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Strette di mano che diventano abbracci. La vita ti chiama. Seguiti.

13 Mar

La realtà di Ilula è comunità, la realtà dell’Africa sa essere comunità. Percepisci questo senso di unione nel calore che le persone sanno scambiarsi, quel calore e quella prossimità che sa piacevolmente invaderti. E’ una vicinanza che si basa su un aiuto reciproco, su un interesse reciproco, sulla consapevolezza che ogni dinamica problematica, ogni difficoltà, non resta confinata ad una famiglia, ad un individuo. E’ una condizione che accumuna e che mobilita. E’ affare di tutti. Mobilita a trovare soluzioni comuni, con una lentezza pensata, ragionata. Non percepisco fretta, specialmente nei campi in cui questa mobilitazione ha come oggetto una materia delicata come l’umanità.

Ho visto comunità durante gli eventi organizzati per la prevenzione dell’HIV, i nostri outreach: esci dai tuoi uffici, incontra la gente di qualsiasi età o sesso, parla con loro, perchè i loro problemi sono anche i tuoi, la loro presa di consapevolezza è anche la tua, i loro sforzi sono anche i tuoi. Un gruppo di ragazzi, tramite attività di peer education, con e per la gente, portano avanti la loro lotta in maniera completamente volontaria: sono giovani uomini e donne, donne con bambini portati agli eventi sulla schiena con un kitenge… sono ragazzi che, nonostante le loro difficoltà personali, economiche, in questa realtà così tanto minacciata quanto vera, hanno deciso di dedicarsi ad una comunità che sentono fortemente loro. Percorrono i villaggi, si spostano tra i campi, assistono a partite di calcio e, nel frattempo, lanciano messaggi, forniscono consigli e informazione.

Sono ragazzi che organizzano spettacoli, danze, spezzoni di recitazione con un obiettivo: quello di dirti che l’ interesse per la tua salute significa molto per tutti, che la tua consapevolezza sarà un tassello in più nella crescita della comunità. Vogliono parlare dell’HIV con positività, non con la rassegnazione di molti. Sanno che è dal coraggio che si trova una via d’uscita.

Icebreaking durante l'outreach

Icebreaking durante l’outreach

Ho ballato con questi ragazzi e queste ragazze, ho cantato e giocato con loro, mi hanno accolto con un entusiasmo che mi ha invasa. Portatemi nel baccano che fate, aiutatemi a capire e a coinvolgere, continuate a darmi grosse pacche per salutarmi. Decostruitemi.

Durante l’outreach si chiede alla gente del villaggio nel quale si è stati ospitati di ascoltare, di pensare e di agire. Fare il test dell’HIV è manifestazione di rispetto non soltanto verso se stessi ma anche nei confronti di chi ti sta intorno, di chi incontri, di chi ami per una notte o per una vita intera, di colei/colui a cui doni la vita. Appena si arriva vedi gente che si avvicina spontaneamente al luogo in cui si offre il servizio gratuito del test; altri sono incoraggiati ad avvicinarsi dai peer educator; altri non riescono, molti per paura.

Le persone che ho incontrato sono donne,  uomini, bambini, bambine, anziani. Tutti ascoltano, chi in silenzio, chi interagendo. Chi trova il coraggio deve fare i conti con l’attesa. Si mette in fila aspettando di entrare, si ritrova ad attendere qualche minuto l’esito dell’esame. L’attesa è caratterizzata dal silenzio, da occhi che, a seconda delle varie personalità e reazioni, non spostano spesso la direzione del loro sguardo o cercano lo sguardo altrui. Viene consegnato loro del materiale informativo: si siedono a leggerlo. Ragazzi molto giovani chiedono spontaneamente: “Sappiamo bene cosa è un preservativo, sappiamo dove trovarli. Ma non sappiamo come usarlo”. Guardano attentamente, ascoltano mentre si spiega loro, chiedono, espongono dubbi. Nessun sorrisetto: facce attente, occhi che osservano e orecchie che ascoltano.

dimostrazione uso del condom durante l'outreach

dimostrazione uso del condom durante l’outreach

Ci sono dinamiche che si sono create, parole che sono state dette, sensibilità che si sono manifestate che hanno reso queste ore spunto di grande riflessione.

