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Tre giorni a Dar Es Salaam

30 Lug

Francesca C. ha 25 anni e svolge in questi mesi un tirocinio con Tulime Onlus nell’ambito del progetto Ulisse. Studia Comunicazione e Pubbliche Amministrazioni e, insieme ad Alessandro, si sta occupando di raccogliere materiale fotografico e video per la realizzazione di piccoli reportage.

Ecco il racconto della sua trasferta a Dar Es Saalam, in compagnia del nostro coordinatore Stefania e degli altri volontari, in occasione di un market nella turistica SlipWay per la vendita dei prodotti Mani d’Africa.

L’esperienza della vendita dei prodotti di “Mani d’Africa” merita di essere raccontata e ovviamente non so’ da dove cominciare. Partirò dalla fine, la permanenza di tre giorni a Dar Es Salaam mi è costata due bacinelle di bucato al ritorno, ma ripartirei anche subito.

Il viaggio per me, Stefania ed Elisa è iniziato venerdì 22 alle 7:00 del mattino, qui a Pomerini era ancora buio e un freddo pungente ci ha dato il “buongiorno” appena abbiamo messo piede fuori casa. Mr. Mazengo, con il suo sorriso e buon umore, ci ha accompagnate alla stazione dei bus di Iringa. Abbiamo fatto giusto in tempo a fare colazione e comprare scorte di cibo per il viaggio di minimo otto ore verso Dar, in questi casi capisci perché le persone del posto dicono “pole” quando fai sapere che devi partire.

Siamo salite sul bus alle 9:00, questa volta abbiamo preso il “Deluxe”, uno dei più veloci e comodi; avendo i posti assegnati, io sono capitata vicino ad un signore che non ha sorriso neanche un secondo, figurarsi rivolgermi la parola, ed era intento a guardare appassionatamente una telenovela africana che trasmettevano in TV il cui volume era talmente alto che non sono riuscita ad evitare pianti ed urla disperate nemmeno con le cuffie e la musica dell’Ipad. Man mano che ci si allontanava da Iringa abbiamo iniziato a sentire caldo e l’intero pullman ha tolto i vari strati di abbigliamento, onde evitare di morire squagliati. Durante una delle due soste dai tempi disumani (5 minuti la prima e 10 la seconda) ho comprato una sorta di frittella di pane e due sambusa con carne macinata e cipolle, buone da morire, specialmente se mangi carne ogni due settimane.

Siamo arrivate a Dar alle 18:00, non vedevo l’ora di scendere dal bus perché il bambino seduto dietro di me aveva fatto i bisogni un’ora prima e ho pensato che sarei morta soffocata o divorata dalle mosche.

Dopo aver recuperato un taxi siamo arrivate in hotel, questa volta non il “Safari Inn” ma un altro gestito da indiani e con il punto a favore di essere vicino al “Mamboz”, il mio ristorante preferito (approfondirò questa parte in stile Trip Advisor” fra qualche riga). Prima di cena abbiamo fatto una doccia rigenerante, con acqua calda corrente, siamo uscite nel caldo notturno della città (che apprezzi in maniera smodata dopo aver patito il freddo di Pomerini). Quindi torniamo al “Mamboz”, questo fantastico posto che la mattina è un’autofficina e la sera diventa ristorante è gestito da una famiglia di indiani molto attenta ai conti e a ciò che fa il personale (sorvegliato da mille telecamere). Il cibo viene cotto sopra delle griglie enormi in cui cucinano masala chicken, spiedini di manzo e pesce, inutile dire che ho fagocitato carne come se non ci fosse un domani.

Una volta finita la cena siamo tornate in hotel a riposare per qualche ora, la nostra sveglia ha suonato alle 2:00 del mattino, e ancora assonnate siamo andate all’aeroporto a prendere Alessandro e Nicolò. L’attesa è durata fino alle 4:30, poi siamo ritornate in hotel come degli zombie e abbiamo dormito per le restanti ore della notte.

La seconda sveglia è suonata alle 7:30, dopo una colazione abbondante abbiamo preso un taxi che ci portasse allo “Slipway”, l’hotel/centro commerciale in cui c’era la fiera. Bastano pochi chilometri per rendersi conto della differenza di ambiente: non si vedevano più persone per la strada, solo case enormi e cancelli altissimi. Lo “Slipway” era in linea con questo stile.

Abbiamo fatto tre rampe di scale ripidissime con i borsoni della merce siamo arrivate alla piazzetta in cui stavano allestendo gli stands; la nostra sistemazione è stata abbastanza travagliata perché la nostra vicina di stand non si è smossa di un millimetro, quindi è stata soprannominata “la Sfinge” per ovvie ragioni.

Dopo aver allestito abbiamo fatto i turni per ispezionare la piazzetta, mi ha ricordato vagamente quella di Porto Cervo, piena di portici e negozi di lusso, infatti anche i prezzi erano europei.

I ragazzi ci hanno raggiunte a metà mattinata perché erano sfiniti dalla notte precedente, così siamo potute andare a mangiare nel ristorante lì vicino.

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Le vendite non sono state molto soddisfacenti, ma credo che questo sia da mettere in relazione con il caldo afoso e gli orari di apertura/chiusura del mercatino: dalle 9:00 alle 18:00, improponibili per lo shopping estivo.

L’articolo più venduto è stato il jenga. Verso l’ora di chiusura è arrivata una famiglia delle Mauritius a risollevare le nostre sorti economiche e sono riuscita vendere un top ad incrocio ad una delle ragazze, il che non è stato affatto semplice visto il mio inglese italianizzato, la soddisfazione è stata alle stelle.

Siamo rientrati in hotel al tramonto, infatti le persone che vivono sulla strada si stavano organizzando per la cena. Dopo una meritata doccia abbiamo raggiunto Stefania che era in riunione con Noveta, la nottata si è conclusa al “Mamboz” con una cena poderosa.

La domenica è iniziata prestissimo, siamo arrivati alle 7:00 alla stazione dei bus e dopo aver scansato vari porta valige improvvisati ci siamo rimessi in viaggio per Iringa.

Il secondo “viaggio della speranza” è stato peggiore del primo, i sedili erano di marmo e la mia schiena ha iniziato a chiedere pietà dopo sei ore in cui l’autista non ha superato i 50 km/h.

Siamo arrivati ad Iringa alle 18:00, qui ci ha accolte Mr Mazengo con il suo sorriso smagliante e il suo modo di fare stile “Take it easy” o “hakuna matata”; abbiamo fatto un po’ di spesa al mercato e poi siamo finalmente tornati a casa Tulime.

Il fine settimana si è concluso con una pizza squisita offerta dai frati, non l’ho fotografata perché la fame ha preso il sopravvento.

In conclusione sono crollata appena la mia testa ha preso contatto con il cuscino, sazia ed estremamente soddisfatta dalla mia gita in città e dal ritorno alla vita bucolica

Francesca C.

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