e il bisogno di misuralo ogni ora, ogni minuto. Insomma, tutti parlano dell’Africa in modo idilliaco, la maggior parte di loro se la portano dentro per anni, molti ne tornano cambiati, scrittori le dedicano libri e poesie, cantanti testi che parlano di un “Mal d’Africa”.

La spiegazione più spontanea che riesco a darmi è che tutti questi stupori avvengono in me e negli altri per il bisogno sconfinato che ognuno di noi ha di ricercare la vera vita, il nostro essere uomini. Sembra talmente scontato, eppure credo che per un uomo, una donna, il riacquistare il contatto con se stesso e con la vita possa davvero essere un nuovo inizio, per chiunque, ammesso e concesso che questo cambiamento si desideri. E’ vero, la vita stupisce, la vita è di per sè stupefacente, ma ce lo stiamo dimenticando, rischiamo spesso di allontararci da essa, anche inconsciamente. La cerchiamo spesso in posti sbagliati, in tempi sbagliati. E quando ci rendiamo conto di essere davanti alla vera vita, ci emozioniamo. Perchè la vita è fatta perchè l’uomo possa stupirsi dell’essere semplicemente vivo, capace di muoversi nel mondo e di migliorarsi, di valorizzare il suo coraggio e, allo stesso tempo, le sue paure che di questo coraggio sono parte fondamentale. Questa sensazione di pienezza molto spesso, la perdiamo, troppo impegnati a misurare, a fare, a spazientirci, ad inseguire. A volte spontaneamente, a volte facendo qualche sforzo, vivo qui la sensazione di potere fluire con la vita, perchè la vita è mutamento, mutamento che da noi non può dipendere del tutto. Essere il mutamento significa fluire con la vita; questo non toglie valore alle nostre azioni, anzi, le veste di una nuova armonia. Vivere l’Africa, per me, sta significando divenire consapevole: sento la vita quando consapevolmente cammino, quando consapevolmente mangio, quando gioco con i bambini del villaggio, quando scrivo le mie riflessioni, quando lavoro, quando parlo con la comunità locale, quando vado al mercato. Se riuscissimo a fare ogni cosa secondo la filosofia del “qui ed ora”, vivremmo tutto in modo veritiero, sentiremmo la vita vera. Questa stessa consapevolezza che sto cercando la osservo nelle azioni che donne, uomini e bambini portano avanti durante le ore del giorno: dal pascolare il bestiame, al tagliere la legna, intrecciare un kikapu, accendere un fuoco, preparare il cibo. C’è molta concentrazione in ogni azione e lo sguardo non mente; è lì e in quel momento, in quell’azione, è completamente immerso in quell’azione stessa. Ho come la sensazione che nel compiere tutte queste azioni l’attenzione sia vigile e presente: il pensiero resta lì, senza pensare, eccesivamente, al dopo. Queste restano soltanto mie riflessioni: esse aspettano di essere approfondite, corrette o confermate nel momento in cui avrò il permesso e la capacità di esprimerle a questi stessi uomini, donne e bambini che adesso sono i miei maestri.

Quello che riusciamo a dare agli altri dipende da ciò che caratterizza la nostra vita. Non tutti possiamo dar le stesse cose, sarebbe una forzatura. Durante il mio periodo di volontariato ho avuto, ad un certo punto, la sensazione che tutto ciò che caratterizza la mia vita fosse presente, e che tutto ciò, finalmente, non appartenesse soltanto a me. E’ presente l’amore per la natura, l’amore per il confronto umano, la stupefacente sensazione di vedere intorno a me una vita vera, fatta di cose vere. Sto cercando di immergermi in tutto ciò, vivendo ogni momento traendone l’energia che porta con sè. Tutta l’energia che sento entrare in me da questi luoghi cerco ogni istante di ridarla, in un equilibrio di dare e ricevere. Non voglio accumulare: voglio che tutto quello che ricevo possa passare attraverso il mio modo di essere e di concepire la vita, per poi tornare al mondo.