Una mamma risultata positiva che immediatamente vedo tornare quasi di corsa con un bambino e una bambina in lacrime che rifiuta di camminare, facendosi trascinare: ho visto gli occhi di una madre assenti, che ogni tanto incontravano i miei con preoccupazione ed ansia, durante l’attesa dell’esito. Una donna che incontriamo e che invitiamo all’evento ci racconta di esser stata vittima di violenza da parte del marito.  Una madre e una figlia che discutono davanti ad un cesto colmo di mboga sfogliando il materiale informativo consegnato dopo aver fatto il test, un anziano che legge aspettando il suo risultato. Un’ anziana donna e sua figlia che mi dicono “Sai? Abbiamo fatto il test insieme”. Giovani uomini e donne che, prendendo in mano il microfono danno la loro testimonianza, incoraggiano, motivano i loro fratelli e le loro sorelle. Quei visi che escono dalla stanza, spesso con un’espressione che non riesco a decifrare, che non voglio forse decifrare.

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Sento la speranza del cambiamento in questi uomini e in queste donne, questi ragazzi, ragazze, bambini, bambine che sono pronti ad ascoltare, anche quando sembrano stare in silenzio. “Stanno in silenzio non perchè non ti ascoltano, non temere. Vogliono che quando parli le cose che dici entrino nella loro testa”. La mia speranza nel cambiamento, che molti chiamano sviluppo, risiede in un papà che porta, innamorato, le sue due figlie albine a ricevere le loro creme solari. La faccia di quell’uomo mi da coraggio, ci da coraggio. E’ il simbolo di coloro che ci aiutano, giorno per giorno, nella lotta alla discriminazione, segregazione, emarginazione della popolazione albina in Tanzania. Sono coloro che non hanno paura a storcere il naso quando si sentono riferimenti denigratori contro gli albini; sono coloro pronti a dialogare, a spiegare quanto l’albinismo non sia maledizione, malattia, a spiegare le cause vere, così semplici quanto spesso ignorate.

distribuzione creme solari

distribuzione creme solari

incontro con gli albini. distribuzione creme solari.

incontro con gli albini. distribuzione creme solari.

Cosa ci insegna tutto questo? Quali sono i principi umani che riesci a leggere? Io ho letto la voglia di comunità, di rispetto, di comprensione dell’altro. Ognuno legge ciò che vuole, ciò che è: l’Africa la leggi attraverso i tuoi soli occhi, il tuo solo corpo, i tuoi soli sensi. Ti riporta alla tua vita passata, riesce a farti immergere nel qui ed ora: ora c’è da cucinare, ora c’è da far un lungo viaggio in daladala per consegnare dei documenti, ora c’è da coltivare il tuo campo, da sfamare tuo figlio, da dedicare il tuo tempo ad aiutare, ora c’è da aspettare. L’Africa ha tempo da dedicare, ha pazienza da insegrare, ha sorrisi da dedicarti, ha saluti continui da indirizzarti. Ti riporta al passato, al presente, anche al futuro. Molte cose che ti davano ansia non ti servono più, adesso puoi metterle da parte: l’insofferenza e l’impazienza rischiano di allontanarti, il delirio di onnipotenza ti sbarra la strada agli incontri veri, l’eccessivo controllo è incompatibile.

