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“Si, figlia mia. Questa è tua sorella”. Non smettiamo di ricercare la bellezza

02 Mar

Nel corso delle nostre vite e delle esperienze che le accompagnano arriva il momento, per ragioni che scopriremo solo in seguito, di cambiare luoghi, di allontanarsi, di spostare la propria casa. E’ arrivato il momento per tre dei volontari in Tanzania di continuare la propria strada nel villaggio di Ilula. La prima sensazione appena scesa dal dala dala in arrivo da Iringa, è stata quella del movimento. Abituati alla pace silenziosa del villaggio di Pomerini, Ilula si presenta in tutta la sua rumorosa dinamicità, nelle voci alte per strada, nei pikipiki ce sfrecciano, nei camion portamerci in sosta o temporaneo passaggio. La sensazione è stata, fondamentalmente, quella di poter dire “E adesso, mettiamoci ad osservare la diversità”: la diversità la percepisci nei suoni, nelle luci, negli atteggiamenti delle donne, degli uomini, dei bambini.

Nei giorni successivi al nostro arrivo, ho sentito il bisogno di scoprire, di immergermi in questi nuovi luoghi, nei quali vivremo, nei quali porteremo avanti le nostre attività. L’impatto con una realtà più urbana, dove il buio viene interrotto dai fari dei tir in transito e il silenzio dai loro clacson, fa da sfondo alla scoperta di nuovi ambienti.

Barabara kuu

Barabara kuu

La barabara kuu (“la strada principale”), luogo di ritrovo, di partenze e di arrivi, di soste dai viaggi, di scarico di merci, divide Ilula in due parti. C’è una parte che sale verso le colline, con i loro enormi massi: è salendo su che ci si ritrova in spazi incontaminati fatti di piccoli sentieri non tracciati; è qui che camminando, senza rendersene conto, ci si ritrova da un momento all’altro a casa di qualcuno, seduto a tagliare della verdura, a lavare degli ortaggi, ad accendere un fuoco, a zappare un orto, a riposarsi su un materasso. Ed è subito dopo che ti senti salutare con un forte e squillante “Kamwene! Karibu!“, “Salve! Benvenuto!”. Man mano che si scende, ai piedi delle colline, la vista incontra una striscia di alti alberi dove, se osservi con attenzione, nella prima mattina, puoi scorgere due o tre “wanyani“, “scimmie”,  che, tra un gran baccano di versi e richiami, fanno a gara a saltare da un albero all’altro; scendendo ancora si incontrano i campi di mais, come sempre coltivati da chiunque, uomini giovani o anziani, ragazzi o ragazze, bambini, donne con un bambino sulle spalle, avvolto nel kitenge; si incontra il soko, il mercato, tra strade strette e vicoletti, piccole case, tende con in mostra frutta di ogni tipo, verdura, che si alternano ai prodotti per la casa, per la persona. Si attraversa la strada, si incontra una zona del villaggio-città simile a quella sopra descritta; poi gli spazi più aperti, le strade lunghe, i campi sterminati di mais, di pomodoro, gli alberi di bambù…

Questa realtà porta con sè, a mio parere, tutti i significati del mutamento, è la dinamicità: è una realtà fatta di salite, discese, vicoli stretti e ancora più stretti, strade larghe; si passa dai luoghi di ritrovo, affollati, a quelli dedicati agli acquisti, a quelli silenziosi e immersi nella natura; si passa dai canti delle chiese cristiano-cattoliche al canto del muezzin proveniente dalla moschea; uomini e donne in vestiti “all’occidentale”, donne con i loro kitenge colorati e con i loro fasci di legna sulla testa, donne con il velo, altre no. Tutti vivono la stessa realtà anzi, le loro realtà.

