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Scambio, consapevolezza e attesa: siamo pronti ad una nuova cooperazione?

15 Gen

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Un nuovo “pezzo” del mio periodo di volontariato in Tanzania inizia con nuove riflessioni e nuove osservazioni; il bisogno di scrivere inizia da un giro per alcuni villaggi del distretto di Kilolo: Ngongwa, Mtitu e i suoi cesti ricolmi di pomodori diretti a Dar Assalam, Kilolo e la visita al dispensario, Lulanzi, Kising’a, Lulidi, Ipalamwa, Ukwega. Il passaggio da un villaggio all’altro ti offre la visione del cambiamento: cambiano i colori, la luce, le condizioni delle case e, anche se gli atteggiamenti sembrano uguali, noti anche una diversa reazione da parte della comunità del luogo, alla tua visita. E’ stato un veloce vedere e sentire, le voci che richiamano l’attenzione dei wazungu, le donne e gli uomini con attrezzi da lavoro, grosse sacche sulla testa e lunghi rami: camminano non curandosi dei pesi e delle distanze o, almeno, vivendole in modo profondamente diverso. Offriamo un passaggio ad una coppia in rotta verso un villaggio lontano, lontano dalle quattro alle sei ore di cammino. Qui le distanze hanno tutto un altro valore, eppure la stanchezza si sente appena, anzi, ho la sensazione che venga vissuta in maniera profondamente diversa, possiede delle caratteristiche nuove: ha scopi diversi, nuove motivazioni.

Quali sono le nostre motivazioni alla stanchezza, alla fatica? Quale è la nostra motivazione nel mangiare? Quale è il senso che conferiamo al tempo che passa? Che responsabilità abbiamo e sentiamo nei confronti degli esseri umani che ci vivono accanto per un periodo o per una vita intera? Ci stupiamo tanto di quello che questo immenso continente ci va vivere e di come ci fa cambiare, di come ci guardano uomini, donne e bambini, dei loro sorrisi, delle sensazioni che proviamo appena osserviamo questi paesaggi e questi tramonti; ci stupiamo del tempo lento e di come non si senta l’obbligo e il bisogno di misuralo ogni ora, ogni minuto. Insomma, tutti parlano dell’Africa in modo idilliaco, la maggior parte di loro se la portano dentro per anni, molti ne tornano cambiati, scrittori le dedicano libri e poesie, cantanti testi che parlano di un “Mal d’Africa”.

La spiegazione più spontanea che riesco a darmi è che tutti questi stupori avvengono in me e negli altri per il bisogno sconfinato che ognuno di noi ha di ricercare la vera vita, il nostro essere uomini. Sembra talmente scontato, eppure credo che per un uomo, una donna, il riacquistare il contatto con se stesso e con la vita possa davvero essere un nuovo inizio, per chiunque, ammesso e concesso che questo cambiamento si desideri. E’ vero, la vita stupisce, la vita è di per sè stupefacente, ma ce lo stiamo dimenticando, rischiamo spesso di allontararci da essa, anche inconsciamente. La cerchiamo spesso in posti sbagliati, in tempi sbagliati. E quando ci rendiamo conto di essere davanti alla vera vita, ci emozioniamo. Perchè la vita è fatta perchè l’uomo possa stupirsi dell’essere semplicemente vivo, capace di muoversi nel mondo e di migliorarsi, di valorizzare il suo coraggio e, allo stesso tempo, le sue paure che di questo coraggio sono parte fondamentale. Questa sensazione di pienezza molto spesso, la perdiamo, troppo impegnati a misurare, a fare, a spazientirci, ad inseguire. A volte spontaneamente, a volte facendo qualche sforzo, vivo qui la sensazione di potere fluire con la vita, perchè la vita è mutamento, mutamento che da noi non può dipendere del tutto. Essere il mutamento significa fluire con la vita; questo non toglie valore alle nostre azioni, anzi, le veste di una nuova armonia. Vivere l’Africa, per me, sta significando divenire consapevole: sento la vita quando consapevolmente cammino, quando consapevolmente mangio, quando gioco con i bambini del villaggio, quando scrivo le mie riflessioni, quando lavoro, quando parlo con la comunità locale, quando vado al mercato. Se riuscissimo a fare ogni cosa secondo la filosofia del “qui ed ora”, vivremmo tutto in modo veritiero, sentiremmo la vita vera. Questa stessa consapevolezza che sto cercando la osservo nelle azioni che donne, uomini e bambini portano avanti durante le ore del giorno: dal pascolare il bestiame, al tagliere la legna, intrecciare un kikapu, accendere un fuoco, preparare il cibo. C’è molta concentrazione in ogni azione e lo sguardo non mente; è lì e in quel momento, in quell’azione, è completamente immerso in quell’azione stessa. Ho come la sensazione che nel compiere tutte queste azioni l’attenzione sia vigile e presente: il pensiero resta lì, senza pensare, eccesivamente, al dopo. Queste restano soltanto mie riflessioni: esse aspettano di essere approfondite, corrette o confermate nel momento in cui avrò il permesso e la capacità di esprimerle a questi stessi uomini, donne e bambini che adesso sono i miei maestri.

