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Il MITIng di Giovanna

01 Dic

Adoro carta e penna. Adoro il profumo delle agende appena acquistate, ed il crepitio delle pagine invecchiate, sfogliate centinaia di volte. Porto sempre con me qualcosa su cui trascrivere le mie impressioni. E quasi sempre ci riesco. Non questa volta, non dopo che, rientrata dal meeting, mi viene chiesto di parlarne. Avverto, infatti, l’esigenza di raccontare il tutto così velocemente da dover ricorrere alla tastiera del mio pc, quasi come se in questo modo riuscissi ad assecondare maggiormente la velocità dei miei pensieri. Sento, dentro di me, una nuova energia, che temevo di aver perduto. E’ l’energia che scaturisce dagli incontri importanti, dal produttivo scambio di idee, dalla condivisione di un sentire comune che difficilmente può essere spiegato a chi non ne è coinvolto in prima persona. E’ già passata una settimana dal nostro incontro, eppure mi sento ancora così stordita, quasi come se, durante il meeting, fossi stata catapultata in una realtà ben diversa da quella di tutti i giorni, perché fatta di cose belle, e di nient’ altro. Parlo con il cuore che batte un po’ più forte del consueto, con quel ritmico incedere che solo poche volte mi è capitato di percepire.

Con il mio solito ritardo, solo oggi sono riuscita a disfare completamente la valigia, e solo oggi mi è capitato di ritrovare un bigliettino scarabocchiato qua e la mentre attendevo, impaziente, il discorso introduttivo di Francesco. Non ritrovo neppure l’ombra di frasi che possano avere un senso compiuto; solo nomi, puntini di sospensione. Poi, in basso, tre parole abbozzate, scarne, ma estremamente significative allo stesso tempo: “Finalmente a casa.”

Intendo, per casa, un posto in cui ritrovi persone a cui vuoi bene in maniera imprescindibile, con cui ti puoi permettere di essere te stesso. Intendo un posto in cui si può discutere, e perché no: anche discutere animatamente, se necessario. E’ strano notare come questa sensazione di “casa” io l’abbia percepita accanto a persone che conosco appena, altre che conosco da appena un anno, ed altre che non conoscevo neppure. Sarà, probabilmente, un ennesimo regalo africano, ed anche questo non lo si può spiegare davvero. Ci si può, al massimo, limitare a parlarne con chi riesce a condividere questa irripetibile stranezza. Indossando maglie colorate, ad esempio, o scambiandosi sorrisi mentre si cerca, divertiti, di girare un video che possa far divertire gli altri. Altri piccoli frammenti di ricordi che si annidano nella mia mente, per non andare più via. E così, anche TULIME comincia ad avere una storia, un tempo ben definito nella mia vita.

In questi giorni mi è capitato di chiedere a molti di voi in quale circostanza avessero conosciuto tale associazione; con piacevole stupore, ho notato che in più di un’occasione questo incontro è stato un semplice frutto del caso, come se un perfetto concatenarsi di eventi avesse fatto in modo che la cosa si realizzasse. Con determinati tempi, e con altrettanto definite modalità. Un po’ come è accaduto anni addietro quando, in una serata piovosa, un agronomo palermitano ha deciso di dare un passaggio in motorino ad un frate dai piedi scalzi. Una casualità, questa, che ha fatto nascere un qualcosa di grande, perché basato sulla voglia di fare e di fare bene, con rispetto e coscienza, con inspiegabile amore nei confronti di “sconosciuti abitanti di una terra lontana”.

