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Il MITIng di Parma: Bee Together, Darsi tempo e altre storie

05 Lug

Bee together: siamo stati insieme. Ancora una volta, la sesta volta del MITIng nazionale di Tulime. A Parma eravamo in tanti… e presto saremo anche di più: tra qualche mese avremo altri nuovi arrivi con i quali condividere storie ed esperienze.

Il MITIng è stata un’occasione per incontrare Jessica e Guido e ascoltare a bocca aperta lo splendido mondo delle api e dell’apicoltura. Un momento così silenzioso come quello che c’è stato durante la loro presentazione non si è mai visto prima in 6 anni di MITIng.

Darsi il tempo. Idee e pratiche per un'altra cooperazione internazionaleAbbiamo avuto il piacere di confrontarci con Michele Nardelli, autore del testo “Darsi tempo“: un contributo importante alla riflessione del progetto associativo di Tulime. Nel suo blog trovate le sue impressioni sull’intervento al MITIng di Tulime

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Una risposta a “Il MITIng di Parma: Bee Together, Darsi tempo e altre storie

  1. noicoltiviamo

    12/07/2010 at 23:14

    Trentasette gradi all’ombra, niente male. Il parco dove si svolge la Festa multiculturale di Parma, intitolato al combattente di Spagna Fortunato Nevicati, attenua un attimo la calura estiva. Sono qui per un incontro di presentazione di “Darsi il tempo” con gli attivisti di Tulime, una rete di esperienze di diverse regioni italiane che operano in Tanzania. Penso ad una piccola realtà e mi ritrovo in un sabato pomeriggio di luglio, mentre si gioca nei mondiali sudafricani “Argentina vs Germania”, una quarantina di persone, prevalentemente giovani e con tanti bambini appresso, a discutere con me sul significato di fare cooperazione oggi.
    Solo qualcuno di loro ha avuto la possibilità di leggere il nostro libro, Francesco Picciotto (che viene da Palermo e che di Tulime è il presidente) dice di averlo trovato per caso in uno degli stand di “Terra Futura” a Firenze e di avervi trovato immediatamente una forte empatia con le cose che da tempo andava pensando. E’ la stessa cosa che mi dice alla fine dell’incontro Cesare Boldrini, referente per la Lombardia, che mi ringrazia per aver dato voce alle cose che aveva dentro. Lui il libro lo acquista ora, ma nelle mie parole si è ritrovato pienamente.

    Piovono molte domande. Vi si legge la preoccupazione che di fronte alla complessità del nostro tempo e che cerco di mettere a fuoco non possa prevalere lo sconforto, l’impotenza. Insisto molto con loro sulla necessità di non rincorrere gli avvenimenti, di dotarsi di una capacità di sguardo piuttosto che farsi travolgere dal fare. Nel loro confronto di questi giorni stanno ragionando se e come dare struttura alla rete di volontariato che rappresentano, insomma se fare il salto verso una dimensione più organizzata o se invece mantenere la loro attuale leggerezza. Ma per tutti loro il concetto di “cooperazione di comunità” corrispondente esattamente all’idea che hanno maturato di costruire relazioni fra territori e forse più vicino alla sostenibilità del “piccolo è bello”, di cui pure intuiscono il limite.

    Qualcuno di loro mi chiede se quel che proponiamo non sia un modello più adattabile in paesi storicamente dotati di una maggior articolazione politica ed istituzionale come potrebbero essere i Balcani piuttosto che in realtà ai margini dello sviluppo come la Tanzania o il continente africano. Provo a rispondere con un chiarimento e una domanda. Il chiarimento è che noi non abbiamo affatto proposto un modello di cooperazione ma semplicemente un diverso approccio, rispettoso di ogni diversità, attento verso ciò che è accaduto, curioso verso le culture e i saperi locali. Che prima di proporre sa darsi il tempo per ascoltare. La domanda parte dal fatto che non sono mai stato in Tanzania. Ma conoscendo i rapporti che questo paese ha con la Cina, chiedo loro quel che si vende nei centri commerciali che sorgono come i funghi anche in Africa. Viene fuori che le dinamiche dell’economia mondo attraversano anche quel paese, distruggendo le culture e le produzioni locali. Viene fuori il tema dei giacimenti di uranio di cui è ricco quel paese, esponendolo così alla guerra per il controllo di tale risorsa. Insomma, sono le loro testimonianze a far emergere l’interdipendenza di cui andiamo parlando, la modernità dei processi che attraversano il mondo intero rendendo vecchie e inservibili le categorie con le quali abbiamo letto sin qui la realtà e che ancora vorrebbero che dal nord si trasferissero aiuti al sud. Secondo una logica neocoloniale e senza mai interrogarsi sulla sostenibilità del nostro modello di vita.

