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Viaggio nei luoghi dove l’Africa abbraccia l’Oriente

09 Feb

Il mio periodo di volontariato in Tanzania si è arricchito per qualche giorno, circa un mese fa, dell’esperienza di un “viaggio dentro il viaggio”. Il viaggio pianificato con i miei compagni di avventura ha significato per me lo svelamento inaspettato di un’altra parte di questo paese che sta facendo da sfondo alle mie riflessioni e al mio lavoro di questi mesi.

La prima tappa è l’arcipelago di Zanzibar, dall’arabo  “Zinj el-barr”, ovvero “la Terra dei Neri”. La scoperta di Stone Town presenta davanti ai miei occhi una realtà dinamica ed estremamente interculturale. Beit el-Sahel, la “Casa della spiaggia”, museo custode di ricchezze e bellezze dell’epoca del sultanato dell’Oman, e dimora della principessa Salme, autrice di Memorie di una principessa araba di Zanzibar; le  moschee con gradini ricolmi di scarpe lasciate sull’uscio; la mia sperata visita all’interno della moschea Ijumaa; canti del muezzin che scandiscono i momenti di preghiera; l’Antico forte, costruito dagli arabi dopo la cacciata dei portoghesi e, al suo interno, una galleria d’arte ospitante la mostra di un giovane che con i suoi dipinti ha deciso di immortalare le bellezze della città.

Camminando per gli stretti vicoli di Stone Town si incontrano porte di legno, intagliate in stile arabo (in tutto ve ne sono cinquecento), con le note simbologie del pesce, del fiore di loto, della palma da dattero. Continuando il mio girovagare incontro un tempio indù dedicato al dio Sheeva: il mio stupore non può che crescere. Ogni angolo ospita opere archittettoniche che uniscono tra loro lo stile africano, arabo, indiano. La dinamicità di questa realtà “isolana” si nota dall’intreccio culturale architettonico e culinario, dalle note della musica “taarab”(splendida commistione di melodie strumentali delle tre culture), dalle tante attività che interessano popolazione giovanile e non. Arrivati in prossimità del mare, presso i giardini di Forodhani, giovani si sfidano a gare di tuffi dal molo e l’olfatto è catturato immediatamente dagli odori del pesce, dei chapati, cucinati da uomini e donne ben dispoti sui trenta e più banchetti; nel frattempo l’Antico Forte ospita uno spettacolo di giovani acrobati e giocolieri, che continuano ad allenarsi senza sosta fino al tramonto.

Le nostre scoperte continuano presso l’isola di Mafia, dove 45.000 vite si intrecciano tra le attività dell’ agricoltura e della pesca. Scene di pescatori sulla riva catturano la mia attenzione, una passeggiata mattutina sotto il sole cocente mi offre uno spettacolo fatto di colori caldi, di case fatte di legna e di fango; il mio girovagare mi porta per puro caso ad una scuola coranica. I bambini mi mostrano i loro quaderni con esercizi di ortografia su caratteri dell’alfabeto arabo, il maestro mi spiega il funzionamento dell’educazione che incontra la religione islamica, in un’isola dove il 98% degli abitanti segue questa fede.

La scuola coranica- Isola di Mafia

La scuola coranica- Isola di Mafia

Chiedendo informazioni in giro per scovare un posto dove poter pranzare, io e i miei compagni di viaggio facciamo la conoscenza di un ragazzo albino di 22 anni, Abduli, che si offre di accompagnarci presso un locale. Prende una birra, godiamo della sua compagnia. Si avvicina il suo amico Anthony, amico stretto e fidato. Il tempo di capire la disponibilità di confronto del ragazzo, decidiamo di chiedere un’intervista ad Abduli. Ci racconta di un’organizzazione, nata nell’aprile del 2013, che si interessa della ricerca di lavoro a favore di alcuni dei 30 albini che abitano l’isola di Mafia. Abduli afferma di esser stato vittima di molte discriminazioni specialmente nel contesto scolastico e medico, a causa della sua scarsa possibilità economica per pagare le visite che sarebbero per lui necessarie. Ci dice “gli albini sono spesso trattati come “non-persone”. “Non è tanto il fatto di esser discriminati per una cosa o per un’altra- afferma- la vera questione risiede nel fatto che le persone che ti vivono accanto non ti considerano un essere umano come loro. E’ questa la questione che sta alla base di tutto. Tutte le altre forme discriminatorie hanno origine da qui”. Abduli soffre del sole forte di Mafia: a lui e agli altri albini non vengono forniti creme solari, cappelli, occhiali o qualsiasi altro mezzo di difesa dal clima caldo dell’isola. L’intervento di Anthony si dimostra, allo stesso modo, illuminante. Ci dice che anche lui, da piccolo, nutriva superstizioni e false idee nei confronti degli albini. Ciò che gli veniva detto era: “Semmai ti succedesse di guardare un albino, stai attento: diventerai esattamente come lui”. La sua testimonianza mi ha dato, comunque, speranza: adesso, dopo aver scoperto cosa è davvero l’albinismo, ha cambiato idea. La sua crescita e la sua voglia di conoscere gli hanno insegnato il rispetto. Adesso Abduli è uno dei suoi migliori amici: lo considera “kaka yangu”, in kiswahili “mio fratello”. Partiamo da queste testimonianze per credere che l’informazione e la sensibilizzazione, la conoscenza, è ciò che potrà, con i suoi tempi, permettere agli individui affetti da albinismo, di vivere la propria vita in maniera dignitosa e libera dalla paura. Non dimentichiamo che il sentire che la propria vita è al sicuro è uno dei diritti fondamentali dell’essere umano.

