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La forza delle fragilità: decostruirsi per costruire.

01 Apr

Il tempo che mi avvolge in Tanzania si espande e diventa sempre più delicato, sempre più inafferrabile. Le giornate che passano alternano piogge e sole cocente ma la natura non resta fine a se stessa in questo mutamento continuo. La natura ha braccia che la coltivano dal sorgere del sole al tramonto, l’acqua piovana viene raccolta, il sole alimenta pannelli solari e piccoli aggeggi per ricaricare pile, arnie da apicoltura vengono posizionate sugli alberi per ospitare il lavoro delle nyuki, i frutti vengono raccolti: la natura si offre, l’uomo la accompagna, la natura restituisce gentilmente. Essa  si incrocia con l’uomo, gli richiede pazienza e sostiene la sua alimentazione e il tempo atmosferico scandisce le giornate di tutti, le modifica, non le rende mai uguali a se stesse. Non ci si sente soli, grazie agli uomini e alle donne che ti circondano e per la natura loro compagna. Ci si sente allo stesso tempo attori di vita e ospiti. Il legame con la terra non si dissolve. Viene accompagnato, da una parte e dall’altra, in una dinamica del dare e del ricevere.

ilula sokoni 2

Sono tutti gli incontri, brevi o prolungati, frequenti o occasionali, con uomini e donne di ogni età che stanno facendo crescere in me la consapevolezza del valore di questo scambio e di questo legame. I miei incontri più frequenti e più diretti sono stati finora quelli con le donne del villaggio. Alcune di esse sono giovani studentesse, altre venditrici di frutta e verdura al soko, il “mercato”, altre collaborano con associazioni, altre affiancano alle loro attività  la partecipazioe attiva a piccoli gruppi di microcredito miranti al rafforzamento economico di soggetti vulnerabili e a basso reddito. Ad Ilula si è deciso di collaborare insieme, di attivarsi, di organizzarsi per produrre sapone naturale a base di cenere: si comprano insieme i materiali, ci si scambia informazioni su ingredienti e preparazione, ci si riunisce, ci si incontra. Si cerca un’alternativa alle difficoltà. Gli incontri non si riducono mai a semplici “Facciamo così”; c’è molto di più. C’è un sentirsi reciproco, un ringraziarsi reciproco continuo. I discorsi, le parole di queste donne sono state la dimostrazione di un rapporto voluto e sostenuto con la terra, con la natura, con l’ambiente, con gli esseri umani prossimi. “Cerchiamo sempre, con il nostro lavoro di rendere bello, attraente, l’ambiente che ci ospita. Pensiamo a nuove colture, a come possiamo creare legami all’interno della comunità della quale siamo parte.  La mattina mi alzo, vado nei campi. Torno a casa, mi prendo cura dei miei figli, cucino per ore. Poi torno al campo, cucino ancora. Sto con i miei figli.” Queste le parole di Mama S., quattro figli e nessun marito; donna sempre presente, presente in tutti i modi, con il corpo e con la mente, sorridente e sempre pronta ad indirizzarmi un gesto di approvazione ai miei stentati discorsi in swahili. Il ruolo della donna nella civiltà tanzaniana e africana: un ruolo tanto complicato quanto basato su cose semplici. Semplici ovvero essenziali, basilari, necessari, veri, importanti. La donna coltiva, raccoglie, trasforma il cibo, nutre fin dall’allattamento con pazienza e dedizione, sente il bambino al quale ha donato la vita perchè lo tiene con sè e ne gode del contatto visivo, affettivo e fisico. Lo tiene con sè su mezzi affollati, andando al mercato a comprare viveri, andando al suo lavoro e ai suoi incontri. Lo tiene con sè fisicamente, sulle sue spalle o adagiandolo sul fianco, stretto. Gli pulisce il viso con il kitenge. Lo guarda intensamente e  incontra il suo di sguardo. La donna da la vita e la mantiene e poi, inserisce quella vita nel mondo e per il mondo: il suo bambino inizia ad aiutarla, senza lamentarsi, in tutte le faccende. Adesso si siede sulle sue gambe sul daladala, guardando fuori dal finestrino senza spazientirsi, senza chiedere quanto manca per arrivare, senza lamentarsi per la fame. Fa i compiti di scuola spesso la sera, mentre la mamma cucina, nella penombra.