Tanto si è parlato, durante il week-end modicano, del senso di appartenenza ad un posto che custodisce tuttora le origini del genere umano. Una sorta di culla, dove ognuno ritrova una piccola parte delle sue radici. E’ in questo posto che ci è stato concesso di contemplare il silenzioso luccichio delle stelle, o di condividere liberatori pianti di gioia e serenità interiore. E’ in questo posto, inoltre, in cui è avvenuto un incontro tra culture e colori diversi, dove gli abbracci hanno avuto un peso maggiore, perché supportati esclusivamente dagli sguardi, piuttosto che dalle parole. Tra simpatizzanti, amici, e soci di Tulime, c’è chi queste sensazioni le ha provate più e più volte, e non si stancherà mai di raccontarle; c’è chi le ha vissute solo una volta, e non fa altro che pensare a quanto siano state uniche; c’è, infine, chi non ha ancora avuto il privilegio di viverle direttamente, e magari non avrà mai il coraggio o la fortuna di salire su un aereo che possa condurli fin laggiù.

Decine e decine di realtà, differenti tra loro. Eppure a quel meeting c’eravamo un po’ tutti. Tutti, o quasi, per puro caso. Ci siamo ritrovati riprendendo il discorso direttamente da dove ci eravamo salutati un anno fa, tra le note di una canzone che abbiamo canticchiato per mesi, e che accompagna una successione di immagini meravigliose, piene di visi e di sorrisi divertiti.

Alla luce di una riflessione personale, oltre che del dettagliato resoconto dei vari animatori dei villaggi, sento di poter dire che questo è stato un anno di crescita per tutti noi. Anche e soprattutto perché non è stato privo di difficoltà, né tanto meno di momenti di crisi e di sfiducia, con il terrore ed a volte persino il bisogno di lasciar perdere il tutto e di voltare pagina. Evidentemente, le cose sono andate com’era giusto che andassero. Era giusto che qualcuno decidesse di allontanarsi per un po’, così come era giusto che qualcuno decidesse di partire- l’estate scorsa- e di scegliere Pomerini come meta; era giusto che qualcuno scegliesse di coltivare in un modo piuttosto che in un altro. Era persino giusto, infine, che qualcuno decidesse di non coltivare per niente. Anzi: probabilmente, tra tutte, questa è la cosa più giusta che alcuni potessero fare. Perché senza convinzione o senza voglia di portare avanti un’idea, nulla avrebbe avuto lo stesso significato.

A tutti coloro che hanno partecipato al meeting ed a coloro che vi hanno partecipato da lontano, con il cuore; agli amici di Mawaki, che si sono riuniti in quegli stessi giorni; ai nuovi wasafiri; a Fra’ Paolo; agli amici del Nepal; a coloro che lavorano con e per Tulime tutti i giorni; a coloro che decideranno di entrare a far parte di questa grande famiglia.. A tutte queste persone va il mio più sincero grazie per avermi confermato, ancora una volta, che tutto questo ha davvero un senso.

..Sto per metter via la valigia, ed osservandola da lontano, m’accorgo di quanto si sia magicamente cosparsa di terra rossa. Mi sembra di percepire l’umido vento di Dar ed il profumo di spezie del mercato di Iringa. Sento i canti dei wahehe, il rumore dei loro piedi che calpestano, frenetici, il suolo. Sento lo stesso freddo pungente che ho provato sulla pietra bianca, ed il rassicurante tepore del Malawi. Sento la voce del piccolo Josefu, e quella di Mazengo. Percepisco nuovamente tutto questo. Eppure, non mi sono mai mossa da qui. Nella mia mente il viaggio continua, e continuerà tutte le volte che qualcuno avrà la voglia di fermarsi ad ascoltare il mio racconto.

Quanto a voi..: IN BOCCA AL LUPO, viaggiatori..

“Giovanna Piccola”.

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2 commenti

Pubblicato da su 01/12/2009 in Eventi per coltivare...

 

2 risposte a “Il MITIng di Giovanna

  1. Veronica

    01/12/2009 at 17:23

    Mia cara ecco perchè stordita da tutte queste sensazioni…. ti “scurdasti” le chiavi del B&B!!!
    Testa!!!!
    Mandale al più presto, che quello ci vuole ammazzare!!
    Bacini

     

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