    Sono le stesse domande che proprio ieri mi poneva Roberto Paolazzi, giovane trentino ma con alle spalle già qualche anno di lavoro con le Brigate Internazionali di Pace in Colombia. Esperienza che ora vorrebbe mettere a frutto nella sua comunità. Ma anche in Trentino, nonostante le nostre idee abbiano avuto una qualche cittadinanza, pensare alla cooperazione come strumento delle comunità per attrezzarsi ai processi dell’interdipendenza non è niente affatto scontato. Anche negli enti locali che abbiamo coinvolto in questi anni, prevale ancora l’approccio dell’aiuto materiale e del buon cuore. E dell’immagine che ne può venire. Si possono elaborare le leggi più avanzate, ma poi se non cambia la cultura, siamo sempre lì, all’esibizione della santa povertà. Avremo invece bisogno di accompagnare le nostre comunità nei percorsi della conoscenza e della complessità, per imparare ad abitare il nostro presente. Occorrerebbero figure di animatori di comunità, costruttori di relazioni in ognuno dei nostri comuni, per aprire gli occhi sulle trasformazioni che cambiano le nostre vite, ma ancora si preferisce mettere qualcosa in bilancio per i poveri. In realtà è una forma di ipocrisia che avverto sempre più insopportabile. Ne parlo perché penso che quello sarebbe un modo per mettere a frutto persone ed esperienze come quelle di Roberto. A cui faccio dono di una copia del nostro libro sulla cooperazione (che non conosce) e restiamo che ci rivedremo a breve proprio per un rimando sulle cose che io e Mauro abbiamo scritto.

    Di cooperazione e di Balcani, nella mattinata di venerdì, ho parlato anche con Damir Šalov, vicepresidente di “Autonomia dalmata”, di Split (Spalato). Una piccola formazione politica della Dalmazia, che ha deciso di rivolgersi al PD del Trentino per avere una qualche forma di aiuto, proprio a partire dalla nostra esperienza autonomistica. Il giorno precedente si era incontrato con il Coordinamento del PD del Trentino e, non avendo fatto in tempo a parteciparvi, gli avevo proposto un incontro supplementare. Gli fa ovviamente piacere trovare finalmente qualcuno che della vicenda jugoslava ne sa qualcosa. Con Damir ci intendiamo velocemente e sorride ogni volta che entro nei dettagli della loro storia, aggiungendo aneddoti – lui che ha una certa età – sul suo paese di un tempo. Mi sembra una bella persona e gli dico che andrò a trovarlo a Spalato alla prima occasione. Anche se la mia libertà di movimento oggi è un po’ limitata. Come mi mancano i miei viaggi balcanici…

    A Parma l’incontro si conclude verso le diciannove. Esaurisco le copie del libro che mi sono portato, molte strette di mano e ringraziamenti per lo sguardo proposto e la richiesta di tenersi in contatto. Chiedo a qualcuno di loro se si hanno notizie dai mondiali di calcio e non posso credere che la Germania abbia umiliato in questo modo l’Argentina di Maradona. Può sembrare strano ma tifo per il Napoli da quando ero un ragazzino, ai tempi di Sivori e Altafini. Quando arrivò Diego, lo scudetto accompagnò il riscatto di quella città. Una stagione indimenticabile. E Maradona ne era il simbolo, in tutta la sua contraddittorietà.

     

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