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” La strada attraverso la foresta non è lunga se si ama chi si va a trovare” Proverbio africano

14 Apr

Vivere l’Africa è la scoperta e la riscoperta di significati nuovi, diversi o dimenticati, nuovi modi di concepire la fatica, il dolore, la perdita di una persona cara, l’ottimismo, la speranza, il senso di comunità, le attese, le sconfitte, le delusioni e i successi. Vedo moltissimi sorrisi, una speranza dalla quale è diffiile non farsi invadere. L’Africa non crede che il meglio per te sia raggiungere appieno tutti i tuoi obiettivi: ti insegna dolcemente che oltre i risultati, alla base di essi, esisti tu e la vita che hai scelto. L’Africa insegna a concentrarsi sulla consapevolezza dell’essere umano che tanto si vede correre e disperarsi in luoghi da essa lontani: gli chiede di fermarsi ad osservare quali sono le motivazioni che stanno alla base delle sue azioni, affinchè quest’ultime non restino fine a se stesse. Quando le attese e i ritardi non fanno andare le cose esattamente come vogliamo, quando la pioggia ci ferma in casa e limita la sfrenata corsa alla nostra “produttività”, quando gli appuntamenti non  vengono rispettati, quando ci vengono posti degli ostacoli, rischiamo di scoraggiarci, rischiamo di cadere vittime di quell’ atteggiamento spazientito che ci porta a dire “Perchè non vogliono farsi aiutare? Noi siamo qui per questo”. Il pericolo, la trappola, è quella di perdere di vista la centralità di ciò che sta al di sotto degli interventi che studiamo per uomini, donne, bambini, bambine, ragazzi, ragazze, così tanto immersi in realtà che ci resteranno comunque sempre estranee. Tutto questo sforzo di cooperazione e di comunicazione con l’Africa che stiamo portando avanti non darà certo i suoi frutti nell’arco di un periodo breve. E questo vale anche per altri contesti, anche completamente differenti. Se consideriamo come risultati solo ed esclusivamente le cose che possiamo vedere e toccare, siamo fuori dall’ottica del vero scambio: come tutte le cose di questo mondo, le azioni possono non riuscire, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, l’incontro-scontro culturale crea dilatazione nei tempi e incomprensioni a volte stratosferiche; in più, le “cose” hanno sempre una fine, possono essere distrutte, possono essere rifiutate o possono risultare incompatibili con il contesto nel quale ci troviamo ad operare. Possono invadere, imporsi, destabilizzare, estraniare.

