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Emergenza Nepal – secondo report da Lapshishour, un piccolo villaggio nelle campagne di Ghorka

30 Apr

Tramite GAEA (www.gaealliance.org)

Ci scrive Gabriele (nostro ex volontario in Tanzania).

map

26-04 -2015. L’ultima scossa verso mezzogiorno, subito dopo ci siamo messi in moto per andare al villaggio. Lungo la strada attraversiamo centri abitatiche sembrano fantasma, tutte le case sono chiuse, le saracinesche abbassate. Lontano dagli edifici la gente è sdraiata per strada,protetti solo da tendoni impprovvisati. La paura di rietrarenelle case è troppo forte, ormai da ieri si vive per strada. La prima scossa è stata troppo forte e il suo ricordo è ancora fresco. Lasciamo la Prihviti highway che collega Kathmandu e Pokhara e ci addentriamo nel distretto di Ghorka. Più ci inoltiramo e più sono evidenti i danni causati dal tremore. Una decina di kilometri prima della città di Ghorka, deviamo sulla sinistra e ci immettiamo su una strada sterrata, continuiamo per una buona mezzora finchè Tikaram mi dice di accostare e fermarmi propio accanto ad una stalla di cui resta solo il tetto, mezzo tetto. Parcheggiamo la moto e cominciamo a camminare. Siamo appena arrivati nel VDC (Village Development Committee) di Mirkot. Attraversiamo il fiumiciattolo che costeggia il villaggio, e poi cominciamo a salire verso delle case che si vedono in cima alla collina. Tikaram indica un piccolo bosco che costeggia il cammino e mi dice, “Eh Arjun, you see this forest? Ten years ago there was no forest”.Incuriosito gli chiedo il perchè, lui mi spiega che molta gente è andata via preferendola città, l’India o il Terai (la zona pianeggiante del Nepal). Il percorso continua a inerpicarsi su per la collina, il bosco lascia posto alle terrazze in cui il riso e il mais è stato piantato da pochi giorni. Il cammino ci porta di fronte a due case che appartengono al villaggio di Lapshishour, i suoi abitanti stanno fuori, fissano le case e hanno gli sguardi un po’ persi, c’è molto caldo a questora. Entrambi gli edifici sono evidentemente danneggiati, ma stanno ancora in piedi.I tetti in alluminio sono ancora al loro posto, gli spessi muri in pietra, legati con cemento e terra, e ricoperti da terra rossa sono evidentemente crepati. Chiedo se è possibile entrare per dare un’occhiata. Una piccola scaletta di legno porta al balconcino del primo piano, il pavimento è cosparso di pietre e calcinacci, un grosso foro alto circa un metro e largo un paio permette alla luce di entrare nelle stanze che fino ad allora erano servite come camere da letto e deposito viveri. L’edificio, che da fuori sembrava appena danneggiato, è internamente devastato, i muri interni sono collassati, dei letti si vedono appena i cuscini, i 6 quintali di riso e i 3 quintali di mais, sono sotterrati da grosse pietre, polvere e calcinacci. La situazione è simile nell’edificio adiacente. Nel secondo edificio la porta del deposito non si può neanche aprire. Il prossimo raccolto sarà tra quasi tre mesi. Bisogna cominciare a scendere a valle prima che si faccia buio. Mentre camminiamo con Tikaram discutiamo le sorti del piccolo villaggio di appena 100 anime, secondo lui questo terremoto segna la fine di questa piccola comunità agricola. Al villaggio giù a valle gli abitanti ci invitato a bere un the e ci raccontano la violenza del terremoto.

maize-and-rice-covered-by-debris

Io ero in azienda quando la prima scossa fortissima ha fatto trasbordare l’acqua dalla gebbia accanto alla quale stavamo lavorando. Doveva essere quasi un giorno di festa, infatti stavamno dissotterrando i corni di bovini con dentro il preparato BD 500, un tesoro grandissimo per chi fa agricoltura bio dinamica. Circa un’ora dopo un’altra scossa fortissima. La gente a questo puntoera ancora più spaventata.Il nostro vicino, Gimre, che era venuto a darci una mano è sobalzato e con un salto si è allontanato il più possibile dalla gebbia aggrappandosi con forza al mio braccio. Ancora non ci eravamo bene resi conto della gravità della situazione. L’azienda è situata ad appena 40 km dall’epicentro del terremoto. Subito dopo pranzo le prime notizie sono arrivate, ho contatto unamico che stava viaggiando verso Kathmandu, mi raccontava una città mezza distrutta e nel caos. Le scosse hanno continuato più leggere durante la notte. La mattina del giorno seguente, puntuali come ogni giorno, i lavoratori sono venuti in azienda alle 5.45, il lavoro inizia alle 6. Hanno raccontantato che hanno passato la notte in bianco. Alle 10 dopo il daal baat tarkari quotidiano (lenticchie, riso e ortaggi) tutti sono rientrati a casa per occuparsi dei loro averi e delle proprie famiglie. Sistemare le cose in vista di altre scosse, portare le cucina a gas fuori, mettere al sicuro il raccolto, e preparare le tende dove passare la notte. Tikaram, il manager dell’azienda,era appena riuscito a mettersi in contatto con la madre che vive in un villaggio a una ventina di km dall’epicentro. La sua casa è inagibile. Ho Proposto a Tikaram di prendere la moto e andare a fare una visita al villaggio, era quasi mezzogiorno.