Sui monti sopra Ilula

Sui monti sopra Ilula

A questa città-villaggio dedicherò il mio tempo, oltre che nelle attività previste dalla campagna di sensibilizzazione su disabilità e albinismo, nella collaborazione con un’associazione che si occupa di prevenzione della salute, in specifico dell’HIV, presso Ilula e dodici villaggi circostanti. La realtà dell’HIV non è  monodimensionale: puoi lottarci fin dalla nascita, puoi incontrarla per caso per un tuo comportamento o, senza volerlo, puoi incontrarla per “bisogno”, per disperazione. Non si vede, non puoi individuare chi ci lotta e chi no, è silenziosa e invisibile, coperta da un velo che qui, in Africa come ad Ilula e dintorni, si cerca di eliminare. Si lavora affinchè si possa evitare che l’ignoranza sul tema, la povertà, la noia, il disagio giovanile e non, contribuiscano alla sua diffusione. Si cerca di sbarrargli la strada, con la forza delle risorse umane e del senso di comunità. Non a caso, il simbolo volto alla sensibilizzazione che l’associazione riporta scritto sulla parete della sua sede, è un semaforo, con sotto scritto “Epuka Ukimwi“, “Ferma l’HIV”, “Tuifanye Ilula Iwe Jamii Salama“, ovvero “Facciamo sì che quella di Ilula sia una comunità sana”.

Attività di sensibilizzazione prevenzione HIV

Attività di sensibilizzazione prevenzione HIV

Tra quei vicoli, luoghi di ritrovo, villaggi, la lunga strada asfaltata, su questa struttura della città-villaggio di Ilula si può individuare l’insieme di tutte quelle realtà che creano il disagio e l’insicurezza. Desidero che la bellezza di questi luoghi non sia oscurata da questa realtà che la contrasta: è come un braccio di ferro, tra forze contrarie ma, spero, assolutamente diverse nell’intensità. E’ una bellezza creata dall’accoglienza della sua gente (e anche dalla distanza di parte di essa), dal senso di comunità di gruppi di donne e uomini che collaborano per sostenersi economicamente, dalla scuola primaria che unisce bambini cristiani e musulmani nelle stesse classi, oltre che bambini portatori di disabilità fisica e sensoriale; è una bellezza fatta dagli incontri, dai “Mambo vipi?” dei ragazzi per strada, seguiti da un confidenziale batticinque. E’ la bellezza di una comunità che, nonostante tutto, esprime un grande coraggio: “Tupo Pamoja“, dicono spesso tra loro, “Siamo Insieme”. Il velo è creato, invece, da problematiche che si intrecciano, che si complicano a vicenda, che sono allo stesso tempo cause e conseguenze, realtà che creano una vera e propria matassa. Provare a scioglierla, ad analizzarle una per una queste diverse problematiche, è quello che possiamo fare. Fare significa agire avendo però chiaro il contesto del luogo dove ci troviamo ad operare; significa, a mio parere, riuscire ad essere presenti e, allo stesso tempo, invisibili; far sì che la voglia di vivere meglio parta dalla gente, dal loro impegno, dalla crescita della loro consapevolezza. Gli atteggiamenti di rispetto per la natura, rispetto per il lavoro, concentrazione nelle cose che si portano a termine, il tempo che si dedica ad esse, sono tutte manifestazioni di amore verso la vita, di speranza, un’atteggiamento dal quale sto imparando. Questo mi porta sempre a credere ancora nelle persone: questo da senso al lavoro delle persone con le quali sto collaborando adesso.  