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Ho notato differenze nelle priorità, nei valori, nelle modalità degli incontri. Ho notato molte cose che mi mancano. Quanto siamo pronti a confrontarci con una cultura, un modo di pensare, di concepire la vita, gli incontri, il tempo, la pazienza, lo scambio, così diversa dalla nostra? Il bello, la sfida, la passione ma, anche, la difficoltà,  provengono dal non sentirsi sempre troppo pronti. La troppa sicurezza rischia di abbassare il livello di attenzione, rischia di renderci invasori, di farci irrigidire e diminuire, e a volte anche eliminare, la nostra flessibilità. E’ questa flessibilità che ci rende aperti al confronto e inclini agli altri, che riesce a mettere da parte le apparenze per indagare le vere personalità e passionalità che rischiano altrimenti di sfuggirci nella loro ricchezza, nella loro genuina umanità.

Incontrando per la prima volta queste donne, mi è stato chiesto da parte loro di fornire consigli, suggerimenti, riguardo l’avvio e l’organizzazione di un piccolo business sociale. Ebbi il timore di non esser ancora pronta ad affrontare un argomento tanto delicato, che spesso rischia di essere proposto secondo le prospettive che appartengono esclusivamente a “noi”, lettura univoca che spesso si propone di cambiare, di modellare, senza rendersi conto che già un cambiamento autonomo sta avvenendo ma, probabilmente, in modi completamente differenti e a noi ancora sconosciuti.  Come fare a incontrare davvero le donne che mi stanno di fronte? Come fare a capire senza invadere, condividere senza imporsi, comunicare ascoltando, insomma “accorciare le distanze”? La distanza c’è, è giusto e vitale che ci sia. C’è una distanza non da eliminare ma, per quanto possibile, da accorciare. Insomma, stringersi agli altri senza soffocare. Ci saranno cose che appartengono agli altri e solo agli altri, che non potremo mai fare completamente nostre. Viviamo in luoghi diversi, tra persone diverse, tutti i nostri sensi percepiscono in maniera differente. Ma anche qui, non rischiamo di fare confusione tra la differenza e l’indifferenza, la superiorità e la solidarietà. La parola solidarietà proviene dal fenomeno fisico dei corpi solidali, ovvero due corpi che, seppur su due rotte differenti, camminano alla stessa velocità,guardandosi senza perdersi di vista. Essere solidali significa rallentare, contribuendo, fino a dove ne abbiamo la capacità e il permesso, all’avanzamento degli “altri”.

In una stanza con donne e bambini mi sono ritrovata a fare i conti con tutte queste questioni e riflessioni. Non è facile, per nulla. Tutte le volte che un concetto veniva espresso, cercavo di osservare l’espressione dei volti, gli scambi di sguardi, i gesti. Ci ho rinunciato, dopo alcuni tentativi. Gli occhi di queste donne erano concentrati nella lettura comunitaria di ciò che avevo scritto per loro. Ho deciso allora di investire tutto sul presentarmi, sul manifestare loro queste personali difficoltà: il metterci a nudo, in alcune situazioni, può essere la strada per l’incontro con l’altro. In molte circostanze le maschere non servono; gli aspetti più solidi e forti della nostra personalità non per forza risultano essere le più efficaci; forse sono gli aspetti più umani, anche se più deboli, che rendono a noi più accessibili e veritieri gli incontri e i confronti. Ho pensato fosse giusto informare loro su quanto io stessi imparando e di quello che ancora mi sfugge, presentandomi nel mio essere giovane e donna.

incontro gruppo Chem Chem.Ilula

Il rischio di invasione, nel momento in cui entriamo in contatto, in un modo o nell’altro, con un ambiente, una cultura differente, si mantiene sempre dietro l’angolo. E questo, sia chiaro, avviene non soltanto in circostanze di incontro culturale ma, anche, e con frequenza di certo maggiore, negli incontri di tutti i giorni: le difficoltà si incontrano in entrambe le situazioni. Quello che possiamo fare è, sembra paradossale, essere insicuri per modellarci, farci modellare e non dare alle cose la forma che noi pensiamo sia giusta. La sensazione di incertezza che mi ha pervasa mi ha guidata.