Quello che riusciamo a dare agli altri dipende da ciò che caratterizza la nostra vita. Non tutti possiamo dar le stesse cose, sarebbe una forzatura. Durante il mio periodo di volontariato ho avuto, ad un certo punto, la sensazione che tutto ciò che caratterizza la mia vita fosse presente, e che tutto ciò, finalmente, non appartenesse soltanto a me. E’ presente l’amore per la natura, l’amore per il confronto umano, la stupefacente sensazione di vedere intorno a me una vita vera, fatta di cose vere. Sto cercando di immergermi in tutto ciò, vivendo ogni momento traendone l’energia che porta con sè. Tutta l’energia che sento entrare in me da questi luoghi cerco ogni istante di ridarla, in un equilibrio di dare e ricevere. Non voglio accumulare: voglio che tutto quello che ricevo possa passare attraverso il mio modo di essere e di concepire la vita, per poi tornare al mondo.

Questa è stata la sensazione che ho avuto nel momento in cui ho accettato di far parte, con un’altra volontaria, dell’organizzazione di un corso di acrobatica e di yoga acrobatico a vantaggio di alcuni bambini del villaggio di Pomerini, portatori di Aids, facenti parte dell’associazione Smile to Africa. I volontari del Servizio Volontario Europeo sono stati inseriti in varie attività, per un periodo di due settimane: oltre al suddetto corso, sono stati offerti ai  bambini momenti ricreativi di danza popolare e di handcraft. La mia emozione è stata grande. Le due attività dell’acrobatica e dello yoga acrobatico fanno parte di me, anche qui: lunghi anni di ginnastica e la scoperta della disciplina dell’acroyoga nei mesi antecedenti la partenza, mi hanno chiesto a quel punto di mettermi in gioco e di trasformarli in un dono. E’ stata una sensazione bellissima percepire l’energia di questi bambini, durante i giochi di gruppo e di conoscenza reciproca, così come durante gli esercizi. Vederli irrequieti, muoversi, spintonarsi per poi, in un attimo, ricercare l’equilibrio sulle mie gambe, stare in silenzio, guardare un punto, concentrarsi: l’acroyoga è una disciplina che vede evoluzioni in coppia, con una base e un “volador” che compie esercizi supportato dal primo, mettendo in gioco fiducia, collaborazione, concentrazione, rispetto reciproco. Ovviamente, da parte mia la disciplina è stata utilizzata come un gioco, che potesse però, allo stesso tempo, comunicare dei valori, modalità che i bambini sembrano avere accolto positivamente e con grande entusiasmo, chiedendoci di tornare anche dopo la vacanze.

Un’altra significativa esperienza è stato l’acquisto dei tessuti e del materiale necessario per la produzione di Mani d’Africa, ad Iringa, in compagnia di un’altra volontaria e dei due sarti Wema e Kizito. Ecco che una semplice uscita di acquisti diviene una occasione di incontro, di comprensioni ed incomprensioni, di esperienza. Un fare iniziale un pò goffo si è trasformato grazie ai due sarti un riuscirsi a muovere tra i venditori di kitenge nel mercato di Iringa, scegliendo stoffe e abbinamenti di colore, lo spessore, la qualità. Considero queta una vera crescita reciproca.

