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Dove si trova la tua casa?

06 Mag

Il momento del ritorno si avvicina. Ho deciso di iniziare a scrivere accompagnata dal moto traballante di un autobus che porterà me e i miei compagni di viaggio verso il nord della Tanzania che non smettiamo di ammirare nella sua varietà, ricchezza e profonda umanità. E’ forse un modo per rallentare il ritorno, per “ammorbidirlo” e, perchè no, per gustarlo scoprendone il vero significato, un significato che cambia da persona a persona, da vita a vita.

Gli ultimi giorni passati ad Ilula si sono riempiti di saluti e incontri con le persone che hanno seguito e appoggiato il nostro percorso, che è diventato anche il loro. A tutto questo si è unito un breve ma intenso ritorno al villaggio di Pomerini, dal quale questo percorso ha avuto inizio, arricchendosi poi, continuamente, di nuove sfumature, cambiamenti, nuovi incontri. Una riunione-dibattito con un gruppo di donne, uomini e bambini affetti da albinismo ha fatto da sfondo all’ultimo scorcio della mia vita ad Ilula. Non poteva esserci giorno più intenso e simbolico per parteciparvi.

Incontro con gli albini. Ilula

Incontro con gli albini. Ilula

Oltre alla distribuzione di creme solari, ai consigli forniti da esperti, l’incontro è stato occasione di indagine e scambio di opinioni su traguardi, ostacoli e difficoltà nella percezione dell’albinismo presso la comunità di Ilula e non solo. Cosa si è rusciti a costruire dal punto di vista dell’integrazione sociale, delle pari opportunità, del supporto al trattamento e prevenzione? E’ stata occasione per dir ancor qualcosa, ringraziare un’altra volta, buttare fuori difficoltà incontrate e motivazioni che ci hanno guidato nel nostro lento avvicinarci a questa realtà, tanto difficile quanto poco conosciuta. Una prima testimonianza è quella di una madre, recatasi all’incontro con i suoi due figli, un bambino di quattro anni e una bambina di otto, entrambi affetti da albinismo. E’ una madre il cui coraggio si percepisce dallo sguardo, dai movimenti, dal tono della voce nel raccontare episodi di scherno del quale entrambi i figli sono bersaglio nel contesto scolastico. “M. torna a casa piangendo, dopo un giorno a scuola dove i nomi con i quali si sente chiamare di continuo sono albino, zeruzeru, mzungu “. Altre due donne si son fatte avanti nel parlare e nell’offrire la loro testimonianza, dando sfogo alla frustazione causata da un governo dal quale non percepiscono vicinanza e un aiuto concreto e commisurato ai loro bisogni. Si tratta di bisogni e mancanze di ogni genere: beni di prima necessità, un accesso spesso ostacolato al mercato del lavoro, un’informazione sempre troppo superficiale sulle cause, conseguenze, mezzi di aiuto. Ma se sei un uomo, una donna, un/a ragazzo/a, un/a bambino/a albino, il tempo passato ad aspettare diventa direttamente un irrecuperabile ritardo nella prevenzione, con il rischio che una patologia che richiede attenzioni possa mettere in serio pericolo la tua vita. Per far fronte a queste mancanze, A. e K. hanno deciso di portare avanti un’attività per il loro rafforzamento economico personale, attraverso la produzione autonoma di carbone e tappetini creati con piccoli pezzi di kitenge avanzati dalle sartorie. Le difficoltà presentate da questo ‘”albinismo africano” non si limitano a questo: è una realtà che conferisce nuovi pesi e significati a parole, colori della pelle, opportunità personali, supporto dalla scuola. E’ una sfida di vita, una dimostrazione di forza e di coraggio: il sole che batte sui campi e sui volti della Tanzania, nella sua immensa bellezza, adesso ha un nuovo significato. Poi a Moshi vedere camminare abbracciati due ragazzi, uno dei quali affetto da albinismo, e sentire profondamente il senso del lavoro di sei mesi, quello che ci ha portato a riflettere, a cercare il giusto modo per comunicare, per offrire quel piccolo contributo che ha fiducia nella determinazione dei più piccoli che abbiamo incontrato: solo loro potranno rendere effettivo questo sforzo di tutti, nel tempo e nello spazio.

Il mio viaggio si conclude, così, con un altro “viaggio nel viaggio”: la scoperta del nord della Tanzania, con la sua gente diversa, i suoi villaggi e città diverse, le lunghe passeggiate alle falde del tetto dell’Africa, attraverso le sue cascate e le sue piantagioni di caffè, l’incontro con la tribù degli chagga, la breve ma intensa salita al Kilimanjaro, con i suoi silenzi assordanti, la forza del corpo umano che la scala che si unisce alla sua di forza, il respiro dell’uomo che si fonde con il suo. Una natura che ti invade gentilmente, il calmo immergersi nella sua pace, nella sua purezza, nella sua spiazzante immensità che ti accoglie e non ti giudica. Poi di nuovo l’incontro con l’Africa orientale, costiera, con le rovine delle sue moschee e i canti del muezzin per le strade. Poi ancora la scoperta dell’arte pittorica africana, con i suoi colori forti, a volte compatti e decisi, altre volte sfumati e privi di contorni: qualsiasi sia la tecnica e il colore, nelle tele si scoprono e riscoprono tutti i colori, le azioni, i valori che accompagnano la civiltà africana in questo continuo alternarsi tra preservare il passato e aprirsi all’incontro con l’ “altro”.