 

Abduli, Giulia, Ana- Isola Mafia

Abduli, Giulia, Ana- Isola Mafia

La scoperta della Tanzania orientale, ci porta verso la costa sud-est del paese. Le distanze sono tante, i mezzi cambiati sono numerosi: anche questo viaggio mi ha insegnato l’attesa, il valore che vi risiede, l’importanza dell’osservazione attesa o di una semplice chiaccherata. Ho deciso di non utilizzare nessuna guida, libro, materiale: quello verrà dopo. Adesso ci sono uomini e donne che sono disposti a parlarti: basta ascoltarli, percepirli. Insomma, basta aprirsi ed incoraggiare a fare lo stesso, sempre che si voglia.

Arriviamo a Kilwa Masoko, dopo circa dieci ore di viaggio. Una festa sulla spiaggia, scoperta per caso, ci introduce, alla gente del luogo e al nuovo anno. La mattina seguente, un nuovo girovagare per il villaggio mi porta a parlare con donne e uomini; una ragazza mia coetanea si siede a farmi compagnia durante il mio pranzo di chapati, thè e mango. Iniziamo a parlare di Kilwa: Mi dice: “Sai? Kilwa è stato il primo luogo dell’Africa orientale dove il Corano è stato studiato. Lo sentirai, quando andrai a Kilwa Kisiwani”. Kilwa Kisiwani presenta, in effetti, un patrimonio culturale immenso: ci rechiamo in quest’isola il giorno dopo.  L’antico forte, la Grande Moschea (che ebbe il primato come moschea più grande, dell’Africa Sub-sahariana, fino al XVI secolo), la residenza del sultano Suleiman: una nuova parte dell’Africa, che va ad incontrare un’altra cultura che è sua parte e partecipe al suo sviluppo, della sua ricchezza.

 

I volontari Sve- Kilwa Kisiwani

I volontari Sve- Kilwa Kisiwani

Kilwa Masoko

Kilwa Masoko

L’aria che vi si respira è quella di una bellissima commistione fra culture diverse, che hanno fatto del mare il loro luogo privilegiato di incontro. E’ questa una di quelle volte in cui ho percepito il mare come simbolo di incontro vero, di possibilità di vera scoperta dell’altro, un processo che in questo luogo ha avuto una durata di secoli e secoli, e che adesso ci offre questo spettacolo, spiazzante ed estremamente coinvolgente ed ispiratorio. Ho sempre vissuto il mare in questo senso, ho sempre respirato la mia terra come un incontro vero di culture, occasione che molti ancora si lasciano sfuggire: porto adesso qui, lontano la mia terra, il senso di accoglienza dei luoghi da cui provengo. E’ pur vero che il passato dell’Africa orientale è una storia fatta di colonizzazioni, imposizioni religiose, commercio di schiavi; dall’altra parte è anche vero che la Tanzania presenta da sempre un aspetto molto particolare. E’ quello di un paese che, nel periodo della sua transizione verso la decolonizzazione e l’indipendenza, ha saputo evitare lotte tribali e conflitti interni, in nome di un’unità nazionale che si basasse, come affermò Julius Nyerere, sulla convivenza entro i suoi confini di cristiani, indiani, musulmani, nella consapevolezza che è grande sintomo di ignoranza distinguere, categorizzare, includere e, di conseguenza, escludere, in nome di razza, colore, religione. E’ proprio con Nyerere che è prevalso un orientamento moderato, non razzista, ispirato alla cooperazione tra comunità africana e araba. Non è un caso che i colori della bandiera tanzaniana siano il verde, il nero, il giallo, il blu, che simboleggiano le risorse naturali, il popolo, il sole, il mare, simbolo dell’ annessione di Zanzibar, dell’incontro, appunto, di culture. Per il rosso, quello del sangue versato per la libertà, non vi è posto.

Che valori si attribuirebbero qui a quel filone di studi che va sotto il nome di “orientalismo”, in questo luogo dove il continente africano si trova a così stretto contatto con questa realtà, con la quale riesce ad intrecciarsi? Possiamo indagare su tutte le dinamiche e sui principi che hanno creato e continuano a creare le fondamenta di questa “Tanzania pacifica”, all’interno della quale convivono fedi, tribù, popoli differenti in molteplici aspetti?

Forse questo potrebbe essere un punto di partenza, uno spunto al fine di indagare come si potrebbe uscire dall’idea che sia ormai “pratica universale [quella di ]designare nella nostra mente uno spazio familiare nostro in contrapposizione ad uno spazio esterno loro“, come afferma Edward Said nel noto saggio Orientalismo, descrivendo le tecniche di rappresentazione dell’Oriente da parte dell’Occidente.

Abbiamo tanto da imparare da questa realtà: c’è molto qui sul quale predichiamo quasi ogni giorno ma che ancora stentiamo a mettere in pratica. E’ tutto quello che ho descritto sopra, insieme a tutti gli altri momenti vissuti con i miei compagni di avventura,  che hanno caratterizzato questo viaggio che, per qualche giorno, mi ha vista lontana dall’entroterra tanzaniano.

Dedico queste mie riflessioni a tutti coloro che ho incontrato per strada, che hanno risposto alle mie domande e soddisfatto la mia curiosità; a tutti coloro che mi hanno accompagnato nei posti in cui desideravo recarmi; a coloro che mi hanno fornito nuovi spunti di riflessione tramite consigli di lettura di testi. A tutti coloro che conoscono bene la mia passione per l’Oriente e il mondo arabo, che mi hanno e continuano ad accompagnarmi nel suo studio, e che adesso stanno condividendo con me la scoperta e l’amore per il continente africano nella sua realtà “a sud del deserto”.

Giulia

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Pubblicato da su 09/02/2014 in Uncategorized

 

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