C’è qualcosa che va oltre la tua voglia, a volte ossessione, del controllo su tutto, su tutti, sul tempo, sulle tue paure, sul tuo corpo, sulle tue emozioni, sui tuoi guadagni, sulla possibilità che le persone si allontanino da te, sugli appuntamenti, sulle scadenze, sui ritardi che ti infastidiscono. Anche nei momenti in cui sei giù, in cui sei stanco, in cui vorresti non parlare,  c’è sempre qualcuno per la strada che ti fa ritornare al qui ed ora, che ti fa riprendere il contatto con la realtà. C’è sempre qualcuno che ti grida da dietro “Kamwene!, “Mambo vipi?”, “Safi?”, “Habari za kazi?za nyumbani?za marafiki zako?”, “Ciao!Come va? Tutto ok? Come va al lavoro?a casa?come stanno i tuoi amici?”: c’è sempre qualcuno che ti risveglia. Dopo due o tre domande non puoi fare altro che aprirli, i tuoi occhi. Non sono mai riuscita in questa circostanza a non fermarmi a parlare con la donna, l’uomo, che mi hanno rivolto la parola. Dopo una chiaccherata puoi solo ringraziarla/lo in cuor tuo. Tutti quei pensieri sono andati via, quasi dissolti.

L’Africa ti chiede di avvicinarti, di avvicinarti di più. E’ istintiva e paziente allo stesso modo, è una donna piena di energia, una donna che può insegnarti la coraggiosa strada dell’ottimismo e dell’attesa; l’Africa è una madre che ti insegna fin da piccolo a camminare con le tue gambe. E’ come quella madre che non ha paura sul daladala di affidare suo figlio ad un’altra donna, ad un altro uomo, per il tempo del viaggio. Lei è la mama di tutti, il suo bambino è figlio dell’essere umano.  L’Africa è una donna e non ha essenzialmente la pelle nera. L’Africa è una ragazza albina che, appena le porgo la mano per presentarmi, me la strattona con delicatezza, avvicinandomi a sè; fa così appoggiare la mia testa sulla sua spalla e mi abbraccia con forza, dicendomi “Asante dada“, “Grazie sorella”. Se un abbraccio potesse racchiudere tutto l’amore che c’è ancora tra l’umanità, che risiede in quel coraggio di contrapporci alle distanze, allora io ho ricevuto quell’abbraccio.

C’è qualcosa qui che sfugge al tuo controllo e a qualsiasi atteggiamento di superiorità che tu possa avere. Sento questa sensazione ogni giorno andando e tornando dal mio lavoro. Ho scelto di percorrere ogni mattina lo stesso sentiero, una scorciatoia con un piccolo sentierino che scende giù dalla collina. Da un momento all’altro ti immergi in un campo di mais e di girasoli. Non c’erano, un mese fa, questi girasoli, fino a quando non hanno iniziato ad adornare di puntini sparsi e gialli questa collina. Non sapevo nemmeno fosse un campo di girasoli, quello. Poi, ad un certo punto, tutta questo strada è cambiata. I girasoli sono spuntati, si sono fatti sempre più alti, giganti, numerosi, imponenti. Il mais ha iniziato a fari alto: adesso, mi arriva all’altezza delle spalle. La strada che avevo scelto, in principio, era dritta, sicura, creava un solco chiaro, ma era interrotta da grosse pietre. Adesso le piante crescono su questo sentiero, i miei piedi poggiano sul morbido dell’erba che sta ricoprendo quelle pietre: adesso sono io a dover fare delle piccole deviazioni verso la terra per raggirare l’alto mais. Adesso, nel mio percorso, sono immersa dal verde e dal giallo. Adesso mi sento avvolta dalla natura, e dalla vita, quella con i vestiti non sempre puliti, quella dei saluti e degli abbracci, quella del tempo lento, quella che lotta ogni giorno con coraggio e che scoppia di verità. Quella vita, insomma, che ti invade.

Dedico queste mie riflessioni alla ragazza che mi ha abbracciato, alle pacche di saluto forti sulle spalle, ai passanti che mi hanno risvegliato.

Giulia

 

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Pubblicato da su 13/03/2014 in Uncategorized

 

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