Ho visto gli occhi fissi su di me, ma spenti, di uomini chiusi ore all’interno di una pomberia, dove si servono grossi bicchieri di plastica con del pombe, l’alcol locale, ulanzi per esattezza, estratto direttamente da grossi alberi di bambù, economico e disponibile a pochi scellini; ho visto le loro teste e i loro corpi ciondolanti uscendo da questi locali. Il problema dell’alcolismo, altamente diffuso, ti segue fin da quando sei bambino: molte mama fanno bere ulanzi ai loro figli per farli addormentare, per dedicarsi ore e ore ai loro lavori nei campi, nelle sartorie… così che sei abituato a bere ulanzi, fin dalla giovane età, fino a quando diventa un costume, la sostanza che pensi ti farà lavorare nel tuo campo per più tempo e con maggiore energia, che ti farà affrontare le situazioni più difficili. E’ anche quella sostanza che ti stordisce, che ti fa dimenticare di avere una moglie a casa, che ti fa dimenticare la precauzione del sesso sicuro e che ti mette a rischio di contagio o nella condizione di poter contagiare il tuo compagno/ la tua compagna occasionale. Oltre all’alcol è la tossicodipendenza un altro mezzo di contagio, a causa dell’uso continuo e “a giro”, di siringhe per iniettare droga. L’HIV è una minaccia costante per tutti quegli individui con gravi difficoltà economica, quella parte della popolazione considereta “a rischio”: ci si riferisce, con questa espressione alle venditrici di frutta e verdura, a coloro che impacchettano tutto il giorno grosse quantità di pomodori, alle guest attendant, ovvero coloro che si “occupano” degli ospiti in arrivo nelle guest house dopo un lungo viaggio, le vittime di GBV, ovvero la violenza di genere. Sono questi gli individui, nella maggior oparte dei casi donne, che hanno le maggiori difficoltà nell’evitare relazioni occasionali richieste in cambio di denaro o servizi, o che spesso non si trovano nella situazione di poter negoziare sesso sicuro o che, dopo aver scoperto di aver contratto il virus, hanno le maggiori difficoltà nel curarsi tramite una terapia antiretrovirale o a seguirla con costanza. Sono proprio questi gli individui contro i quali si scagliano le dinamiche discriminatorie: alcolisti, prostitute, omosessuali…

 

Solo osservando, discutendo, si può capire quale può essere la via di intervento migliore. Quali sono le varianti antropologiche da metter in relazione tra loro? Quali le barriere culturali alla prevenzione? Quali gli ostacoli posti all’uso del condom, quali gli aspetti non accettati dei metodi di pianificazione familiare? Quali i rischi nel ricorrere a consulenze “miracolose” presso i witchdoctors, “dottori stregoni”, piuttosto che ad una struttura ospedaliera?

L’HIV avanza: avanza a causa di questo velo che lo copre e che, al contempo, favorisce la sua marcia. Ilula diventa così luogo di dinamiche pericolose, di passaggio, luogo di incontri, di favori, ma allo stesso tempo luogo di iniziative, di speranza, di bellezza.

La bellezza non è un concetto vecchio: ogni luogo in cui ci troviamo ci offre la possibilità di ammirarla attraverso canali, modalità e priorità differenti. Ogni giorno sperimento bellezza.

Incontro con gli albini di Ilula. Distribuzione creme solari

Incontro con gli albini di Ilula. Distribuzione creme solari

La sento presente durante un incontro con sei albini di Ilula, nel loro scambiarsi consigli, nell’organizzarsi per poter comunicare con coloro che non hanno un telefono tramite giri di contatti, vedo la ballezza nel loro dire “Io ti ringrazio” quando ricevono una confezione di crema solare. Vedo la bellezza nel gesto di una bambina che mi saluta, anzi, mi benedice, ponendomi le mani sulla testa; la sento nella voce di una madre senza marito che descrive la sua lunga giornata e i suoi quattro figli e in quella delle donne che mi salutano riconoscendomi per strada; la accetto dalle mani di una anziana signora che mi porge in dono un mazzo di mboga, “verdura”; la percepisco perchè mi sento all’interno di una grande famiglia quando saluto dicendo “Kamwene mama”, “Salve mamma” o “Kamwene bibi, “Salve nonna”; sento la bellezza nella frase di una donna che benedice il mio lavoro mentre le racconto come ho passato la mia mattinata; sento la comprensione quando un ragazzo mi dice “Si, vorrei fare il test dell’HIV, mi recherò all’associazione”. Comprendo cosa è l’accoglienza, l’umiltà, quando una madre dice alla sua bambina di quattro anni, indicandomi, “Si, figlia mia. Questa è tua sorella”.

Giulia

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Pubblicato da su 02/03/2014 in Uncategorized

 

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