Bagamoyo. Foto di Andrea Pozzato

Mesi passati in una realtà come quella africana non ti lasciano spesso come ti avevano incontrata al tuo arrivo. A seconda delle personali vicissitudini, delle diverse personalità, ognuno sperimenta un qualche cambiamento. Se cooperazione significa davvero incontro di due comunità che si rendono conto, ad un certo punto, di avere bisogno reciprocamente l’una dell’altra, sono allora coloro che partono e che ritornano ad essere il mezzo di comunicazione privilegiato, quello umano. Siamo “semplicemente” uomini tra gli uomini, donne tra le donne. Siamo coloro che incontrano e che si trovano spiazzati da una cultura della quale non fanno parte, che si sforzano di non invadere nel momento in cui si propongono come cooperanti, medici, mediatori culturali, o “semplicemente”, come uomini. Gli stessi tornano a casa, spesso scontrandosi con una realtà difficile, chiusa, frenetica e distratta. Molti hanno stravolto il senso che attribuiscono personalmente alla parola “casa”, forse per difendersi ogni volta che devono allontanarsi da un luogo e varcare una nuova frontiera. Non è difficile poi chiamare case alloggi momentanei che, tuttavia, ospitano anch’essi le nostre partenze e i nostri ritorni. Questa casa non è in nessun luogo, ma si materializza nel qui e ora: la casa è dove incontri l’uomo e crei relazioni con esso; si trova in quel posto che suscita in te domande e ti fa percepire la tua evoluzione. La casa si trova dove riesci e ricominci ad amare la vita degli altri e la tua di vita.

Saluto l’Africa con un “arrivederci”, con la riconoscenza che accompagna la consapevolezza di averne accolto i primi insegnamenti; nessun giorno, nessuna esperienza esclusa da questo continuo vortice di arricchimento interiore. La mia speranza è quella di essere, insieme a coloro che hanno condiviso con me questa esperienza, canale di incontro tra la realtà dalla quale sono partita mesi fa e quella che ha avvolto la mia vita fino ad oggi. Ci sono modi sottili e a volte impercettibili tramite i quali è possibile trasformarci in ambasciatori, in punti di contatto. E’ possibile far arrivare informazioni, modi di concepire la vita, nuove idee, nuovi bisogni, nuove richieste di avvicinamento o di allontanamento. Perchè siamo “noi” e “loro” il vero cambiamento. E’ ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, bambina, ragazza, ragazzo che sia entrato in contatto con l'”altro” per lungo tempo o solo per un breve intervallo, l’evoluzione e lo sviluppo.

Trovarsi catapultati in modi di pensare così lontani dai tuoi e, allo stesso tempo, così vicini alla vita vera tanto da chiederti come mai “non ci hai pensato prima”, può sembrare ai più un momentaneo vivere da “sogno”. La possibilità di entrare in un contatto umano e in un rapporto vero, vicino alle persone, ha fatto di questa esperienza un incontro reale, che ho toccato con mano, che ho sentito e che ho desiderato ogni giorno di più far mio. Non faremo mai nostre, come è bene che sia, tutti i modi di vivere e di pensare. Inevitabilmente circostanze al ritorno ci chiederanno nuovamente di fare i conti con esse. Saremo, tuttavia, caricati di una nuova forza, venutaci dall’accoglienza e dal confronto con esseri umani che prima ci sembravano così distanti. Prima c’era l’entusiasmo l’esperienza, l’avventura, la scoperta; adesso ci sono gli esseri umani e i loro diritti, le loro vite che nei modi più diversi si intrecciano alla nostra. E’ la conoscenza e lo sforzo che questa conoscenza richiede che ci fa avvicinare, non tanto l’essere fisicamente prossimi. E’ il sentirci veri fattori del cambiamento che ci farà sentire prossimi alla gente dalla quale, adesso, dobbiamo allontanarci. Restiamo estasiati da una vita che scopriamo e/o riscopriamo, ma dobbiamo allo stesso tempo lasciare agli altri la loro di vita. Possiamo tuttavia raccontarla, al ritorno, esserne testimoni, renderci conto che essere veri cittadini del mondo significa sentirci aperti ma mai dominati. Solo così potremo sentirci liberi e riconoscere il diritto alla libertà di coloro che incontriamo, siano essi africani, italiani, migranti, viaggiatori. I passeggeri entusiasmi non son nulla se non rendiamo quest’ultimi veritieri: solo quelli che riusciamo a rendere effettivi nel tempo entreranno davvero a far parte del nostro modo di essere e di creare relazioni. In questo modo i ricordi, gli insegnamenti, gli affetti, non perderanno di intensità, di verità e di forza. Sono innumerevoli i momenti, le persone, le emozioni, i luoghi ai quali dedico queste mie riflessioni. Tutti sono presenti nelle mie case.

Dico “arrivederci” alla Tanzania e alla sua gente, portando nel mio bagaglio la responsabilità di esser stata loro tanto vicina, avvolta, abbracciata, rigenerata nell’anima, e nel corpo.

“Viaggiare non vuol dire soltando andare dall’altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte”. (Claudio Magris, L’infinito viaggiare)

Giulia

 

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Pubblicato da su 06/05/2014 in Uncategorized

 

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