Cerchiamo, oltre la fine delle cose, il fine di quest’ultime. Quando ciò su cui concentriamo il nostro agire è guidato da ciò che ci motiva nel profondo, allora riusciamo a raggiungere un canale comunicativo che va oltre la diversità linguistica o il semplice insegnare, donare. Se tutte le nostre azioni fossero guidate dalla nostra genuinità fatta di esperienze, vite e forze differenti, fragilità, delusioni e ostacoli diversi, allora la nostra umanità esce al di fuori, si nota, si percepisce, non può passa inosservata a coloro che riescono a leggerla. Se non otteniamo dei risultati ci sentiamo spesso frustrati, inutili e la motivazione ci abbandona. Se riuscissimo a guardare oltre i meri risultati ci accorgeremmo che ciò che materialmente riusciamo a lasciare agli altri è solo una piccolissima parte di un disegno ben più complesso. Al di sotto sta la messa in gioco delle nostre vite che, in un modo o nell’altro e per i percorsi di vita più disparati e a volte disperati, ci hanno spinto a dedicarci a persone che prima di partire non conosciamo nemmeno. Partiamo per uomini e donne che non abbiamo mai visto, per luoghi che non abbiamo mai esplorato, non sapendo molto spesso come andranno le cose, quello che non andrà per il verso giusto, quali saranno i momenti di gioia e quelli di sconforto. Partiamo perchè c’è qualcosa che fa del singolo villaggio che andiamo ad aiutare tutto il mondo, dei suoi abitanti tutta l’umanità, dei loro diritti i diritti dell’umano. Mantenere i ricordi e gli eventi che ci hanno fatto scegliere questa strada, non abbandonando la consapevolezza di quello che siamo singolarmente, può farci incontrare: l’umanità adesso ci unisce. Il mero fare ci distanzia, l’essere ci avvicina. L’agire e l’essere aspettano di essere ricongiunti. In questo caso le case che costruiamo, le tecniche e nozioni che offriamo, gli aiuti che eroghiamo non rimangono fine a se stessi, contribuendo a quel lento cambiamento in cui noi speriamo, in quello scambio solidale e comunitario sul quale stiamo investendo il nostro ottimismo. Allora i nostri risultati diventano altri, si arricchiscono e ci arricchiscono: possiamo tornare a casa colmi di principi veri. Solo questi ci resteranno. L’entusiasmo di un’esperienza rischia di essere nuovamente affollato dalle dinamiche alle quali eravamo legati. Siamo noi e la gente che incontriamo il vero fattore del cambiamento: siamo canali di scambio, anche quando non ce ne rendiamo conto. Lo scambio costruisce il futuro, progetta il futuro, ci proietta verso i rapporti umani veri, quelli che stanno oltre il fare ma che allo stesso tempo ne sono componenti essenziali; essi sono le fondamenta di una struttura vera, difficile da distruggere, perchè basata sulla forza delle idee e sull’impegno di coloro che credono ancora nel potere degli esseri umani di non farsi del male. Lo sforzo sta quindi nel ricercare la nostra motivazione vera che ci ha spinto alle nostre scelte. Noi siamo la materia prima e lo stumento del nostro lavoro, siamo anche il nostro obiettivo, il nostro risultato, la nostra meta. Siamo presenti e trasparenti allo stesso modo. Siamo pazienti e nervosi, coraggiosi e prudenti, siamo stanchi e motivati, nostalgici e distanti. Siamo per gli altri e per noi.

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L’Africa mi fa riscoprire quanto coraggio può scaturire da un saluto dato al momento giusto o da frasi che si ripetono senza stanchezza. La speranza e il senso di unione di questo popolo mi fa sentire al sicuro, aumenta l’amore verso gli altri, rafforza il rispetto verso me stessa; non ci può essere niente di veramente irrisolvibile o che può farci perdere la voglia di lottare. Diventa sempre più difficile riuscire a lamentarsi di qualcosa. Come quando dopo lunghi discorsi lungo la strada per il ritorno a casa dal villaggio, l’uomo che ti sta ad ascoltare non ti offre subito soluzioni pratiche ma ti risponde semplicemente, “Usijili Giulia, furahi”, “Non preoccuparti Giulia, sii felice”.

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Amo i sorrisi di questa gente e il loro guardarti con un’espressione difficilmente interpretabile. Osservo le reazioni personali e di chi sta intorno, quando la mia presenza viene percepita e trattata da alcuni come estranea, perchè così è, in realtà. Ma c’è forza ed energia nelle manifestazioni di gioia nell’incontrarsi, nel contatto fisico degli abbracci e nelle strette di mano forti, nel contatto uditivo creato dalle esclamazioni acute, nel sentirsi chiamare “Sorella” e “Mamma”, nel continuo ringraziarsi, nel sentire quella frase stupenda…”Tupo Pamoja”, “Siamo qui, insieme”. “Siamo”, per l’appunto.