Questa è stata la sensazione che ho avuto nel momento in cui ho accettato di far parte, con un’altra volontaria, dell’organizzazione di un corso di acrobatica e di yoga acrobatico a vantaggio di alcuni bambini del villaggio di Pomerini, portatori di Aids, facenti parte dell’associazione Smile to Africa. I volontari del Servizio Volontario Europeo sono stati inseriti in varie attività, per un periodo di due settimane: oltre al suddetto corso, sono stati offerti ai  bambini momenti ricreativi di danza popolare e di handcraft. La mia emozione è stata grande. Le due attività dell’acrobatica e dello yoga acrobatico fanno parte di me, anche qui: lunghi anni di ginnastica e la scoperta della disciplina dell’acroyoga nei mesi antecedenti la partenza, mi hanno chiesto a quel punto di mettermi in gioco e di trasformarli in un dono. E’ stata una sensazione bellissima percepire l’energia di questi bambini, durante i giochi di gruppo e di conoscenza reciproca, così come durante gli esercizi. Vederli irrequieti, muoversi, spintonarsi per poi, in un attimo, ricercare l’equilibrio sulle mie gambe, stare in silenzio, guardare un punto, concentrarsi: l’acroyoga è una disciplina che vede evoluzioni in coppia, con una base e un “volador” che compie esercizi supportato dal primo, mettendo in gioco fiducia, collaborazione, concentrazione, rispetto reciproco. Ovviamente, da parte mia la disciplina è stata utilizzata come un gioco, che potesse però, allo stesso tempo, comunicare dei valori, modalità che i bambini sembrano avere accolto positivamente e con grande entusiasmo, chiedendoci di tornare anche dopo la vacanze.

Un’altra significativa esperienza è stato l’acquisto dei tessuti e del materiale necessario per la produzione di Mani d’Africa, ad Iringa, in compagnia di un’altra volontaria e dei due sarti Wema e Kizito. Ecco che una semplice uscita di acquisti diviene una occasione di incontro, di comprensioni ed incomprensioni, di esperienza. Un fare iniziale un pò goffo si è trasformato grazie ai due sarti un riuscirsi a muovere tra i venditori di kitenge nel mercato di Iringa, scegliendo stoffe e abbinamenti di colore, lo spessore, la qualità. Considero queta una vera crescita reciproca.

Questi sono soltanto due esempi su quanto il riconoscere le parti importanti e caratterizzanti della nostra vita, le nostre passioni, ciò che ci fa stare bene, possa allo stesso momento essere comunicato. Siamo noi gli attori del cambiamento; l’esistenza ci offre occasioni per cambiare, incontrare gli altri: sta a noi accogliere l’invito o respingerlo. Si cambia insieme. Vorrei allargare la sensazione che ho provato durante questi giorni al senso e al valore della cooperazione che cerco ogni giorno di far più mia; la cooperazione, il cui valore spesso dimenticato o ridotto a stereotipi rischia di essere trasformato in qualcosa di meccanico. Nel mio piccolo, sento che non potrei continuare a lavorare, a offrire il mio contributo durante questo periodo di volontariato, se non fosse per le donne, gli uomini, i bambini, che mi fanno sentire consapevole di ciò che sto facendo, che mi  comunicano attraverso lo stare insieme che questo è un momento di scambio, di crescita reciproca. Non sento di poter far qualcosa solo per il puro obbligo morale di farlo, credo che rivalutare la cooperazione significhi uscire dagli schemi del puro “fare”: magari si potrà portare avanti un progetto ben fatto, con tante attività, ma non necessariamente il suo successo potrà essere valutato esclusivamente secondo questi schemi del “fare”. Si rischia di perdere  il senso vero di quello che si fa e, a lungo andare, si rischia di entrare in panico quando resistenze da parte della comunità locale non fanno andare le cose esattamente come vorremmo. E’ la sensazione che provo quando ci sono momenti di vuoto, di poca collaborazione, di ritardo, di immobilità: è la riflessione sulle motivazioni che stanno alla base di queste difficoltà che ci permettono poi di cambiare il nostro approccio. E’ dalla comprensione del negativo che si arriva al positivo. Quello che avviene è un incontro di desideri, di benessere, di scambio reciproco: tutte queste necessità, da una parte e dall’altra, si tramutano nell’incontro tra le comunità. Mettersi nella posizione di insegnare interrompe questo flusso reciproco: essere troppo certi delle proprie capacità ci rende ciechi, rigidi. Quando fai qualcosa di nuovo rischi di farti male: specialmente quando fai qualcosa del tutto nuovo per te. Lo noto quando cammino per strada e si formano vesciche sui piedi, quando ci scottiamo sotto il sole, quando aiutare Mama Novetha a produrre il mais ti distrugge un pollice. Che superiorità abbiamo? Chi è il debole e chi è il forte? Chi impara e chi insegna? Chi da e chi riceve? Chi detta i metri di valutazione?