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Come il villaggio di Lapshishour ce ne sono centinaia in Nepal e nella zona interessata dal terremoto. Adesso tutta l’attenzione è rivolta verso Kathmandu e i grandi centri abitati trascurando le campagne e i suoi abitanti. La stagione delle pioggie è imminente e il tempo per la ricostruzione probabilmente non sarà sufficente. Che ne sarà di tutti i piccoli agricoltori e delle loro famiglie che vivono in zone remote e che per la loro sussistenza contano quasi interamente sui proprio raccolti e le proprie energie?

A voice from the epicenter of rural Nepal

26-04 -2015.The last strong tremor was around mid day and right after we took the motorbike to go to the village. Along the road we come across several villages. The houses are all closed and shops’ shutters drawn are down like in a ghost village. Far from the buildings people is sitting on the road with meager protection from only improvised tents. People are too afraid to go back inside the houses, still fear too high, since yesterday people living on the road or the fields next to their homes. The power of the earthquake’s first tremor is still fresh in people’s minds.  Veering off the Priviti highway, the road connecting Kathmandu and Pokhara, we enter Ghorka‘s district. The further we travel, the more the damage from the earthquake became evident. Ten kilometers before Ghorka city we take left onto a gravel road. About half an hour later Tikaram tells me to pull over and stop. We are in front of a stable of which only half a roof remains from its previous structure.  We park the motorbike and start walking; we are now in Mirkot’s VDC (Village Development Committee). We cross the little creek that runs alongside the village and then we follow the path uphill. Suddenly, Tikaram points to a little forest which borders the path and tells me “Eh Arjun, you see this forest? Ten years ago there was no forest”. Puzzled, I wonder why and he explains that a lot of people left the village since they prefer to live in the city, in India or the in the Terai (Nepal’s lowland plains). The path continues uphill and the forest gives way to a landscape of hillsideterraces, recently planted with rice and corn. At some point the path led us in front of two houses belonging to the village of Lapshishour. The inhabitants of the two houses are sitting in front them and are staring blankly at their houses; it is very hot at that time. Both houses are evidently damaged, but still standing. The metal roofs are intact but the thick stone walls, bonded with cement and soil and covered with red colored soil are cracked. I ask if it would be possible to go inside the buildings to have a look. A tiny wooden staircase brings me up to a small balcony on the first floor. The floor is full of stones, dust and plaster flakes. A big hole, one meter high and almost two meters wide, allows the light to enter the rooms which, until then, had been used as bedrooms and storage rooms. From outside the buildings were almost looking good, inside they are devastated. The inner walls had collapsed; the beds are covered in debris under which corners of the bed frame can be seen.  Six quintals of rice and three quintals of maize are entirely covered by dust and big stones. The conditions are similar in the adjacent building, just that there not even the door of the bedroom and storage room can be opened. The next harvest is going to be in almost three months. We have to return to the valley before it gets dark. While we are walking with Tikaram we discuss the fate of the little village and its 100 residents. He thinks the earthquake marks the end of this community. At the village down at the valley the people invite us to drink tea and they tell us how violent the first tremor was.

I was at the farm when the first earthquake made of tipped over the water from the tank next to which we were working. It was supposed to be ahappy day; we were harvesting cow horns with inside the BD500 preparation, a treasure for those who practice biodynamic farming. About one hour after there was a second very strong earthquake. Our neighbor Gimre, who came to help us that day, literally jumped as far as possible from the water tank and hold on my arm squeezing it strongly through the shaking. We still couldn’t realize how bad the situation was. Right after lunch we heard the first news. I contacted a friend who was travelling toward Kathmandu and he described a destroyed city in chaos.. Tremors continued throughout the night. The next morning, same as every other normal working day,the workers came punctually at 5.45, works begin at 6 o’clock. At 10 o’clock after the daily daal baat tarkari (lentils, rice and veggetables) the farm’s workers left to take care of their houses, belongings and families expecting returning earthquakes. Tikaram, the farm’s manager, was able to get in touch with his mother who lives in a village not far from the earthquake’s epicenter, about 20 km. Her house was partly destroyed. I proposed Tikaram to take the motorbike to pay a visit to his mother’s village, it was almost midday.

As Lapshishour village there are many in Nepal and in the area affected by the earthquake. Right now all the attention is turned toward Kathmandu and highly populated residential areas. Rural areas and its inhabitants are not considered much by media and those areas are remote and hard to reach. Time for reconstruction is likely to be long and the rainy season is forthcoming. What will be of small farmers and its inhabitants who live in remote areas whom for their subsistence rely almost fully on their own harvests and energies?

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Pubblicato da su 30/04/2015 in Nepal

 

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