RSS

Le parole, e il colore, hanno un peso. Tu, di cosa hai veramente paura?

13 Gen

Immagine

Sono tanti gli aspetti che in questi giorni in Tanzania hanno caratterizzato il mio periodo di volontariato: riflessioni sui suoni, le reazioni, le parole. Le modalità attraverso le quali rischiamo sempre più di categorizzare gli uomini e le donne che ci vivono intorno e attraverso le quali ci riferiamo ad essi,  provoca dolore. Ho sentito il peso delle parole leggendo e traducendo le diverse risposte alla domanda del questionario sull’albinismo e disabilità che abbiamo proposto agli studenti della Secondary School di Pomerini. Questa è l’attività che stiamo portando avanti al fine di poter, in seguito alla riapertura delle scuole, avviare nel modo più consapevole e coerente possibile, una campagna di sensibilizzazione che possa affrontare entrambi gli argomenti e che, allo stesso tempo, possa mettere in risalto il forte  legame che li unisce. Alla domanda “Quali sono i nomi attraverso i quali le persone si riferiscono ad un albino?”. Le risposte sono state delle più disparate: “disabili della pelle” (in swahili, “walemavu na ngozi”), denaro (“pesa”, “dili”), “zeruzeru”, trasparente (“mlangala”), ricchezza ( “utajiri”, “mali”), oro (“dhababu”), mancanza (“upofu”). Questi sono solo alcuni esempi; ce ne sono tanti altri. Leggendo le risposte, la prima cosa che ho provato ad immaginare è stata la sensazione interiore provata da colui/colei che si sente chiamato così.Le parole hanno un peso e anche, in questo caso, il colore della pelle. Ogni civiltà ha il proprio modo di reagire a tale differenza: è una reazione che, in fin dei conti, può cambiare nelle modalità ma che da luogo agli stessi effetti, essendo manifestazione della stessa paura. Il colore della pelle diventa giustificazione a discriminazioni, sia da una parte (il razzismo nei paesi occidentali) che dall’altra (l’albinismo in Africa).Anche io ho sentito il peso del colore della mia pelle. Ho capito che nessuno può riterersi del tutto immune da questa sensazione di diversità. Mi trovavo su un dalla dalla in ritorno da Isimila verso Iringa. Una donna con un bambino trascina il figlio (o il nipote) lungo il pezzo di strada che li separava dall’entrata del mezzo di trasporto. Il bambino sale, sorretto da due uomini. Vedo che le sue gambe tremano: è un bambino portatore di disabilità fisica e mentale. Penso di prenderlo in braccio data  l’assenza di posti per gli ultimi arrivati. Il bambino mi si siede sulle ginocchia ma, dopo qualche secondo, qualcosa va storto. Si volta a guardarmi per un istante negli occhi, la sua espressione per un attimo diventa imperscrutabile: mi guarda con sguardo al contempo profondo e vuoto. Tutti i muscoli del suo viso si tramutano in una smorfia di terrore. Inizia a dimenarsi, a non potere star  un secondo di più sulle mie gambe. Cerca di reggersi sulle sue, che riprendono a tremare. Il dalla dalla si ferma: le grida del bambino scuotono tutti. La porta si apre ed egli afferra una sbarra. Lo dovemmo sollevare con forza per aiutare la donna che era con lui a scendere dal mezzo.Lo stesso succede percorrendo una strada verso Pomerini. Una bambina cammina con un cesto sulle spalle. Vedendomi, corre via; il cesto le cade da un lato, il kitenge striscia per terra. Continua a correre fino a quando scompare dalla mia vista, tra gli alberi.Racconto questi due episodi poichè ritengo abbiano un minimo comune denominatore. Entrambi, per la prima volta, mi hanno fatto sentire “dalla parte del diverso”. Per la prima volta, guardando la mia pelle bianca, ho capito quanto convinzioni e pregiudizi, da una parte e dall’altra, possano fare spaventare senza volere: vieni giudicato dall’involucro che ti avvolge. Non hai nemmeno il tempo di spiegare, di farti conoscere. La persona, impaurita, è già andata via. Le è bastato guardarti.Tutto ciò Kanuti, ragazzo albino di ventidue anni, lo ha sperimentato “sulla sua pelle”. Il suo racconto prende una piega malinconica quando ci rende partecipi degli eventi discriminatori dei quali è stato vittima durante la scuola secondaria: i compagni di classe non sopportavano la sua vicinanza. Le circostanze facevano sì che qualcuno dovesse prendere un posto al suo fianco. Le reazioni erano delle più disparate e, tra queste, il fatto che molti compagni uscissero dalla classe per rigettare, tanto era lo