Siamo, da una parte e dall’altra, alla ricerca di qualcosa. Ed è chi riesce a guardare al di là, chi si pone domande, chi sogna novità, chi non crede che la sola vita che vive sia la vita vera e la sola “vivibile”, che può mettersi in quella posizione di attesa, di apprendimento e di rispetto. Spero che questo atteggiamento di scambio possa trasparire anche nella modalità di comunicazione che decideremo di utilizzare durante l’awareness raising su disabilità e albinismo, una delle attività che in questi giorni sto portando avanti insieme ad altri due volontari. Comunicare certe informazioni a studenti di Primary e Secondary School non sarà certo impresa facile: la comunicazione diviene, a questo punto, fondamentale, così come l’attenzione che si da alle tempistiche in cui convinzioni e idee possono essere messe in discussione sia da una parte, che dall’altra.

Sono queste le sensazioni e le riflessioni predominati negli ultimi giorni: dare e ricevere in equilibrio; imparare ad ammettere le proprie difficoltà nel far le cose, nel capirle; partire dalla donna, dall’uomo che sei per comunicare con le tue modalità, che sono uniche, perchè sono tue. Intrecciando questo processo a quello dell’essere umano che ti sta accanto, si potrebbe pensare ad uno sviluppo di entrambi.

Giulia

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 15/01/2014 in Uncategorized

 

Tag: , , ,

Castelli in Africa: asante sana Zampanò

Rientro a casa, mi guardo i piedi. Polvere sulle infradito e sulle mie dita. Per un attimo penso “sono a Pomerini, in Tanzania!” ed invece no, sono appena tornata da Castelli in Africa.

Cosa è stato Castelli in Africa? Due ragazzi che si avvicinano allo stand di Tulime cercando articoli da uomo, due simpatici giovanotti che solo dopo scopro essere la componente italiana del gruppo “IBRAHIM DRABO E I DANKAN“ i primi che suoneranno a questo evento. Mamma e Cheikh che sabato mattina girovagano per le vie di Lanuvio e che a vicenda poi si danno una mano ad allestire rispettivamente il banchetto di Mani d’Africa e quello dello Yogurt Barikamà.

IMG_1114

La mostra fotografica, con gli scatti di Shoot for Change dell’omonimo progetto Barikamà.

Alessandro che mi accoglie togliendomi lo zaino dalle spalle ed offrendomi in cambio un bicchiere di vino rosso.

Abubakar che promuove i nostri prodotti Mani d’Africa e noi che invitiamo i passanti ad assaggiare il buonissimo yogurt Barikamà.

Maria e Angelo con i quali condividiamo un forte legame con la terra rossa della Tanzania e anche qualche prolunga durante i giorni dell’evento.

La rabbia nel vedere il documentario “Lampedusa 2011” che però fortunatamente svanisce di fronte alle buone pratiche di un “vivere bene insieme” respirato per tutto l’arco della manifestazione.

Daouda che interviene alla fine del dibattito sul diritto di cittadinanza alle seconde generazioni. Proprio non riesce a trattenersi dal chiedere, ai due onorevoli lì presenti, che senso hanno i CIE (Centri di identificazione e espulsione).

Paloma e Valerio di Utopia Onlus vicini di tenda e compagni di sane riflessioni su ciò che vuol dire fare associazionismo.

Daniele che domenica mattina riattiva i nostri muscoli con il frisbie.

Massimo che ci immortala quando meno te lo aspetti.

Cicci, Simona e Serena che “solo insieme possiamo coltivare”.

Andrea che ci segue a distanza.

Castelli in Africa è la grinta, la fatica e l’entusiasmo che Zampanò mette da sei anni nell’organizzazione della manifestazione. L’esplosività di Emanuela, la paziente disponibilità di Silvia e le specificità di tutti gli altri componenti del gruppo creano un mix che da vita ad un bellissimo incontro di menti, facce e culture!

Asante sana (grazie mille) Zampanò!

– Rosa per Tulime Onlus

IMG_1142 Read the rest of this entry »

 
 

Tag: , , , ,