Questi sono soltanto due esempi su quanto il riconoscere le parti importanti e caratterizzanti della nostra vita, le nostre passioni, ciò che ci fa stare bene, possa allo stesso momento essere comunicato. Siamo noi gli attori del cambiamento; l’esistenza ci offre occasioni per cambiare, incontrare gli altri: sta a noi accogliere l’invito o respingerlo. Si cambia insieme. Vorrei allargare la sensazione che ho provato durante questi giorni al senso e al valore della cooperazione che cerco ogni giorno di far più mia; la cooperazione, il cui valore spesso dimenticato o ridotto a stereotipi rischia di essere trasformato in qualcosa di meccanico. Nel mio piccolo, sento che non potrei continuare a lavorare, a offrire il mio contributo durante questo periodo di volontariato, se non fosse per le donne, gli uomini, i bambini, che mi fanno sentire consapevole di ciò che sto facendo, che mi  comunicano attraverso lo stare insieme che questo è un momento di scambio, di crescita reciproca. Non sento di poter far qualcosa solo per il puro obbligo morale di farlo, credo che rivalutare la cooperazione significhi uscire dagli schemi del puro “fare”: magari si potrà portare avanti un progetto ben fatto, con tante attività, ma non necessariamente il suo successo potrà essere valutato esclusivamente secondo questi schemi del “fare”. Si rischia di perdere  il senso vero di quello che si fa e, a lungo andare, si rischia di entrare in panico quando resistenze da parte della comunità locale non fanno andare le cose esattamente come vorremmo. E’ la sensazione che provo quando ci sono momenti di vuoto, di poca collaborazione, di ritardo, di immobilità: è la riflessione sulle motivazioni che stanno alla base di queste difficoltà che ci permettono poi di cambiare il nostro approccio. E’ dalla comprensione del negativo che si arriva al positivo. Quello che avviene è un incontro di desideri, di benessere, di scambio reciproco: tutte queste necessità, da una parte e dall’altra, si tramutano nell’incontro tra le comunità. Mettersi nella posizione di insegnare interrompe questo flusso reciproco: essere troppo certi delle proprie capacità ci rende ciechi, rigidi. Quando fai qualcosa di nuovo rischi di farti male: specialmente quando fai qualcosa del tutto nuovo per te. Lo noto quando cammino per strada e si formano vesciche sui piedi, quando ci scottiamo sotto il sole, quando aiutare Mama Novetha a produrre il mais ti distrugge un pollice. Che superiorità abbiamo? Chi è il debole e chi è il forte? Chi impara e chi insegna? Chi da e chi riceve? Chi detta i metri di valutazione?

Siamo, da una parte e dall’altra, alla ricerca di qualcosa. Ed è chi riesce a guardare al di là, chi si pone domande, chi sogna novità, chi non crede che la sola vita che vive sia la vita vera e la sola “vivibile”, che può mettersi in quella posizione di attesa, di apprendimento e di rispetto. Spero che questo atteggiamento di scambio possa trasparire anche nella modalità di comunicazione che decideremo di utilizzare durante l’awareness raising su disabilità e albinismo, una delle attività che in questi giorni sto portando avanti insieme ad altri due volontari. Comunicare certe informazioni a studenti di Primary e Secondary School non sarà certo impresa facile: la comunicazione diviene, a questo punto, fondamentale, così come l’attenzione che si da alle tempistiche in cui convinzioni e idee possono essere messe in discussione sia da una parte, che dall’altra.

Sono queste le sensazioni e le riflessioni predominati negli ultimi giorni: dare e ricevere in equilibrio; imparare ad ammettere le proprie difficoltà nel far le cose, nel capirle; partire dalla donna, dall’uomo che sei per comunicare con le tue modalità, che sono uniche, perchè sono tue. Intrecciando questo processo a quello dell’essere umano che ti sta accanto, si potrebbe pensare ad uno sviluppo di entrambi.

Giulia

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Pubblicato da su 15/01/2014 in Uncategorized

 

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