scombussolamento emotivo che provavano.Sto sperimentando, durante questo mio primo periodo di volontariato, shock culturali che ritengo necessari, costruttivi: essi ti fanno volgere lo sguardo verso l’interno, verso te stesso. Così, non resti più solo uno spettatore di quello che ti circonda e delle situazioni che speri di veder cambiare in questo paese, ma ti mette nella vera condizione di capire. Se senti il peso del giudizio, se tu stesso ti fai non solo testimone ma umano protagonista, se vedi la tua storia in storie degli altri, le tue ansie in ansie degli altri, la tua voglia di cambiamento in quella degli altri, allora la forza del tuo sentirti veramente parte dell’umanità diventa una marcia in più. Le storie che sento, le reazioni che vedo, mi mettono davanti al mio essere donna, al mio essere occidentale. Le lunghe discussioni con il mio amico Noeli, che sto imparando ad apprezzare per la sua forza di volontà e il suo impegno, riguardano spesso questo argomento, passando da riflessioni personali a temi più specifici sulla cooperazione: chi è che ha bisogno tra la tua gente e la mia? Chi è che sta perdendo, chi è che sta guadagnando? E’ possibile parlare semplicemente di reciprocità? Chi è il ricco, chi è il povero? Chi è il colto, chi è l’ignorante? Chi è il furbo? Chi è il bianco, chi è il nero?Gli stereotipi ci stanno distruggendo. Cerco di guardare sempre all’essenza di quello che mi circonda. L’Africa mi aiuta a liberarmi dai preconcetti. I preconcetti rischiano di storpiare questa realtà rischiando di rendere troppo estreme le situazioni difficili e prendendo con leggerezza quelle che meriterebbero più attenzione.Vorrei che, pensando all’Africa, molti possano sentire la stessa gioia che ha avvolto me e i miei  compagni di avventura appena le note e i balli dei bambini delle scuole primarie dei vari villaggi hanno iniziato ad animare la festa del 3 dicembre, Giornata Mondiale della Disabilità. Vorrei che coloro che credono ancora nella superficialità dell’impegno di questi uomini, donne, bambini, possano trovarsi davanti ad un bambino dell’asilo che scrive con attenzione chinato su di una panca,  cancellando gli errori di ortografia con la sua saliva sul dito. Vorrei che coloro che dipingono l’Africa con volto sofferente si trovino davanti ad una donna, con il viso scavato dalle rughe che, incontrandoti per strada, ti guarda sorridente con degli occhi azzurri e vivi, invitandoti a casa propria.Le due più significative esperienze di queste settimane, ovvero l’organizzazione dell’evento del 3 dicembre e l’accoglienza di Anna, Mama Msavi e Kanuti, due donne ed un giovane albino, hanno ispirato e dato linfa nuova a queste mie riflessioni. Ritengo che creare una buona connessione, un buon intreccio, tra le diverse attività, sia il modo più produttivo tramite il quale possiamo permetterci di avviare azioni delicate come quelle dell’awareness raising. Cercare punti d’incontro tra le questioni della disabilità, dell’albinismo, della partecipazione attiva delle donne, del mercato eco-solidale, conferisce continuità e coerenza, oltre a dare ordine alle idee.L’ordine non è mai troppo. Si necessita di tempo, perchè, come mi è stato detto, la materia con cui stiamo lavorando non è una materia qualsiasi, ma materia umana e, per questo, delicata e potenziale allo stesso tempo. Stiamo cercando di darci il tempo, di comunicare con la comunità locale, di distaccarci da preconcetti, di ascoltare quello che donne, uomini e bambini hanno da comunicarci qui ed ora. Personalmente, provo sempre una grande gioia quando percepisco il senso dello scambio. La mia collaborazione anche al progetto Mani d’Africa mi ha messo spesso nelle condizioni di percepirla, e tutto ciò mi sta, a tutt’oggi, mettendo alla prova. Abbi pazienza, non aver fretta, incontra gli uomini, le donne, i bambini, dai loro il tempo e prendi il tempo che ti dedicano; aspetta gli appuntamenti, nutri sempre la speranza, mostrati fiducioso e attento allo stesso tempo;non inseguire il tempo, ma fluisci con esso.Questo è il modo in cui qui ed ora vivo l’Africa, aggiungendo un pezzo alla volta ad un puzzle dalle mille sfumature e che, proprio per questo, necessita tempo per essere ricomposto.

Giulia

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 13/01/2014 in Uncategorized

 

Tag: , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: