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Una tavolozza di colori per Kirikou

17 Gen

Immagine

Il lungometraggio Kirikù e la strega Karabà (1998), del francese Michel Ocelot, è ispirato dai colori e dal folclore dell’Africa subsahariana.

Racconta le avventure di Kirikù, un bimbo molto speciale che nasce già capace di parlare e camminare. “Un bambino che nasce da solo e si taglia il cordone ombelicale da solo, si lava da solo…”, gli dice dolcemente la madre, quando Kirikù le chiede di lavarlo.

Kirikù, che altro non è che la rappresentazione stessa della purezza dell’uomo, della sua innocenza e della vivacità intellettuale, si trova alle prese con le angherie di una strega che ha privato il suo villaggio della sua fonte d’acqua ed eliminato tutti gli uomini che hanno osato sfidarla.

Kirikù vuole affrontare la strega ma, soprattutto, vuole trovare una risposta alla domanda che si pone fin dal principio: “perché la strega Karabà è cattiva?”. Una domanda semplice e ovvia, ma che nessuno degli uomini si era posto.

«La tua forza è nell’assenza di amuleti», gli dirà il saggio nonno, «La strega conosce il mondo degli amuleti e si prende gioco degli uomini che si credono protetti e non diffidano più. Invece lei non sa cosa fare davanti all’innocenza nuda e cruda e a un’intelligenza sempre vigile e libera».

Con la spontaneità e l’ingenuità dell’essere bambino, Karikù sarà, quindi, l’unico in grado di trovare risposta e soprattutto capace di salvare il villaggio aiutando la strega a diventare una donna bellissima e buona.
Le peripezie di Kirikù hanno il sapore del viaggio ascetico: egli deve affrontare una serie di prove che lo porteranno a raggiungere una nuova forma, quella dell’essere un uomo adulto.

Affrontando i problemi con astuzia ed ingegno e soprattutto non fermandosi mai alla superficie delle cose, Kirikù svela una realtà ben diversa da quella che gli viene presentata dal comune sapere del villaggio.

Tramite il linguaggio proprio della fiaba, con chiari riferimenti alle tradizioni e alla cultura africana, è un racconto carico di significati morali, insegnamenti e offre ottimi spunti di riflessione, dalla ricerca della verità dietro le apparenze al valore del perdono nel finale.

Ed Alice, che da qualche mese si trova a Zanzibar per svolgere il Servizio Volontario Europeo, con il suo disegno e le sue parole ci ha ricordato questa storia.

“Di solito uso solo il lapis. Bianco-nero-grigio. I miei preferiti. Polpastrelli che diventano subito grigio lucidi a forza di sfregare la mina per creare ombre, luci, volumi, forme..

Ma per Kirikou è andata così. Acquerello.

Non credo di aver deciso io. O almeno, io volevo solo macchiare di colore gli occhi di Kirikou.

Poi il pennellino è partito quasi da sé e in pochi secondi il foglio s’è riempito dei miei colori preferiti, colori che ogni giorno ritrovo in questo  pezzetto di terra un po’ a sé che a volte percepisco come colato dall’alto in mezzo al mare tra due continenti..

Acquarello.

Innanzitutto perché vivo su un’isola e l’acqua è, forse inconsciamente, diventata parte degli elementi fondamentali che vivono il mio mondo-di-ora-e-qui.

Poi perché, se vuoi, l’acquarello può entrare in punta di piedi nel tuo disegno, può diventare anche solo una macchia di colore sbiadito, o un bianco sporco (e per me che adoro le tonalità di grigio questo effetto è una bomba!).

A volte, come in questo caso, si crea una tavolozza informe di colori pastello che mi trasmettono un senso di tempo passato, un epoca che fu,  che a volte ritrovo camminando per i minuscoli vicoli di Stone Town.

Alice”

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Pubblicato da su 17/01/2014 in Uncategorized

 

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