Non puoi irrigidirti, perderesti tutto ciò che c’è di più naturale. Se pensiamo in termini di scambio reciproco ci arricchiamo del nuovo, del diverso, anche dell’incomprensibile. Immediatamente, iniziamo a capire. Capire quale è l’immagine che un popolo ha di noi, capire come possiamo incontrarci. La diversità c’è, è innegabile. Ma l’essere uomini e donne è uguale e crea delle costanti sulle quali basarci. Condividere da una parte e dall’ altra richiede uno sforzo, un impegno, un rischio, una decostruzione, una destabilizzazione, una vocazione. Condividere significa dare fiducia, significa creare un orizzonte comune, significa essere consapevoli che possiamo nutrire noi stessi, personalmente, come primo passo. Solo successivamente possiamo iniziare a creare sincronia tra la nostra crescita personale, sempre e comunque in evoluzione, e quella degli altri.

Tutto ciò sembra utopia, belle parole, ma pur sempre parole. Ma le parole hanno un peso e, se riesci ad ascoltare e farti ascoltare, quest’ultime possono raggiungere una forma concreta. Ho sperimentato questo passaggio nell’incontro con questi gruppi.  “Perchè hai scelto di far parte di questa comunità?”. La risposta è stata semplice quanto positivamente spiazzante. “Nulla nella vita è impossibile, nemmeno uscire dalle situazioni più difficili. Ho scelto di condividere il mio impegno con questi uomini e queste donne per migliorare la mia vita. Soli è difficile. Siamo una famiglia. Chi è solo, senza parenti prossimi, trova un fratello, una sorella, degli amici, dei genitori. Tutto è possibile ma solo quando stiamo insieme. Se un solo componente del gruppo ha un problema, si cerca di risolverlo. Se il suo problema è economico può richiedere un prestito, attraverso dei canali semplici, che eliminano i numerosi rischi delle logiche bancarie”.

L’Africa è una prossimità che ti avvolge ma non stringe. Ti lascia la tua libertà ma ti fa riflettere sulla responsabilità che hai nei confronti di coloro che ti vivono accanto. Ti insegna il rispetto. L’Africa ti decostruisce. Ti mette davanti alle tue paure e alle tue domande, ma percepisci sempre di essere accompagnato da qualcuno che ti sta aiutando, senza nemmeno saperlo, a superarle. Il Vecchio Continente ti mette di fronte a dei valori che avevi dimenticato. Attiva i tuoi sensi, riesci a gestirli. Inizi a capire che a volte è bene ascoltare semplicemente, senza guardare, senza farti influenzare dalle apparenze. Altre volte arriva il momento semplicemente di osservare, lasciando da parte i rumori che disturbano. La tua vista vede natura, colori nei vestiti, stelle alla notte e sole sui campi al mattino. Il tuo udito sente i canti religiosi appassionati e dinamici, il canto del muezzin dalle moschee,  la lingua swahili con le sue esclamazioni forti e i suoi continui saluti e ringraziamenti. L’olfatto è catturato dagli odori dei cibi, delle spezie, della terra bagnata, della pelle degli uomini e delle donne. Il tatto incontra i calli da lavoro delle mani che stringi,  il calore e l’energia dei corpi che abbracci. Il gusto si apre a nuovi sapori ed al nuovo valore del cibo. Questi e altri sono  i cinque sensi dell’Africa che stanno incontrando i miei.

L’Africa ti porta, dal generale, da una massa di concetti che rischia di divenire informe, al particolare, alla riscoperta dell’essenziale. Il troppo crea spesso confusione, opprime, richiede sempre di più, spesso non riesce a soddisfare e soddisfarci. Siamo immersi in realtà che non potremo mai comprendere a fondo. Pretendiamo sempre delle prove, dei risvolti pratici, dimenticandoci di curare l’essenza. Osserviamo quello che le persone fanno, ma raramente ci è concesso di conoscere a fondo le motivazioni e le cause di quegli atteggiamenti. Guardiamo all’umanità e dimentichiamo l’uomo e, specialmente, quanto abbiamo bisogno di questo uomo. Spesso ci sfuggono i particolari, anche se spesso è da quelli che ha origine il cambiamento, e invece ci disperiamo se le cose non vanno per il verso che noi abbiamo deciso.

Dedico queste mie parole ad un uomo viaggiatore che mi ha aperto la strada del sentire, lasciandomi libera di camminare e decidere ma che continuo a sentire presente anche se da lontano; dedico queste mie riflessioni alla donna africana che ogni giorno dimostra il suo immenso impegno, a tutti coloro che hanno creato in me dubbi fonte del riflettere. Ringrazio tutte le circostanze che mi hanno resa insicura e incerta permettendomi di riscoprire il valore fortificante delle mie fragilità.

Giulia

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Pubblicato da su 01/04/2014 in Uncategorized

 

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