Sorrido molto in Tanzania. E il sorriso è qualcosa che si impara e che viene guidato dal modo in cui la gente si relaziona a te. Il sorriso e la viva curiosità degli occhi dei bambini, delle donne, degli uomini che mi fanno il regalo di poterli fotografare si sono andati ad incrociare ad una storia raccontatami in prima persona da S., l'”uomo che rise a vent’anni”. Un bambino nato da una donna, una donna afflitta dal dolore durante il periodo di gravidanza. “Ho cercato delle notizie sull’influenza che l’umore della madre ha verso il bambino che porta in grembo.”, mi racconta S., “[…] mia madre è stata una donna molto triste, è stata abbandonata da mio padre per un’altra donna, mentre io dovevo ancora venire alla luce. Quando nacqui vissi un’infanzia non felice. Non riuscivo a sorridere, guardavo gli altri sorridere e mi chiedevo perchè lo facessero. D’improvviso, all’età di vent’anni, risi per la prima volta, guardando una commedia trasmessa alla televisione. Fu una bellissima scoperta. Adesso so sorridere”. La storia di S. conferisce un nuovo significato ad un’azione che sembra ormai essere scontata, banale e la arricchisce di nuova importanza e centralità.

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L’atmosfera che caratterizza i miei incontri con le donne di Ilula è anch’essa ricolma di questi valori, di questi sorrisi, che vengono sempre messi da queste donne alla base del loro lavoro di comunità e di aiuto reciproco: il valore della speranza, del mutuo aiuto, della positività, della pazienza, del ringraziarsi e del non scoraggiarsi. Ho avuto il piacere di seguire tutte la fasi della produzione del sapone che queste donne hanno deciso di adottare come forma di business sociale che mira al sostentamento economico del gruppo di credito e risparmio del quale prendono parte. Si vuole puntare sull’autosostentamento, sull’avvio di un’attività che renda completamente autonomo il lavoro di queste donne attraverso un trapasso di nozioni semplici, l’uso di materiali messi a disposizione dal contesto, prestando sempre attenzione all’uso consapevole di quest’ultimi. La produzione del sapone richiede anch’essa pazienza e positività, data la non assoluta sicurezza che i primi risultati siano ottimali. Si è dato indicazioni sui posti dove potersi procurare i materiali grezzi,  sul procedimento, sulla tecnica di stagionatura e infine sulla possibilità di creare un piccolo pacchetto per la vendita. “La gente in Tanzania punta molto sulla praticità delle cose” mi dice S., “il fatto di insegnar loro qualcosa di nuovo grazie al quale potranno autonomamente sostenere il gruppo che a sua volta le sostiene è un valore aggiunto alle vite di queste donne e delle loro famiglie”. Si è voluto così creare una continuità tra le basi nozionistiche fornite sull’avvio e sviluppo di piccoli business sociali, associando queste semplici tecniche alla produzione di un prodotto naturale, adatto al contesto e utile alla comunità. L’atmosfera che si è creata è stata quella fatta di silenzi volti all’ascolto e di collaborazione reciproca. Si è cercato in ogni momento di non perdere di vista quei valori dell’ “essere” che possono dare vita al cambiamento vero, quello che sta alla base della cooperazione di comunità e della continua e non facile ricerca di quello “spazio neutro di negoziazione” che si basa su un bisogno reciproco dell’altro e che mira alla crescita reciproca delle comunità che entrano in relazione per loro scelta.

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Su questo dobbiamo puntare: la libera scelta. Come non puoi forzare qualcuno ad amarti non puoi obbligare nessuno a ricevere il tuo aiuto. Le azioni senza la consapevolezza di fondo hanno vita breve. Solo se entrambe le parti sono pronte a cogliere la sfida di questo incontro, accogliendo le conseguenze positive come quelle negative che ne possono insorgere, allora l’incontro vero non resta utopia. Il successo dello scambio dipende dalla genuinità, dalla motivazione e dalla vocazione sulla quale entrambe le parti si basano; la riuscita dell’incontro dipende da quanto ci crediamo e da quanto ci credono gli altri; la vera cooperazione dipende da quanto siamo pronti agli scontri e agli imprevisti. Il nostro atteggiamento dipende dalla nostra motivazione a incontrare l’altro nonostante gli ostacoli posti dalla nostra diversità. E’ davvero come un rapporto d’amore, è assolutamente un rapporto d’amore. ” “La strada attraverso la foresta non è lunga se si ama chi si va a trovare”: recita così, un proverbio africano.

Giulia

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Pubblicato da su 14/04/2014 in Uncategorized

 

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